di GIUSEPPE SAVAGNONE
Chi ben comincia…
Non possiamo sapere quale sarà l’esito del referendum costituzionale per cui gli italiani sono chiamati a votare il 22 e il 23 marzo, però possiamo già fare qualche considerazione sulla campagna referendaria che ora si conclude. Perché una democrazia non si giudica solo dalle leggi che fa, ma anche e forse innanzitutto dal modo in cui le fa. Tanto più in questo caso, perché – essendo in gioco un voto popolare sulla Costituzione – , il percorso che ha portato ad esso è particolarmente indicativo dell’interpretazione che i cittadini danno di quest’ultima.
L’inizio di un processo ne condiziona lo svolgimento. E l’inizio è stata l’approvazione definitiva da parte del Senato, il 30 ottobre 2025, di una legge sulla giustizia definita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni «un traguardo storico».
E in effetti la grande maggioranza dei cittadini desiderava da tempo una riforma che rimediasse alle gravi disfunzioni del nostro sistema giudiziario: tempi lunghissimi, clamorosi errori, scandali che mettevano in discussione la credibilità dei giudici. Perciò l’esito del referendum che doveva confermare la legge appariva scontato, tanto che i primi sondaggi indicavano una schiacciante maggioranza (ben dieci punti) dei Sì rispetto ai No. Non a caso a promuoverlo furono subito i rappresentanti dei partiti che l’avevano appena approvata, desiderosi di chiudere al più presto quella che si presentava come una formalità. Da qui anche la fretta del governo, che, ignorando le richieste di lasciare più tempo al dibattito, fissava la data del referendum a marzo.
Non mancavano le opposizioni, prima fra tutte quella della stessa Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Ma ad esse i membri del governo rispondevano sottolineando che quella appena approvata non era «una legge punitiva contro la magistratura» e che sarebbe stato assurdo attribuirle un significato politico.
«Il prossimo step sarà il referendum», disse il ministro della Giustizia Nordio. «Mi auguro che venga mantenuto in termini pacati, razionali e non politicizzati». Perciò, aggiunse, «è bene che la magistratura, come io auspico, esponga tutte le sue ragioni tecniche, ma per l’amor del cielo non si aggreghi a forze politiche per farne una specie di referendum pro o contro il governo».
Fin da quel momento, però, qualcosa sembrò non quadrare perfettamente. Già il fatto che la legge fosse stata approvata, dopo due passaggi parlamentari, a colpi di maggioranza, senza una minima modifica rispetto al testo proposto dal governo, in un clima di scontro frontale con le opposizioni, non rispecchiava lo spirito dialogico che aveva animato i padri costituenti quando, pur partendo da posizioni ideologiche lontanissime (erano democristiani, comunisti, liberali), avevano saputo superare la logica del braccio di ferro per abbracciare quella dell’ascolto reciproco, dando vita così a un testo ancora oggi ammirevole.
Sottolineava questa unilateralità, del resto, l’esultanza con cui la maggioranza salutò quella che venne percepita dai suo stessi membri, dai media e dall’opinione pubblica, come la vittoria di una fazione, piuttosto che come l’agognata riforma della giustizia che tutti gli italiani desideravano. Come stupirsi che la campagna referendaria abbia segnato una drastica spaccatura del paese?
A confermare questa percezione fu del resto la dedica della riforma, da parte di membri del governo, al più divisivo personaggio politico della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, famoso per i suoi aspri conflitti con i magistrati. Eloquente la vignetta pubblicata in prima pagina da «Libero», diretto dall’ex portavoce di Meloni, Mario Sechi, in cui era rappresentato il cavaliere assiso – schiacciandolo sotto il suo posteriore – su un palazzo di giustizia.
Un’immagine che contrastava chiaramente con l’assicurazione di Tajani – il leader del partito di Berlusconi, Forza Italia, che porta ancor oggi il suo nome nel proprio simbolo – quando smentiva «le interpretazioni malevole fatte, perché nessuno vuole attaccare la magistratura». Come stupirsi che la campagna referendaria abbia dato ragione alla vignetta, più che al nostro vice-premier, trasformandosi in una battaglia sui giudici?
