sabato, giugno 13, 2026

Ritratti: scrittori del nostro tempo. Maurizio Piscopo incontra Fabio Stassi

Fabio Stassi

MAURIZIO PISCOPO

Un pomeriggio di maggio lo scrittore Salvatore Ferlita mi ha invitato a partecipare ad una iniziativa organizzata dall’Università di Palermo, nel Complesso Monumentale dello Steri sui Circuiti di Carta, dal titolo “Il fascismo e la diffusione della cultura in tredici libri”. 

In questa occasione mi ha presentato Fabio Stassi di cui avevo sentito parlare per le innumerevoli attività culturali e per le sue pregevoli pubblicazioni con l’editore Sellerio. Quel pomeriggio nell’Aula Magna dello Steri ho ascoltato con grande attenzione la relazione di Fabio su “La notte dei libri bruciati” . L’indomani ho acquistato il libro Bebelplatz e dopo averlo letto ho deciso di realizzare questa intervista. Ma andiamo a conoscere Fabio Stassi da vicino…

-Qual è il potere incantatorio dei libri e qual è rapporto tra libri e realtà?

Incantare, come incantesimo, ha un’etimologia curiosa e una doppia accezione. proviene da canto e da cantare, ma canto è anche un angolo tra due muri, un sasso di pietra viva con molti acuti. Una persona incantata, se riferita per esempio a un malato di Alzheimer, è anche una persona che si è bloccata, rigida e immobile quanto un sasso. Nella lingua persiana,

invece, il vocabolo “incantesimo” è imparentato con il vocabolo “racconto”, sostanza salvifica della narrazione e la sua componente catartica e terapeutica. Ecco, i libri hanno questo potere di paralizzarci il corpo, ma di liberarci nel pensiero, nelle emozioni, di offrirci un paio di occhiali per vedere meglio la realtà. Anche se fa male. Se per Max Weber “la modernità è il disincanto del mondo, è la fine del pensiero magico”, Guy Davenport scrisse che Don Chisciotte era un libro “sull’inadeguatezza dell’incantesimo in un mondo disincantato e sulla futilità dell’incantesimo in generale”. Oggi penso che il rapporto tra i libri e la realtà sia proprio questa scommessa sulla sopravvivenza dell’incantesimo in un mondo disincantato, che è come dire sulla sopravvivenza della speranza in un mondo disperato.


-Un libro è un fucile carico, di che cosa?

Non mi piace questa similitudine. Appartiene infatti al linguaggio bellicoso di Mussolini. Purtroppo il linguaggio si è impregnato di termini militari: si dice per esempio che i migranti sbarcano, come gli eserciti. Invece approdano. O naufragano. Ecco: per me la letteratura è la protesta più radicale contro la guerra, e quindi anche contro l’uso manipolatorio o militarista del linguaggio. Aveva ragione Rodari, nel libro degli errori, quando diceva che bisognerebbe inventare lo scannone, che serve appunto a disfare, non a fare, la guerra. Come sosteneva Michela Murgia, non riesco a capire perché la Repubblica – oggi è la sua festa – si debba celebrare con una parata militare. Quanto sarebbe stato bello vedere sfilare dei libri, e delle lettrici e dei lettori, e poi dei docenti di scuola superiore, dei medici, dei volontari… È questa la possibilità che ci offrono le parole. Credere ostinatamente nella possibilità un mondo più giusto e senza guerra.Un libro dovrebbe essere sempre un modo per scaricare le armi, per rinunciare a ogni arma, per bruciare in un braciere ogni fucile, come hanno fatto i curdi l’estate scorsa. La letteratura è lo scandalo di offrire la propria assoluta inermità al mondo.

-Chi sono gli scriventi?

Questa parola che usava Elsa Morante oltre cinquant’anni fa descrive bene non soltanto il sovraffollamento dell’editoria e lo spopolamento delle lettrici e dei lettori, ma una precisa distinzione: tra scrittori e scriventi. Il guaio è che quando si pubblicano ottantamila libri l’anno, sono venuti meno i motivi veri, interiori, anche etici, se vogliamo, per i quali si scrive. Sono stati cioè sostituiti da altri, che conosciamo tutti, e con cui misuriamo le cose, purtroppo: il successo, l’affermazione di sé, il profitto, il narcisismo, la vanità, l’egolatria. Gli scriventi inseguono questi modelli. E per questo sono disposti spesso a tutto. Scrivere è invece sempre un atto sovversivo: non si dovrebbe scrivere per acquisire potere o meriti, anzi, per denunciare il potere e rifiutare ogni merito. Una volta, una scrittrice cilena mi disse che bisognerebbe scrivere per il proprio disonore.


