mercoledì, marzo 11, 2026

Caporalato a Bergamo, l'allarme della Cgil: «Al limite dello schiavismo. Non più solo in edilizia e agricoltura»

Un cantiere edile 

di Roberto Amaglio

Le vertenze aperte nel 2025 dal sindacato sono state 2.095, con 5,6 milioni di euro di importi recuperati a favore dei lavoratori. Ma c'è il rischio di sfondare gli 800 fallimenti nell’arco di un anno è concreto.

La speranza è quella di non tornare al picco dei fallimenti che era stato registrato nel 2016, ma per l’ufficio vertenze della Cgil il 2026 minaccia di essere un anno complesso. È questa l’impressione che si ha analizzando il bilancio dell’attività di tutela e i dati sulle controversie del 2025, presentato ieri nella sede del sindacato in via Garibaldi. Una fotografia che, se da un lato è in linea con quella del 2024, dall’altro lascia intravedere fosche nubi all’orizzonte.

Le vertenze aperte nel 2025 sono state 2.095

 (+1% su base annua), per un totale di 5,6 milioni di euro di importi recuperati a favore dei lavoratori; incremento simile per le liquidazioni giudiziali, passate da 398 nel 2024 a 454 nel 2025 (+14%). Ma nei primi due mesi del 2026 i procedimenti hanno già toccato quota 140; se la tendenza dovesse consolidarsi, il rischio di sfondare gli 800 fallimenti nell’arco di un anno è concreto. «I dazi americani e la nuova crisi in Medio Oriente si stanno sommando a difficoltà che hanno fiaccato il mondo produttivo bergamasco, come il Covid e l’incremento dei costi energetici provocati dalla guerra in Ucraina», ha analizzato Damiano Bettinaglio, coordinatore delle procedure concorsuali della Cgil di Bergamo. 

Sindacato che sempre più spesso è alle prese con un fenomeno che sta prendendo quota anche nella nostra provincia: quello del caporalato. 
In alcune delle 2.000 pratiche aperte, in cui si registra una maggior incidenza dei 
contratti illegittimi (dall’1,4% al 6,9% del totale delle vertenze), l’aspetto economico è solo la punta di un iceberg di diritti negati, con risvolti penali. Tra i settori produttivi esposti non ci sono più solo l’edilizia e l’agricoltura, ma anche la ristorazione, il commercio e il tessile. «Non scopriamo ora il caporalato, ma nei miei 25 anni di Cgil non mi ero mai trovato di fronte a situazioni così drammatiche, ai margini dello schiavismo», ha confessato Roberto Rossi, segretario organizzativo del sindacato.

La Cgil sta provando a far fronte alla questione allestendo una rete contro lo sfruttamento lavorativo; ne sono coinvolti gli operatori dell’ufficio migranti e dell’ufficio vertenze, le varie federazioni di categoria del sindacato, gli educatori del progetto InLav Lombardia, l’Ispettorato del Lavoro, la Procura, il Nucleo inserimento lavorativo e i legali specializzati nel diritto penale e nel diritto dell’immigrazione. «L’obiettivo non è più quello di individuare le infrazioni, ma di creare un percorso tutelato che permetta a chi denuncia la situazione che sta subendo di uscire dall’illegalità», hanno spiegato Silvia Rivola, coordinatrice Ufficio Vertenze e Paola Redondi, responsabile della segreteria del mercato del lavoro del sindacato.

Gli strumenti a disposizione per agire contro il problema vanno dal permesso di soggiorno del Testo unico sull’immigrazione, che viene rilasciato a stranieri vittime di grave sfruttamento lavorativo, fino a una maggiore collaborazione con le imprese del territorio, con le quali studiare delle soluzioni dihousing sociale e di mobilità per agevolare il percorso tra la casa e il lavoro.

Corriere.it, 10 mar 2026 

Nessun commento: