sabato, marzo 14, 2026

IL PERSONAGGIO. Stragi, delitti e guerre di mafia. Quello 007 abituato a muoversi nella zona grigia dello Stato

Bruno Contrada (a sinistra) con Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo poi assassinato da Cosa nostra nel 1979


DI LIRIO ABBATE

Ci sono storie che Palermo non riesce mai a chiudere davvero. Restano lì, sospese tra verità accertate e ombre che tornano a galla ogni volta che qualcuno riapre un fascicolo. Dentro quelle storie, quasi sempre, compare lo stesso nome: Bruno Contrada.

Per più di vent'anni è stato uno dei poliziotti più potenti di Palermo. Un funzionario ben introdotto, con una carriera costruita dentro gli apparati che combattevano la mafia: Squadra mobile, Criminalpol, Alto commissariato antimafia, fino al Sisde, il servizio segreto civile. La sua figura attraversa la stagione più oscura della storia siciliana: dagli anni Settanta delle prime grandi guerre di mafia agli anni Ottanta delle stragi interne a Cosa nostra, fino alle bombe che hanno ucciso Falcone e Borsellino.

Contrada si porta nella tomba soprattutto zone d'ombra, più che verità definitive: la prima riguarda l'estensione reale dei suoi rapporti con Cosa nostra. La seconda riguarda Paolo Borsellino. Prima della strage di via D'Amelio il magistrato aveva appreso da Gaspare Mutolo notizie sui rapporti di Contrada con ambienti mafiosi.

Per molto tempo Contrada è stato considerato uno degli uomini dello Stato impegnati nella caccia ai boss. Ma la sua storia, a un certo punto, cambia segno. La storia si costruisce lentamente, come spesso accade nelle vicende siciliane: attraverso testimonianze, riscontri, frammenti di memoria, racconti di uomini che avevano abitato dall'altra parte della barricata. Così, all'inizio degli anni Novanta, quando i pm ricostruiscono il suo percorso, emerge un'altra figura, quella che secondo l'accusa poi accolta dai giudici, con Cosa nostra avrebbe intrattenuto un rapporto di scambio e protezione.

L'accusa è precisa: Contrada avrebbe utilizzato il suo ruolo per fornire informazioni riservate a esponenti mafiosi. Avvisi su operazioni imminenti. Notizie su indagini in corso. Segnalazioni utili a evitare arresti o perquisizioni. A raccontarlo sono i collaboratori di giustizia. E il nome di Contrada riappare quando si sfogliano i capitoli misteriosi della storia palermitana. Uno di questi comincia il 6 gennaio 1980 con l'omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. È uno dei delitti che segnano una svolta nella storia della mafia. Mattarella stava tentando di cambiare il sistema di governo della Regione, di spezzare il circuito di potere che legava politica, appalti e interessi mafiosi. La sua morte è un messaggio.

L'indagine su quel delitto attraversa anni di piste, intuizioni, depistaggi, verità parziali. E dentro quella storia riaffiora, a distanza di decenni, anche un nome che appartiene alla cerchia investigativa di Contrada: Gioacchino Piritore, accusato di depistaggio proprio nell'inchiesta sull'omicidio Mattarella. Secondo l'ipotesi investigativa, avrebbe contribuito a indirizzare le indagini su una pista sbagliata, allontanando l'attenzione da quella mafiosa facendo sparire un guanto utilizzato dai killer e dimenticato nell'auto ritrovata dalla polizia.

Non è una storia conclusa. È un'indagine ancora aperta, un tentativo di rileggere uno dei grandi enigmi italiani. Ma dentro quella rilettura ritorna anche l'ombra Contrada. Non come imputato di quel delitto. Non come protagonista diretto dell'indagine. Piuttosto come il punto di origine di una rete investigativa, come il dirigente che in quegli anni guidava uomini, carriere, percorsi professionali. E così, mentre la giustizia prova a capire se e come le indagini su Mattarella siano state deviate, riemerge inevitabilmente anche quel contesto.

Quando negli anni Novanta Contrada viene arrestato e processato per concorso esterno in associazione mafiosa, i pm mettono insieme una serie di episodi concreti: operazioni saltate all'ultimo momento, latitanze inspiegabilmente protette, informazioni investigative che sembrano filtrare verso l'esterno. Ne nasce una ricostruzione che rovescia il significato della sua carriera. È questa la dimensione che rende la vicenda diversa da molte altre storie giudiziarie. Non si tratta del mafioso che corrompe un funzionario. Qui il problema è più profondo: riguarda un uomo che si muove nel cuore stesso delle strutture investigative.

Contrada appartiene alla zona grigia della storia italiana. Il luogo dove la legalità e il suo contrario non si presentano sempre come fronti opposti, ma come mondi che, per ragioni diverse, imparano a convivere. È il segno di una verità più inquieta: nella lunga guerra tra lo Stato e la mafia, qualche volta, le linee del fronte non sono state così nette come avremmo voluto credere.

La Repubblica, 14/3/2026

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