domenica, marzo 08, 2026

La battaglia dell'8 marzo. Quella parità che non esiste


Claudia Torrisi

Sono al 95,1% donne le persone rimaste fuori dal mercato del lavoro perché si prendono cura di un familiare. I numeri sono spietati: nel 2024 il tasso di occupazione femminile è di 18 punti inferiore a quello maschile

«Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna». Quante volte – ben prima dell'affermazione del giornalista alle Bambole di pezza a Sanremo – è stata detta questa frase davanti a figure di politici, imprenditori, uomini di successo e delle loro mogli o compagne, solitamente chiamate solo con il nome di battesimo. Il sottotesto è che un grande uomo è colui che fa cose importanti, mentre una grande donna è colei che sa sostenerlo in queste imprese, restando però dietro le quinte. Senza alcuna ambizione di prendere la scena, abbracciando il suo naturale ruolo ancillare.

Messa così, oggi, fa un po' ribollire, ma è specchio del diverso insegnamento che viene (spesso, ancora) dato ai bambini e alle bambine: ai maschi di stare sempre avanti, alle femmine un passo indietro.

Del resto, scriveva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé , per secoli le donne sono state «gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell'uomo, raddoppiata». Il problema è che, nella maggior parte dei casi, è vero: dietro un "grande uomo" che si dedica ai suoi progetti, alla sua carriera e alle sue passioni, c'è una donna, piccola o grande che sia, che si occupa di tutto ciò che lui può tralasciare mentre costruisce la sua vita pubblica. E questo, oltre che l'esperienza, lo dicono i dati.

Il peso della cura

Le donne continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura: gestire la casa, i pranzi, le cene, la pulizia della casa, i figli, parenti anziani o malati. Secondo un rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), la percentuale di lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne supera il 70 per cento, con un ammontare totale di ore lavorate in un anno di gran lunga superiore a quelle retribuite. Degli oltre 3,2 milioni di persone in Italia che affermano di essere fuori dal mercato del lavoro perché si prendono cura di un familiare, la quasi totalità (il 95,1 per cento) è composta da donne. Questo squilibrio non è evidentemente una questione di maggiore propensione o bravura nel preparare la tavola o piegare i calzini, ma di un sistema culturale e di organizzazione della società che scarica il peso sulle donne.

Una ricerca di UnitelmaSapienza ha intervistato duemila donne tra i 24 e i 45 anni. Circa l'82 per cento di loro ha dichiarato stanchezza a causa del carico di cura che svolgono da sole, a tal punto da non avere spesso neanche un'ora di tempo per sé da ritagliarsi nella giornata. Lo studio dell'Ilo dice che il sostegno che sarebbe necessario alle persone che si occupano di cura non retribuita riguarda i servizi di assistenza all'infanzia, il supporto finanziario per l'assistenza di adulti e anziani non autosufficienti e una maggior condivisione dei carichi di cura all'interno del nucleo familiare.

Tutto sulle madri

Nella settimana che precede quella dell'otto marzo, è arrivata la bocciatura della proposta di un congedo parentale paritario, che puntava a estendere il congedo di paternità obbligatorio dagli attuali dieci giorni retribuiti al 100 per cento a 5 mesi, equiparandolo così a quello di maternità. Una misura che avrebbe redistribuito il carico dell'accudimento dei figli alla nascita, che ancora oggi poggia tutto sulle spalle delle donne. Non è un caso che il 20 per cento delle lavoratrici lasci il posto dopo essere diventata madre, spesso a causa dell'assenza di servizi per la prima infanzia e della mancanza di condivisione dei compiti di cura nelle famiglie, che rendono inconciliabili lavoro e vita familiare.

Nel nostro paese per le donne persiste una child penalty , uno svantaggio nel lavoro dopo la maternità: mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato rispetto a quelli senza prole, per le donne essere madri è associato a una minore occupazione, ritardi nelle promozioni, carriere più frammentate. Una su cinque si dimette volontariamente entro l'anno di vita del primo figlio, principalmente per la difficoltà di conciliazione della vita familiare con quella lavorativa o per ragioni legate ai servizi e all'organizzazione del lavoro. Per gli uomini, la motivazione principale è il passaggio ad un'altra azienda.

La parità che non esiste

Negli stessi giorni in cui il giornalista in sala stampa a Sanremo ha detto che l'Italia non è un paese patriarcale e che la parità è ormai stata raggiunta, l'Inps ha pubblicato il terzo rendiconto di genere. Secondo il report, il tasso di occupazione femminile nel 2024 è del 53,3 per cento, quasi 18 punti percentuali in meno rispetto a quello maschile. Le donne rappresentano più del 65 per cento del totale di chi lavora a tempo parziale, e il 13 per cento delle lavoratrici si trova in una condizione di part time involontario (contro il 4,6 per cento degli uomini). Quasi una su due ha smesso di cercare lavoro o non l'ha mai cercato. Sono più istruite e specializzate, eppure vengono pagate più del 25 per cento in meno dei colleghi maschi e ricoprono ruoli dirigenziali solo nel 21,8 per cento dei casi.

Dai dati emerge, insomma, che il divario tra uomini e donne è tutt'altro che sanato. E che, forse, parlare di femminismo non è così «anacronistico», come ha detto invece quel giornalista a Sanremo. Ormai da 10 anni, e proprio dai movimenti femministi, la Giornata internazionale della donna è stata risignificata da semplice ricorrenza a rivendicazione e sciopero. E, quindi, per questo 8 marzo, e per quelli futuri: non vogliamo più essere le donne dietro nessun uomo. Vogliamo camminare tre passi avanti ai nostri desideri.

Claudia Torrisi

Illustrazione Marilena Nardi

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