Alle elezioni amministrative del 10 marzo 1946 le donne votano per la prima volta. E in 13 vengono elette alla guida dei Comuni dove si sono candidate
ILARIA ROMEO
Nel 1946 l’Italia compì uno dei passaggi più significativi
della sua storia democratica: per la prima volta le donne furono chiamate
alle urne e poterono non solo votare, ma anche essere elette. Le elezioni
amministrative della primavera di quell’anno segnarono quindi una svolta
epocale. Non furono soltanto le prime
consultazioni democratiche dopo vent’anni di dittatura fascista, ma anche il
momento in cui milioni di cittadine entrarono pienamente nella vita politica
del Paese. Il voto amministrativo del 1946 rappresentò così il primo
passo verso una nuova idea di cittadinanza, fondata sull’uguaglianza politica
tra uomini e donne e sulla partecipazione democratica diffusa.
La prima prova della democrazia repubblicana
Le elezioni amministrative si svolsero in più tornate tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, coinvolgendo 5.722 Comuni, pari a circa il 71,6 per cento della popolazione italiana. Si trattò di una vera e propria prova generale della nuova democrazia italiana. Il Paese usciva dalla guerra con istituzioni distrutte, amministrazioni locali commissariate e un sistema politico completamente da ricostruire. Le consultazioni servivano quindi a ristabilire il funzionamento degli enti locali e a preparare il terreno alle scadenze decisive dei mesi successivi: il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e l’elezione dell’Assemblea costituente.
Il clima era complesso e spesso segnato da tensioni sociali e politiche. In alcune aree del Paese – soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole – le autorità dovevano affrontare problemi di ordine pubblico e forti conflitti sociali. Tuttavia la partecipazione elettorale fu straordinaria, segno di una società che dopo la lunga parentesi autoritaria tornava a riconoscersi nella dimensione democratica. L’affluenza fu altissima in tutta la penisola: 85,4 per cento nei Comuni del Nord, 82,8 nel Centro, 78 nel Sud, 73,3 nelle isole. Questi dati mostrano quanto il voto fosse percepito come un momento fondativo della nuova Italia.
Il primo voto delle donne
Il tratto più innovativo di quelle elezioni fu però l’ingresso delle donne nella cittadinanza politica. Un elemento spesso dimenticato riguarda i tempi molto ravvicinati con cui furono riconosciuti alle donne i diritti politici. Con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 venne riconosciuto alle donne italiane il diritto di voto, ponendo fine a una lunga esclusione dalla cittadinanza politica. Tuttavia quel provvedimento non prevedeva ancora esplicitamente la possibilità per le donne di essere elette. Il diritto di eleggibilità, cioè di candidarsi alle cariche pubbliche, fu riconosciuto solo l’anno successivo con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, approvato a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste elettorali per le amministrative. La decisione arrivò quindi quasi all’ultimo momento e lasciò ai partiti e ai movimenti politici pochissimo tempo per includere candidate nelle liste.
Nonostante questi tempi strettissimi, migliaia di donne
riuscirono comunque a entrare nei consigli comunali e alcune di loro
furono elette sindache, inaugurando una presenza femminile nelle istituzioni
che avrebbe segnato la nascita della democrazia repubblicana.
Per milioni di italiane fu un momento storico. L’accesso
alle urne non fu solo il risultato di una decisione legislativa, ma l’esito di
un lungo percorso di mobilitazione politica e sociale, alimentato dal
movimento femminile, dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalle organizzazioni
del lavoro.
Il suffragio femminile segnò l’inizio di una nuova fase
della democrazia italiana: la cittadinanza delle donne non si limitava più alla
sfera sociale o familiare, ma entrava pienamente nello spazio pubblico e
politico. La partecipazione femminile fu molto elevata. In diverse regioni
le donne votarono addirittura più degli uomini, segno di una forte domanda di
partecipazione politica maturata negli anni della guerra e della Resistenza.
Parallelamente si sviluppò un intenso lavoro di
alfabetizzazione democratica. Partiti, associazioni e organizzazioni femminili
promossero incontri pubblici, opuscoli informativi e guide al voto per
accompagnare le nuove elettrici nell’esercizio dei diritti politici.
Le donne nelle amministrazioni locali
Il risultato fu immediato: migliaia di donne entrarono nei
consigli comunali e nelle giunte municipali. In un Paese che fino a pochi mesi
prima non riconosceva loro neppure il diritto di voto, la presenza femminile
nelle istituzioni locali rappresentava una trasformazione radicale della
vita pubblica.