-Leggere è una preghiera laica?

È una bellissima espressione che credo trovai in un libro di Richard Ford. Sì, la condivido molto. Viviamo un tempo senza spiritualità, o almeno dove è concessa alla spiritualità pochissimo spazio. E per spiritualità intendo anche quella zona di confine in cui ritrovarsi soli con sé stessi. La lettura è quella no man’sland, quel tempo in cui poter essere finalmente delle donne e degli uomini liberi. Ed è questo, per me, un modo laico di pregare.

-Quali sono le qualità terapeutiche della letteratura ?

Un ritornello ripetuto a volte anche in maniera meccanica vuole che la letteratura non debba consolare. È naturalmente giusto. Ma come tutte le frasi che diventano iconiche, si rischia sempre di trasformarle in verità stereotipate, e incomplete. Negli ultimi tempi mi sono convinto che esista una piccola differenza, per esempio, tra la parola consolazione e la parola conforto. La consolazione vuol dire offrire una speranza falsa. Dire ad esempio a un malato terminale che potrà guarire. E questo, naturalmente, la letteratura non deve, e non può farlo. Ma il conforto è un’altra cosa. Non si deve dimenticare mai quanto umano sia il suo esercizio. Dare conforto significa non abbellire le cose, non dire che questo è il migliore dei mondi possibili, e che andrà tutto bene, ma semplicemente far sentire una vicinanza, anche silenziosa, trasmettere questo senso comune e condiviso del destino e della condizione umana. In questa direzione, la letteratura ha delle enormi qualità terapeutiche, proprio perché ci fa sentire meno soli di fronte all’ingiustizia o alla morte o alla condizione umana, all’esperienza del dolore, dell’ingiustizia. La prova la vediamo in condizioni estreme, nelle prigioni o negli ospedali, ad esempio. Nelle prigioni dotate di una biblioteca, si uccide un terzo di detenuti in meno. E questo significa che un libro, anche un solo libro, la lettura di un solo libro, può salvarci la vita.


-Un commento su questa frase: “ L’uomo del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere”…Cosa intendeva dire Joseph Goebbels?

Credo che Goebbels si riferisse a un ideale umano esattamente all’opposto di quello di Don Chisciotte. Perché Don Chisciotte è per eccellenza l’uomo fatto di libri, un uomo – secondo la logica nazista – talmente privo di carattere da immedesimarsi volta per volta in tutti i personaggi di cui legge le avventure. Ecco cos’è il lettore: una donna o un uomo che abdicano da sé stessi, almeno per il tempo della lettura di un libro, e così facendo indossano i panni di un altro. Leggere è un esercizio di empatia, e anche un conforto, perché ritroviamo le nostre stesse fragilità e debolezze, e ci sentiamo meno soli. Ma Goebbels sogna un uomo fatto solo di carattere – ma attenzione: lo sogna solo per i capi. Sogna cioè qualcuno che non esca mai da sé stesso, e che imponga con la forza la sua personalità agli altri. Mi sono sempre interrogato sull’espressione di Gesù “beati i poveri di spirito”. Chi sono i poveri di spirito? Forse sono persone senza carattere, senza personalità, proprio quelle che esaltava Goebbels. Ma anche qui c’è un inganno: in realtà, l’uomo tedesco del futuro deve essere per lui una massa, senza carattere anche lei, soltanto in un altro modo: non predisposta alla pluralità delle voci, subordinata solo alla voce del capo.

-Perché il mondo non può essere raccontato da un solo scrittore?

Il mondo è il luogo della varietà, della pluralità. Nessuno, con la nostra limitatissima vita, potrebbe mai raccontarlo per intero. Ma alcuni grandi scrittori hanno scritto dei libri che sono delle opere-mondo, degli universi, e tutti hanno contribuito in qualche modo a rappresentare un aspetto dell’umano. Uno scrittore caraibico, Patrick Chaimoseau, ci ha insegnato però, in un Manifesto della letteratura creola, che anche la parola universalità, la parola più larga che abbiamo, in Occidente, è fondata in realtà sul concetto di uno. Diciamo infatti uni-versale. Per questo, lui propone di superarlo, con una parola che non esiste: diversalità. Ecco, la letteratura è e sarà sempre, diversale, è la sua natura.


