domenica, marzo 08, 2026

8 marzo 1976: 50 anni fa, a Corleone, per la prima volta, la Giornata della donna (ma non la passammo liscia)

di Maria Di Carlo

Eravamo non più di 4-5 ragazze, in villa comunale. Potrà sembrare strano, ma ci eravamo organizzate su proposta di un giovane uomo di una decina d’anni più di noi, e avevamo scritto dei manifesti colorati con qualche frase, e qualche palloncino per evidenziare un po’ la nostra sparutissima pattuglia. 

Avevamo all’incirca 16 anni, studentine liceali, all’incirca provenienti da ambiente cattolico, o permanenti ancora, in-consapevolmente affamate di qualcos’altro, senza sapere ancora bene di che. Una di noi leggeva Dostoievski, un’altra leggeva L’Espresso, Panorama, Il Tempo, qualche copia procuratale da una cugina palermitana. Leggevamo Qui giovani e Ciao 2001, giornali musicali ma non solo. Ascoltavamo alla radio dei programmi musicali ma densi anche di altri contenuti. Insomma, il nostro vissuto era quello diragazzine di paese, in quel paese e allora. Ma l’immaginario,foraggiato da letture e miti rock, era tutt’altro. 

 

Nella Corleone di allora i due sessi erano rigidamente separati o al massimo ipercontrollati durante l’”ora d’aria”, cioè nei rari momenti di contatto che ufficialmente si potevano avere: a scuola (erano i primi anni in cui cominciavano ad esistere le classi miste) e in chiesa. Non so perché, invece, a Bisacquino ragazzi e ragazze passeggiavano lungo il corso assieme, verso il Walk bar. Quando ci passavo con mia madre, in macchina, provavo invidia per loro, e Bisacquino (Bisacquino!) mi pareva un altro mondo.

 

Avevamo sentito parlare di Nino Gennaro come di un tipo insolito, un intellettuale strambo che diceva cose interessanti e che faceva pure ridere per il suo modo pirotecnico di parlare. 

La prima volta che ci incontrammo fu all’uscita di un cineforum scolastico, al cinema Martorana, oggi purtroppo contenitore sempre vuoto, tranne che per episodiche eccezioni. 

Era successo questo. Il nostro preside palermitano definiva Corleone “un paese ameno e sorridente”, e noi ragazze “fiorellini in una serra da salvaguardare da ogni contaminazione esterna”.Quel giorno al cineforum scolastico c’era stato “Romanzo popolare”, storie di fabbrica, di nord e sud, di uomini e donne. Ornella Muti a seno nudo in una scena. Dopo il film intervenne una nostra prof, voce da fumatrice, che deprecò fortemente la scelta di questo film, contenente quelle immagini “sconce” (l’unica cosa che le era rimasta impressa). Io, che cominciavo a mal tollerare questa cappa asfissiante addosso, mi contorcevo sulla poltrona del cinema, indecisa se intervenire pubblicamente (non l’avevo mai fatto). A un tratto sbottai e andai al microfono. Col dito puntato contro il preside, arrabbiata e autolesionista, avevo quasi urlato e pianto davanti a centinaia di studenti e professori per dire che altro che fiorellini in una serra! Per noi Corleone era coprifuoco, ragazzi e ragazze ognuno per i fatti suoi, rientro a casa prima che facesse buio, domicilio coatto, proibizione totale! Io volevo contaminarmi invece, e come! (macon che?), non credevo alle parole del preside, che poi erano anche le parole dei più, dei padri, delle madri, dei preti, dei frati francescani, delle signorine di azione cattolica, di quelli che non avevano studiato come degli “allittrati”. Volta alla prof, dissi che per me il seno nudo della Muti non era pornografia affatto, che non ci sono parti del nostro corpo di cui dobbiamo vergognarci! E dissi che se dire tutto questo per loro significava essere una puttana, ebbene ero felice di essere considerata una puttana! Dissi veramente così. Una kamikaze. Una pazza.

