L'INTERVISTA. Il presidente del tribunale in prima linea contro la riforma: "La giustizia è diventata pattumiera dei conflitti sociali"
DI SALVO PALAZZOLO
Le iniziative riformatrici di questa stagione, compresa quella oggetto del referendum, sono a distanza siderale dai veri problemi della giustizia quotidiana». In questa intensa campagna referendaria, il presidente del tribunale di Palermo non ha smesso di ripeterlo, ha anche scritto un libro con Antonella Mascali per ribadirlo. Si intitola "Mani legate, la separazione delle carriere per addomesticare la giustizia".
Quali sono i veri problemi della giustizia?
«In Sicilia, soprattutto, bisognerebbe razionalizzare le poche risorse a disposizione, ad esempio chiudendo i piccoli tribunali per accorparli a sedi più grandi. E poi sarebbe importante potenziare le piante organiche. Bisognerebbe intervenire anche sulle depenalizzazioni, il nostro Paese registra talmente tante fattispecie di reato che non riusciamo neanche a censirle con l'intelligenza artificiale».
Cos'è oggi la giustizia in Italia?
«Sembra trasformata in una pattumiera dei conflitti sociali. Risultato: si sommerge la magistratura con tali e tanti compiti da paralizzarne concretamente l'azione per le questioni più delicate e importanti. C'è da chiedersi: a chi giova tutto questo?».
Nel suo libro parla di "garantismo a intermittenza". A cosa si riferisce?
«Assistiamo a campagne politico-mediatiche mirate a soffiare sulle comprensibili paure di tanti cittadini: drammatizzano il rischio criminalità e producono ad arte il "nemico di turno". Su questo si costruisce la risposta penale in chiave di rassicurazione collettiva. Si vieta anche ciò che è già vietato. Si inaspriscono le pene per i delitti della marginalità sociale e per le manifestazioni di protesta non violente. Nello stesso tempo, nel 2024, si è abolito un tipico reato della criminalità del potere: l'abuso d'ufficio. Restano impunite le condotte più odiose del pubblico ufficiale che agisce per ritorsione, favoritismo o in conflitto di interessi».
I sostenitori del "Sì" al referendum sostengono che la separazione delle carriere metterà un argine a una presunta ingerenza della giustizia nelle vicende della politica.
«Io credo invece che la serietà del lavoro svolto in questi anni da toghe e polizia giudiziaria abbia convinto il Parlamento a mettere a punto progressivamente una legislazione ad hoc in materia di intercettazioni, agenti sotto copertura, premi di collaborazione, confisca dei patrimoni, patto elettorale politico-mafioso, riciclaggio e strutture investigative dedicate. Così, in diverse realtà italiane, anche del centro-nord, i processi alle alleanze tra élite mafiose, imprese e politici, consentono oggi di neutralizzare comitati d'affari che costituiscono un costante pericolo per economia, ambiente, lavoro e i diritti di tante persone. Anche questo è un modo per difendere la sovranità popolare e la qualità della nostra democrazia».
È stata una lunga e movimentata campagna referendaria, spesso con toni aspri contro la magistratura. Quale messaggio pensa sia arrivato alla gente comune? Voglia di partecipare al referendum o un distacco ancora maggiore dal dibattito pubblico e istutuzionale?
«Per tanti è stata l'occasione per riavvicinarsi al discorso pubblico e per conoscere da vicino tanti magistrati. Molti hanno capito l'autentica posta in gioco del voto di domenica prossima. È la serenità del giudice, penale o civile che sia, chiamato a decidere processi politicamente, economicamente e socialmente sensibili. Se passa questa riforma, quella serenità andrebbe perduta».
Repubblica Palermo, 18 marzo 2026

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