-Viviamo in un Paese con mille scrittori colti e mille lettori analfabeti che non capiscono quello che leggono…

Nonostante tutto, continuo ad avere fiducia negli esseri umani, nelle lettrici e nei lettori. Come sosteneva Tabucchi, dobbiamo fare un elogio alla letteratura e alle lettrici e ai lettori perché nessun potere al mondo li ha mai potuti cancellare. Non credo alle generalizzazioni, e non mi piacciono. Dipende sempre da noi, caso per caso. Forse bisogna prendere atto che la letteratura – e soprattutto la poesia – non occupano più il posto che avevano prima, bisogna anche ammettere che esistono altre forme di racconto e che tutto cambia vorticosamente – per esempio, auspico un ritorno all’oralità. Ma sono comunque orgoglioso di amare la letteratura. Del resto, non potrei vivere altrimenti.

– Qual è l’insegnamento che non abbiamo colto dalla distruzione che portano tutte le guerre?

Che la guerra non si può criticare, come ha detto qualcuno, si deve abolire, e basta. Deve diventare un tabù, come l’incesto, o la pedofilia. Perché è un atto pedofilo e incestuoso, oltre che omicida.

-Quali sono i suoni ascoltati nell’infanzia che non si dimenticano?

Il mio libro del comodino, lo dico sempre, è La lingua salvata di Elias Canetti. Credo che il mondo sia anche linguaggio, e il primo linguaggio in cui ci viene mostrato è la lente con cui si continuerà a parlare per tutta la vita. Poi ci sono le voci che si ascoltano da bambino. Ognuna di queste voci ce la portiamo dentro per sempre. Sono il nostro diapason. Il metro con cui misuriamo tutte le voci che sono venute dopo, e al quale ci accordiamo. Valerio Magrelli ha scritto un libro di poesie intitolandolo Exfanzia. E Gospodinov dice che è questa la nostra condizione, quando cresciamo. Veniamo espulsi dall’infanzia, siamo tutti in esilio. Anche la nostalgia nasce da qui.


-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio progetto, dopo Bebelplatz, che mi ha riportato alla realtà e al romanzo senza finzione, è proprio quello di provare a raccontare le voci della mia infanzia, dove e come è nato il mondo, per me. È un progetto a cui lavoro ormai da venticinque anni, e spero che a gennaio del prossimo anno vedrà finalmente la luce.


Biografia

Fabio Stassi è nato a Roma nel 1962 e dirige la Biblioteca del dipartimento di Studi Orientali alla Sapienza. Ha debuttato nel 2006 con il romanzo Fumisteria (Premio Vittorini Opera Prima), a cui hanno fatto seguito molti altri lavori: da L’ultimo ballo di Charlot (Premio Selezione Campiello e Premio Sciascia, tradotto in 19 lingue), a La lettrice scomparsa (Premio Scerbanenco) a Mastro Geppetto (Premio Dessì, Premio Stresa e Premio Croce). I suoi ultimi libri sono: Notturno francese (2022), E d’ogni male mi guarisce un bel verso. Breve discorso su Dante, la poesia e il dolore (2023) e Bebelplatz. La notte dei libri bruciati (2024, Premio Isola d’Arturo Elsa Morante e Premio Selezione Campiello). I suoi romanzi sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio, per la quale si è anche occupato dell’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013 e 2016) e Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici (2017). Per Minimum Fax ha dedicato un libro ai personaggi di romanzo, Il libro dei personaggi letterari (2015), e ai poeti italiani del Novecento, Con in bocca il sapore del mondo (2018). Ha scritto anche per ragazzi per Sinnos e Bompiani.

Nel 2024 gli è stato assegnato il Premio Hermann Kesten dal Pen Deutschland per la difesa della libertà di parola. Queste le motivazioni: “Fabio Stassi scrive come un cosmopolita e un illuminista nello spirito dell’umanesimo radicale, proprio della tradizione narrativa del Mediterraneo. Esprime ad alta voce la sua preoccupazione, il suo orrore e il suo disgusto per i sintomi di un’infezione che ci riporta ai fantasmi del passato, alle dittature del XX secolo e ai loro metodi.”

Ripost.it, 22/6/2026







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