 

La notizia di quell’intervento fece il giro del paese e arrivò alle orecchie di questo Nino, che non casualmente mi incocciò all’uscita del cinema. Di lì a poco fece in modo di farmi recapitare una raccolta dattiloscritta di sue poesie tramite una certa Giovanna, una ragazza vicina di casa di sua nonna, terza media scarsa, contadinissima nelle origini e nei modi. Come mi disse poi, Nino le aveva sentito dire che lei amava leggere qualsiasi cosa le capitasse a tiro, che apriva i “coppi” di carta di giornale in cui erano avvolte le cose comprate al mercato per leggere ciò che c’era scritto. Nino aveva captato le sue potenzialità e aveva a poco a poco cominciato a fornirle dei libri, che lei leggeva avidamente. Per accertarsi che lei li avesse veramente letti, la interrogava sui contenuti, e quella rispondeva. Questa era già (con Giovanna e con altri) e fu anche poi (con me e con altri ancora) l’arte di Nino: quella di saper captare, con le sue antenne, le potenzialità diciascuno di noi, e foraggiarle. Lessi di nascosto questo fascio di scritti di Nino e ne rimasi ammaliata. Rileggevo quelle pagine che capivo e non capivo, ma che comunque sentivo fortemente, e che mi davano propellente. 

 

A poco a poco cominciai a frequentare lui (di nascostissimo!) e non frequentare più l’azione cattolica (unica agenzia di socializzazione allora concessa, o esistente, oltre alla scuola), a non portare più panettoni per natale e vestiti smessi alla gente che abitava da quasi un decennio nelle baracche dei terremotati, e dove avrebbe continuato ad abitare per il ventennio a seguire. Cosa che già non mi piaceva fare quando ero ancora immersa in ambito cattolico. Avevo il complesso, dopo aver fatto la “buona”, di tornarmene alla mia vita di figlia di famiglia benestante, e di lasciare immota la realtà mia e degli altri. 

 

Nino da poco aveva aperto la Fgsi (Federazione giovanile socialista), due stanzette in Corso dei Mille, di fronte l’ospedaletto, a Corleone, in cui, coinvolti da lui, inizialmente soprattutto divertiti dal suo fare, cominciavamo ad incontrarci ragazzi e ragazze di varia provenienza, picciuttieddi di barbiere e licealine, muraturieddi, figli di papà e figli senza papà, senza arte né parte o con, che prima di là non si erano mai incontrati. E fu là che ciascuno di noi ebbe modo di conoscere la realtà degli altri. Là seppi da Giuseppe (mio coetaneo che aveva abbandonato il ginnasio appena intrapreso e faceva il manovale) che lavorava su impalcature senza protezione, pronto ad eclissarsi se mai fosse venuto qualcuno a controllare le condizioni di lavoro nel cantiere. Morì di lì a poco cadendo da un ponteggio, e fu la morte annunciata di un ragazzino come me, che avevo conosciuto, e che mi lasciò dentro un segno molto profondo. 

 

Alla Fgsi cominciai, assieme agli altri, a poco a poco, prima a sfogliare, a guardare le figure, poi a spulciare e a prendere in prestito i libri, i quotidiani e le riviste che Nino ci faceva trovare sparsi sul tavolo, di tutti i generi, da Famiglia cristiana a “Contro l’aborto di classe”, dalla Sacra Bibbia a Reich, da Verga alle edizioni Savelli, da Wilde a Silone, da Ignazio Buttitta ai Beat americani… Ce n’era per tutti i gusti o comunque di ogni genere per chi, come tutti noi, un gusto preciso ancora non l’aveva. 

Su un argomento x, per esempio, Nino ci faceva vedere, raffrontando vari quotidiani, che non esisteva un solo modo di pensare ma tanti, che nessuno aveva, che nessuno dovesse ritenere di avere il monopolio del pensiero. Erano tempi in cui c’era dibattito aperto sul divorzio. Nino, per l’intervallo, a scuola, ci faceva trovare fuori dei manifesti scritti da lui, colorati, con ritagli di giornali vari, da cui si evinceva che anche su questo argomento, come su tutto, non c’era un solo modo di vedere le cose. “Qual è il tuo modo di pensare? Non ce l’hai? Conosci le idee degli altri, le più disparate, e fatti le tue!”. Il suo principio era questo. Io ne ero molto affascinata. 