All’interno di questa nuova partecipazione politica si
affermò anche un fenomeno destinato a diventare simbolico: l’elezione delle
prime donne alla guida di un’amministrazione comunale. Le ricerche storiche
hanno individuato 13 sindache elette nel primo ciclo amministrativo del
dopoguerra, provenienti da diverse aree politiche e da contesti sociali
differenti.
Molte erano insegnanti, attiviste antifasciste, militanti
nei partiti di massa del dopoguerra o impegnate nell’associazionismo cattolico.
In diversi casi avevano partecipato alla Resistenza o alle attività
di solidarietà durante la guerra.
Le prime sindache d’Italia
Le prime cittadine elette nel 1946 appartenevano sia
all’area della sinistra sia a quella cattolica. Si trattava, nello specifico
di: Ada Natali, Massa Fermana (Marche); Elsa Damiani Prampolini,
Spello (Umbria); Elisa Carloni, Castiglion Fibocchi (Toscana); Alda
Arisi, Borgosatollo (Lombardia); Elena Tosetti, Fanano
(Emilia-Romagna); Anna Montiroli Coccia, Roccantica (Lazio); Ninetta
Bartoli, Borutta (Sardegna); Margherita Sanna, Orune (Sardegna); Caterina
Tufarelli Palumbo Pisani, San Sosti (Calabria); Ottavia Fontana, Veronella
(Veneto); Ines Nervi, San Pietro in Amantea (Calabria); Briseide
Verrotti, Accadia (Puglia); Lydia Toraldo Serra, Tropea (Calabria).
La loro distribuzione geografica è significativa: le prime
sindache non furono concentrate solo nelle regioni industrializzate del Nord,
ma comparvero anche nel Mezzogiorno e nelle isole. Questo dato riflette
la diffusione capillare della partecipazione democratica nel
dopoguerra.
Ada Natali e le altre protagoniste della ricostruzione
Tra queste figure spicca Ada Natali, sindaca di Massa
Fermana e considerata la prima sindaca d’Italia. Militante comunista e
partigiana, Natali rappresentava una generazione di donne che aveva maturato la
propria esperienza politica nella lotta antifascista.
Ma accanto a lei operarono molte altre amministratrici che,
nei loro Comuni, affrontarono i problemi concreti della ricostruzione: la
mancanza di infrastrutture, la povertà diffusa, la gestione degli
sfollati, la riapertura delle scuole e dei servizi pubblici.
Emblematico è il caso di Elena Tosetti, sindaca di
Fanano, che nel 1947 fu raffigurata dalla Domenica del Corriere mentre
spalava la neve insieme agli impiegati comunali per liberare le strade del
paese. L’immagine divenne simbolo di un’amministrazione vicina alla comunità e
pronta a condividere le difficoltà quotidiane dei cittadini.
Una presenza pionieristica
Nonostante il loro numero limitato, le prime sindache ebbero
un significato storico enorme. Esse dimostrarono che la partecipazione politica
femminile non era soltanto una questione di diritti formali, ma poteva
tradursi in responsabilità di governo e capacità amministrativa.
La loro esperienza contribuì lentamente a modificare
l’immaginario politico di un Paese ancora fortemente segnato da stereotipi
di genere. Tuttavia la strada verso la piena parità sarebbe stata lunga: per
molti decenni la presenza femminile alla guida dei Comuni italiani rimase
minoritaria.
Un anniversario che parla al presente
A ottant’anni da quelle elezioni, ricordare le
amministrative del 1946 e le prime sindache significa riconoscere il ruolo
delle donne nella costruzione della democrazia repubblicana. Il voto del 1946
non fu soltanto un momento di conquista dei diritti civili, ma l’avvio di un
processo più ampio di trasformazione sociale e politica. Le donne non entrarono
solo nelle urne: entrarono nei consigli comunali, nelle giunte e in alcuni casi
alla guida dei municipi, contribuendo direttamente alla ricostruzione del Paese.
Quelle amministratrici furono dunque molto più che una
curiosità storica: furono pioniere della democrazia italiana, protagoniste
di una stagione in cui la partecipazione politica e l’impegno civile
ridisegnarono il volto della Repubblica.
Collettiva, 10 marzo 2026

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