Le due opposte linee del No e del Sì
Più alla radice, però, era il clima stesso in cui questa riforma vedeva la luce a mostrare chiaramente che proprio nella tensione tra politica e magistratura essa aveva la sua vera ragion d’essere. Da tempo si moltiplicavano le proteste dei membri del governo e della maggioranza contro sentenze in materia di immigrazione e di ordine pubblico, giudicate una «invasione di campo» da parte dei magistrati, perché in contrasto con la linea politica dell’esecutivo. Ed è molto significativo che, proprio alla vigilia dell’approvazione definitiva della riforma, la premier l’abbia indicata come «la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza».
Questa esasperazione ha un preciso fondamento nella convinzione, espressa da vari esponenti della maggioranza e dalla stessa premier, che un governo espressione della volontà popolare non può essere ostacolato da un corpo di burocrati e che, se i giudici vogliono interferire con le scelte dell’esecutivo, devono prima candidarsi e farsi votare.
Una visione della democrazia molto diversa da quella della nostra Costituzione, basata invece sulla reciproca limitazione dei poteri e sull’autonomia dell’ordine giudiziario, a cui spetta il compito esclusivo di interpretare e applicare la legge. La sovranità del popolo non conferisce a chi ne ha il consenso un potere assoluto.
Quanto sia difficile per l’attuale maggioranza far suo questo principio lo evidenzia la dichiarazione di Giorgia Meloni al Meeting di CL: «Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano». Dimenticando che proprio ai giudici, non al governo, spetta, secondo la nostra Costituzione, questo compito.
Certo, nel far questo essi possono sbagliare (come del resto anche i politici), ma a giudicare il loro operato non possono essere i rappresentanti degli altri due poteri, bensì solo altri giudici, come del resto prevede l’ordinamento giudiziario con i gradi di appello e il ruolo disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (CSM).
Intanto emergeva, come riconoscevano gli stessi sostenitori del Sì, l’ammissione che – per usare le parole di uno di essi, l’ex pm Di Pietro – «la magistratura non funziona e non funzionerà neanche dopo questa riforma» e che, se si vuole rimediare alla sua più grave disfunzione, la lentezza dei processi, «non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti». Cosa di cui la nuova legge non si occupa minimamente.
Da qui l’accusa alla riforma, da parte dei Comitati del No, di non avere in realtà l’obiettivo, auspicato da tutti, di rendere più efficiente la giustizia, a vantaggio dei cittadini, ma quello di sottomettere la magistratura alla maggioranza di governo, a esclusivo vantaggio di quest’ultima. E in questa luce sono stati interpretati, nel corso di questa campagna referendaria, i singoli punti del testo della legge, nessuno dei quali dice espressamente questo, ma alcuni dei quali aprono la via, quando ci saranno i provvedimenti attuativi, a un controllo dei due CSM e dell’Alta corte disciplinare da parte della politica.
I sostenitori del Sì hanno sistematicamente ribattuto che questo è un processo alle intenzioni e che il referendum riguarda ciò che il testo dice, non quello che non dice. Ma soprattutto, davanti all’allarmante rimonta del No nei sondaggi, hanno puntato, per arrestarla, su una sempre più dura denunzia degli effetti perversi a cui il gioco delle correnti ha dato luogo finora all’interno del CSM, e a cui il meccanismo del sorteggio e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare dovrebbe portare rimedio.
Alla difesa dell’autonomia da parte dei loro avversari, essi hanno risposto che essa non può significare irresponsabilità e impunità, accusando i giudici di difendere una logica corporativa che permette loro di essere gli unici cittadini a poter eludere il semplice principio che chi sbaglia paga. Un’accusa che i sostenitori della riforma hanno suffragato con la citazione puntuale di casi in cui dei magistrati, responsabili di gravi errori o addirittura di colpe, non hanno subìto per questo serie conseguenze.