Ogni giorno per l’intervallo, a scuola, uscivamo dalla classe curiose di vedere cosa ci avrebbe fatto trovare questo Nino, perché aveva un modo bizzarro, divertente, bop, di proporci idee. I suoi non erano i manifesti politici “classici”, tutti parole d’ordine, linguaggio politichese. Erano colorati, scritti a mano, disegnati, creativi. Una volta ci fece trovare sparsi per terra, davanti lascuola, dei biglietti colorati con su scritto a mano “consiglio comunale”. Il giorno dopo altri con scritto a mano “che è?” . E l’altro ancora “un posto dove si fa politica”. E poi, il giorno a seguire, “perché non ci vieni pure tu?”. Insomma, una specie di telenovela a puntate, e noi che uscivamo per l’intervallo dicendo “Vediamo oggi che ci porta Nino Gennaro”, tutte curiose e divertite. 

Una volta ci invitò alla Fgsi a sentire il famoso prof. Tal dei Tali che veniva dall’Università di Palermo a parlarci di Giordano Bruno e Tommaso Campanella.  E noi, studentine, ad andarci (sempre di nascosto!). Là il prof ovviamente non c’era e c’era Nino che ci diceva, giocando, “Babbee! Venite se vi dico che c’è qualche prof trombone! Non c’è nessun prof di Palermo, ci sono io! Sediamoci, parliamo noi di Bruno e Campanella!”. 

 

Quando avevo 15 anni, avevo detto a un frate che teorizzavo (di questo si trattava, di teorizzazione, la pratica era quasi del tutto inesistente) teorizzavo la giustezza dei rapporti pre-matrimoniali. Non dovevano essere la benedizione di un prete, sostenevo, o una carta scritta in municipio, ad autorizzare due persone che si amavano a fare l’amore anche fisicamente. Cose ovvie, scontate, a pensarle oggi. Il frate in questione riteneva assurdo, inconcepibile, che una ragazzina potesse anche solo pensare certe cose. Secondo lui nelle cose che dicevo con tanta ostinazione c’era lo zampino del diavolo. Mi propose di sottopormi a un esorcismo. Acconsentii, inizialmente spinta dalla curiosità. Ma la proibizione di parlarne con altri, la mia giovanissima età, le successive tre volte in cui, da un altro frate, mi fu negata l’assoluzione solo perché continuavo a sostenere la mia tesi sui rapporti prematrimoniali, finirono col farmi  pensare che veramente c’era qualcosa di sbagliato in me. 

 

A Nino raccontai dell’esorcismo, e mi sentii liberata di un peso che avevo tenuto dentro, senza mai rivelarlo ad altri, come se dovessi vergognarmene. Insomma, a Corleone si andava dalla controriforma alla sinistra radicale, senza soluzione di continuità. Grazie a lui cominciavo a capire, a poco a poco, che non dovevo vergognarmi di essere com’ero, ma tutt’altro.

Qualche volta lo seguivo alla Camera del Lavoro, mi mettevo là, io sola femmina fra tutti i presenti, ragazzina figlia di medico, in mezzo a contadini con la coppola che parlavano di cose che mi sforzavo di capire.

Una volta partecipai (stavolta le ragazze eravamo tre) ad uno sciopero dei braccianti di cui ricordo solo le cacche che le vacche, coinvolte anch’esse nella manifestazione, lasciavano per strada. Avevo questa specie di sentimento populista, e volevo stare dalla parte di quelli che percepivo come “ultimi”. Nessuna di noi usciva indenne da tali iniziative, per cui si pagavano conseguenze di vario grado.

