
Il corteo No Kings a Roma: secondo gli organizzatori hanno partecipato in trecentomila. Sotto, le foto di Meloni, Nordio e La Russa a testa in giù. Accanto la ghigliottina
DI VIOLA GIANNOLI
Giù la corona, il Re è nudo!», gridano i giovani No Kings in prima fila. «E anche la Regina!», rispondono quelli qualche fila più indietro. Intendono Meloni. Sono «300mila», dicono contandosi a sera, i manifestanti scesi in piazza a Roma «contro guerre e autoritarismo». Contro re e regine, appunto. Ciascuno, in questo contenitore di cartelli, vertenze e battaglie importato dagli Usa e cresciuto sull'onda del No al referendum, indica i propri regnanti da tirar giù, metaforicamente parlando.
Per gli studenti, tanti tantissimi, sono Trump, Putin, Netanyahu e il loro bellicismo: «C'è stato un risveglio dopo un lungo periodo di inattività politica, ci sentiamo coinvolti perché poi a morire ci andiamo noi», dice Matteo, diciassette anni, che sfila in via Merulana insieme al suo collettivo con lo striscione "Terza guerra mondiale? Ma che siete matti, non la vogliamo studiare". Per le femministe è la senatrice Giulia Bongiorno e il suo ddl sul consenso a dover "cadere", perché «mette le donne nella condizione di dover dimostrare di essersi sufficientemente opposta a una violenza». Per i movimenti del diritto all'abitare i re sono «i fondi d'investimento che sgomberano le occupazioni e rubano suolo per realizzare studentati di lusso quando mancano le case». Per la Fiom «la guerra nella guerra è quella delle morti sul lavoro», dichiara il segretario generale Michele De Palma. Per gli invisibili, i migranti, gli orfani del decreto flussi è il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi: «Il Viminale sta creando la stessa clandestinità che dice di combattere». Per la Cgil è chi investe nelle armi, «nella logica e nella cultura della guerra perché da lì vengono i problemi che si chiamano salari, democrazia, autoritarismo», spiega il segretario Maurizio Landini. Per Avs sono i «tiranni che non vogliono un mondo di pace», racconta Nicola Fratoianni, in piazza con Angelo Bonelli, in un campo largo che ieri s'è ristretto senza i big di Pd e M5s.
«Eccola l'opposizione sociale», dicono i No Kings, «questa è la piazza del No al referendum, quella che ha dato una spallata a Meloni ed è pronta a dargliene un'altra: possiamo batterla nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Dopo il No sulla giustizia siamo pronti a dire molti altri No a questo governo». In uno slogan: «Meloni vattene», rimbomba tra i palazzi e nei tunnel.
Quando la testa del corteo raggiunge piazza San Giovanni, la coda è a quasi due chilometri di distanza, separata da oltre mezz'ora a piedi. E allora si prosegue: «Blocchiamo tutto», è il grido che parte dal camion. Sulla tangenziale il cartellone luminoso indica "Vento forte da est". Da lì arriva quel che resta dei «300mila» stavolta senza clacson, senza macchine, la strada già sgomberata e presidiata da una parte dei mille agenti schierati dal Viminale. Sventolano le kefiah, le bandiere della pace, le sigle di sindacati, gruppi e gruppuscoli. Un missile di legno ha una punta di rose: mettete dei fiori nei vostri cannoni. I bambini corrono sotto la lunghissima striscia palestinese, una bandiera verde, rossa, bianca e nera. Ci sono cartelli quasi infantili: «Presidente Trump brutto farabutto», «Rimandiamo a casa la famiglia del fantabosco». I Cobas citano Shakespeare: «Viviamo per camminare sulla testa dei re».
Davanti a una ghigliottina di cartone ci sono le foto a testa in giù di Meloni, Nordio e La Russa. «Per dare un taglio alle bugie», dicono i quattro ragazzini del flash mob. «C'è molto odio in piazza, si è superato il limite, atto criminale, inaccettabile violenza», reagisce in coro il centrodestra.
La tensione per gli scontri della vigilia si scioglie però al sole. Anche quella per gli anarchici: sono venuti dal circolo del Ponte della ghisolfa di Milano, dal gruppo Bakunin di Roma e poi ci sono i solidali del Fai con Alfredo Cospito contro la sua reclusione al 41bis. "Se viviamo è per far saltare la testa dei re", hanno scritto sullo striscione che ricorda Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti nell'eplosione di due ordigni che stavano costruendo in un casale al parco degli Acquedotti. Lì oggi gli anarchici avrebbero dovuto commemorarli. Manifestazione vietata. Il timore della Digos è che dopo il corteo pacifico, ampio e plurale di ieri, oggi salti invece la tregua.
La Repubblica, 29 marzo 2026

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