Che il problema sia reale, peraltro, lo dimostra il fatto che esso era stato già posto, ben prima di questa legislatura, da giuristi e politici delle più diverse estrazioni ideologiche e politiche, le cui ipotesi di soluzione coincidevano con singoli punti ora ripresi nell’attuale riforma. Questo spiega anche perché anche in questa campagna tra i sostenitori del Sì ce ne siano che certo non condividono la visione d’insieme della maggioranza di governo, ma che, guardando al testo, piuttosto che al contesto, considerano necessarie le innovazioni proposte nel primo, pur vedendo i rischi presenti nel secondo.
Un’Italia peggiore
Era facile, in questa drastica contrapposizione, che da entrambe le parti si esagerassero i toni, ed è ciò che è ampiamente accaduto. Accanto a tanti dibattiti civili, a cui possiamo dare atto di essere stati un contributo alla crescita della coscienza democratica del nostro paese, se ne sono registrati altri dove il confronto si è trasformato in una guerra civile.
In particolare, sul fronte del No ha fatto scalpore l’affermazione del pubblico ministero Gratteri, secondo cui «per il No voteranno le persone per bene e per il Sì gli indagati e la massoneria deviata». Su quello del Sì, ha avuto grande risonanza le parole di Giusi Bartolozzi, capo-gabinetto del ministro della Giustizia, durante un dibattito televisivo: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione. Plotoni di esecuzione». Entrambi gli autori di queste cadute di stile hanno sostenuto di essere stati travisati e può esser anche così. Ma è certo che, al di là delle loro intenzioni, il messaggio che essi – come tutti coloro che da una parte e dall’altra si sono lasciati andare a espressioni simili – hanno di fatto trasmesso è stato di una inaccettabile intolleranza.
Con una differenza, però. Gratteri – e i sostenitori del No che si sono lasciati andare ad eccessi verbali – hanno demonizzato i sostenitori della riforma, non le istituzioni – Parlamento e governo – che l’hanno promossa. Bartolozzi e i suoi emuli, invece, hanno attaccato la magistratura in quanto tale.
Un attacco che purtroppo è stato fatto proprio dalla nostra presidente del Consiglio, che – costretta dal cattivo andamento della campagna del Sì a scendere in campo personalmente – nei suoi ultimi interventi ha parlato con un linguaggio del tutto inadatto alla rappresentante di un potere dello Stato, tenuta dalla Costituzione a rispettare gli altri poteri, ma da capo-partito.
Se la riforma non dovesse passare, ha affermato «ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera» ed anche «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».
Insomma, la magistratura, così com’è, sarebbe fatta di magistrati negligenti, carrieristi, inaffidabili tutori della sicurezza, pericolosi ideologi nemici della famiglia. Naturalmente la premier si ricorda ogni tanto di precisare che si riferisce a “frange”, non a tutti i magistrati. Solo che questo non è compatibile con la sua tesi che la lunghezza dei processi, un fenomeno così diffuso da caratterizzare purtroppo l’amministrazione della giustizia italiana nel suo insieme, sia dovuta alla negligenza dei giudici e non alla carenza degli organici, che la corsa alla carriera vizi alla radice la selezione dei concorrenti ai gradi apicali della magistratura, che l’indottrinamento ideologico si manifesti praticamente in tutte le sentenze che riguardano migranti e ordine pubblico, nonché in alcune riguardanti la famiglia. Tanto da rendere necessario cambiare ben sette articoli della costituzione. Altro che “frange”!
Non sappiamo se vincerà il Sì o il No. Ma in entrambi i casi, ciò che resterà sarà un paese spaccato e in cui il potere a cui è affidata il delicatissimo compito dell’amministrazione della giustizia esce delegittimato e ormai additato come una minaccia per i cittadini. Tutti i tentativi di attenuare questa conclusione suonano poco convincenti, quanto quelli di Gratteri e Bartolozzi. Le intenzioni forse erano altre, ma quello che si é detto si è detto.
Non ci sembra alla fine sia stato un guadagno per la nostra democrazia. Gli italiani non avevano bisogno di essere allontanati dalle istituzioni, da quella giudiziaria in particolare, e tanto meno di percepire una guerra tra i poteri costituzionali. Chiunque vincerà, avremo tutti a che fare con un’Italia peggiore.
Tuttavia.eu, 19 marzo 2026

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