 

Erano i primissimi anni in cui a scuola vigevano i cosiddetti “decreti delegati”, che sancivano la possibilità di indire periodiche riunioni assembleari, con rappresentanze elette dei prof, dei genitori e degli studenti. Di solito i rappresentanti dei genitori e dei professori erano coalizzati contro i rappresentanti degli studenti (3+3 contro 3). Una volta al cineforum scolastico era stato programmato “Scene da un matrimonio” di Bergman. Successero cose pazzesche, il consiglio d’istituto ne proibì la visione, forse pensando che boh, ci fossero degli amplessi o chissà cosa. Gli studenti in minima parte entrarono a scuola, ma i più attivarono una sorta di disobbedienza di massa. Io non entrai a scuola ma, pur volendo, non andai neanche al cinema, temendo una reazione di quelle pesanti. 

 

Al liceo avevamo un prof di lettere molto particolare, Pino Governali, che ci faceva leggere Calvino, Sciascia, Pasolini, con cui ci vedevamo anche il pomeriggio, certe volte, a scuola, o a casa sua. Avevamo appena finito di leggere “Una vita violenta” di Pasolini quando l’ammazzarono, nel ‘75. Il prof subì le aggressioni verbali di certi genitori per averci fatto leggere un’opera di uno scrittore così perverso e corruttore. Ma per me è rimasto una figura importante del mio percorso intellettuale, con cui negli anni il rapporto è continuato, una persona amata e molto cara. 

E per la prima volta, 50 anni fa come oggi, organizzammo l’8 marzo a Corleone, su proposta di Nino e in pochissime, con manifesti scritti a mano e un ciclostilato con articoli di denuncia sulla nostra condizione, scritti da noi ma sotto falso nome, nel tentativo di non incorrere nei rigori imposti dalla Norma vigente. Tentativo fallito, perché cominciavano le botte a casa di una, i roghi di libri e riviste a casa di un’altra, e la separazione le une dalle altre. 

 

Alcuni dirigenti del Psi davano un minimo di finanziamento a Nino perché attivasse la sezione giovanile, la Fgsi, ma lo facevano solo a fini elettorali (si era in prossimità delle regionali di quel tempo) perché Nino si adoperasse fra i giovani a convogliare voti su un tale candidato. E lui, facendo un’operazione da loro non prevista né richiesta, spendeva questi quattro soldi non per sé ma per comprare libri e giornali, che significava andare spesso a Palermo a comprarli, a 60 km, perché a Corleone arrivavano solo Il Giornale di Sicilia e L’Ora, e librerie non ce n’erano e, si può dire, non ce ne sono neanche oggi. Oppure invitava un gruppo di ragazzi (tutti squattrinati) a prendere una pizza nell’unica pizzeria esistente allora, a Bolognetta, al Saloon West, e pagava lui. Insomma cercava in ogni modo di creare momenti conviviali che fossero funzionali ad innescare correnti, innesti, sinergie. 

Finite le elezioni regionali, a obiettivo raggiunto, il Psi tolse a Nino quei quattro soldi che gli dava, assolutamente incurante dell’importanza di quanto questo elemento spurio aveva intanto cominciato a fare. 

 

Nino propose allora a noi ragazze di continuare quest’esperienza autogestendola, e di creare un circolo Franca Viola, come ci suggeriva di chiamarlo in omaggio alla ragazza di Alcamo che, anni prima, aveva rifiutato di sposare l’uomo che l’aveva rapita e violentata proprio per costringerla a sposarlo, offrendole nozze riparatrici dell’onore e rovinatrici della vita di lei. Noi ragazze però eravamo troppo talpe, troppo impaurite per essere capaci di creare un circolo alla luce del sole. 

 

Alcuni compagni più di sinistra, fra cui lui, costituirono un circolo autogestito da dedicare a Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, uno degli oltre 50 sindacalisti ammazzati in Sicilia negli anni delle lotte contadine del II dopoguerra. Io però al Circolo non potei mai andare. Erano in vigore misure di “sicurezza” particolari, e non avevo quasi nessuna possibilità di movimento.

