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| La copertina del libro |
di LEOLUCA CASCIO
Asseriva
un anonimo che «la comunicazione non parte dalla bocca che parla ma
dall’orecchio che ascolta», affermazione calzante per descrivere l’intera opera
del poeta-cantastorie Franco Trincale, compreso il libro antologico, a cura di
Mauro Geraci, Pensu chiudu l’occhi e scrivu (Roma 2020), nel
quale sono raccolte unicamente sue poesie. Lo stesso Trincale scrive che le
poesie contenute all’interno del volume sono «pensieri, impressioni istantanee,
visioni, a volte di paure, rimorsi, ossessioni, confessioni, testamenti, altre
volte di riflessioni critiche e polemiche che ho vissuto, visto e sentito
attorno a me» [1]. È evidente, e non
potrebbe essere diversamente, il fil rouge con la sua attività
di cantastorie che l’ha portato nelle piazze di tutta Italia, ma non solo, per
più di sessant’anni a cantare le sue storie e ballate.
Ascolto, osservazione, stesura e comunicazione sono poste sulla stessa linea di
elaborazione. Trincale, infatti, «ragiona continuamente sulla corrispondenza
tra ciò che egli ha vissuto e ciò che egli canta e ha cantato» [2] esprimendo
creativamente sé stesso e avendo, necessariamente e contemporaneamente, bisogno
di dialogare con gli altri, così come nella poesia “Cantu pi tia”.