Nino fu il primo a parlarci di Bernardino Verro,a raccontarci cheCorleone era stato uno dei fulcri delle lotte contadine di fine ‘800-primi ‘900, uno dei centri in cui i Fasci (centinaia di migliaia gli aderenti!) erano più numerosi. O ci parlava di Rizzotto. Ci parlava di cose, di fatti, di storie, di personaggi che avevano fatto la Sicilia diversa o quanto meno ci avevano provato. Ci diceva che a Corleone la resistenza antimafia aveva una storia lunga quanto quella della mafia, e che era però misconosciuta. Diceva “a Corleone non siamo tutti gregari di Liggio”, che esistevano “una, dieci, cento Italie”, che “Corleone non è una repubblica indipendente” e non era stato e non doveva essere un mondo chiuso, a parte. Prima di lui nessuno ci aveva parlato di queste cose, né a scuola né a casa né da nessuna parte, e nessuno (il che non guasta) in una maniera affascinante e affabulatoria. 

In quegli anni scrivevo su un mio diario “In questo cavolo di Corleone non è mai accaduto niente di contro, mai niente che abbia rappresentato un momento di rottura, mai niente di niente!”. Erano invece accaduti eventi di massa e di portata nazionale, ed io ero solo ignorante, e come me, si può dire, quasi tutti. 

 

Quello della conoscenza con Nino e della Fgsi fu un periodo per me straordinario, in cui sentivo assieme il piacere e il dolore della conoscenza. Il piacere di conoscere cose nuove, e lo strazio dell’avvertire quindi sempre di più la compressione attorno a me, e di entrare in una spirale, specie con mio padre, d’incomprensione sempre maggiore, di repressione-reazione-ri-repressione-ri-reazione… 

Io e le mie amiche compagne di allora vivevamo la nostra vita “altra” catacombalmente: come si entrava e si usciva dalla Fgsi di nascosto, ora di nascosto si entrava e usciva dal circolo Rizzotto, s’incontrava Nino di nascosto, di nascosto si leggevano o si scrivevano certe cose, anche a casa, di nascosto ci si faceva la pelle nuova. Pena tutto quello che puntualmente accadde: repressione durissima, botte, ritiri dalla scuola, divieti assoluti di uscire, di telefonare, roghi di giornali e libri, di entrare in qualsivoglia contatto con gli amici, valium, psichiatri ed esorcisti. I rispettivi genitori di questo piccolo nucleo di amiche e compagni di scuola, concordemente, ci separarono: proibizione totale di vederci, di incontrarci. Le nostre famiglie, insomma, covavano queste “serpi” in petto, questi tasselli impazziti che eravamo, e intendevano porvi un rimedio, non importa quanto drastico. Relazioni deflagrate in alcune famiglie, rinculo totale delle ragazze in altre… Insomma, conseguenze dolorose per tutti, genitori e figli, nessuno escluso.

 

Non la facciamo troppo lunga e la tagliamo qua. Insomma, quell’8 marzo di cinquant’anni fa non lo percepivamo come separatismo dal genere umano di sesso maschile, con cui anzi volevamo incontrarci e maturare assieme. Né come una festa, né come la dazione di ramoscelli di mimosa, neanche allora. Già da allora era per noi motivo di denuncia di una condizione che percepivamo come repressiva. Oggi i motivi per percepire la Giornata della donna come momento di denuncia si infittiscono. A milioni di donne viene ancora praticata e con metodi raccapriccianti l’infibulazione, l’escissione del clitoride, o viene negato il diritto alla scuola, a vivere come si vuole. E certi potenti, di cui il nostro governo è vassallo, fingono di voler portare una “””liberazione””” a suon di bombe nella quale non crediamo affatto, né nel metodo né nelle intenzioni. E anche nella civile Europa rischiano di essere negati diritti dati invece per ormai assodati. Oggi e sempre, 8 marzo e tutti i giorni prima e tutti i giorni poi, i motivi per lottare per la democrazia e i diritti non mancano.

8 marzo 2026

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