Davide Ferrara
Palermo - Incendi, pallottole e bottigliette viaggerebbero prima su reti criptate: la lista degli attentati mafiosi agli imprenditori di Tommaso Natale, San Lorenzo, Sferracavallo, Isola delle Femmine, Capaci e Carini sarebbe stata stilata prima in carcere e poi inviata attraverso un cellulare a chi nel territorio fa da sentinella. Direttive che arrivano a quei bravi ragazzi dello Zen e della Marinella, pronti a piazzare bottiglie con la benzina marca 5 mila euro (il prezzo da pagare per la pace, cioè evitare guai) o a rubare le automobili che saranno poi date alle fiamme all’interno degli autolavaggi delle stazioni di rifornimento da colpire.
Sono alcuni degli elementi collaterali dell’inchiesta che ha portato agli otto fermi eseguiti ieri da polizia e carabinieri. Gli investigatori si sono concentrati anche sui social, dove c’erano già una sorta di «confessioni» da parte degli indagati. Video e fotografie pubblicate su Tiktok - ormai la piattaforma preferita per far sapere a amici e coetanei la propria caratura criminale e gli eventuali ruoli all’interno dell’organizzazione - attraverso cui uno dei fermati, Samuele D’Acquisto (detto u scimmia), Davide Carcione e Rosario Piazza lanciavano messaggi espliciti.
Gli audio che accompagnano i loro post sono tratti dalla fiction Mediaset Il Capo dei capi, che racconta l’ascesa - fino all’arresto del 15 gennaio del 1993 - di Totò Riina. «Mi serve uno che fa quello che gli dico senza fiatare. Voi basta che mi dite a chi devo sparare: sto gioiellino mi è arrivato da poco, è meglio del pocket coffee», si sente in un video pubblicato nemmeno quattro giorni fa da Rosario Piazza. Il dialogo è quello fra Riina e uno dei suoi killer: Pocket Coffee era il nome in codice con il quale venivano chiamati negli anni ‘80 e ‘90 dai corleonesi i proiettili del kalashnikov, la stessa arma che ora è tornata di moda tra le nuove leve di Cosa nostra.«Lei è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, come parecchi altri suoi colleghi: ha qualcosa da dire prima che venga formalizzata l’accusa? Io vivo rispettando delle promesse, non ho niente da dire», è uno degli audio che invece si può ascoltare sul profilo di Davide Carcione. Sulle foto la scritta: «La lealtà è il regalo più costoso del mondo». I post seguono tutti la stessa linea, quasi a restituire una confessione implicita che altro non sembra che lo sfoggio del proprio ruolo e dell’appartenenza. Ruoli minori, manovalanza che cresce: sono quasi un centinaio a muoversi nel quartiere e in molti apparterrebbero al gruppo dei Ciccina, i fedelissimi della famiglia Lo Iacono, nominati anche nelle carte dei 181 arresti del febbraio dell’anno scorso. «Quelli ti mandano di sopra i ragazzini, te ne trovi di sopra 50 in pochi minuti» raccontavano alcuni uomini d’onore durante quell’indagine, senza sapere di essere intercettati dai carabinieri. Fra questi, come anticipato nei mesi scorsi dal Giornale di Sicilia, c’era anche Mattias Conti, uno dei tre ragazzi che oggi sta affrontando il processo con l’accusa di concorso in strage per la mattanza di Monreale dello scorso anno.
Per la Procura Conti e Salvatore Calvaruso spararono sulla folla la notte tra il 26 e il 27 aprile, uccidendo Salvatore Turdo, Andrea Miceli e Massimo Pirozzo, e ferendo altre due persone. Proprio Conti torna nelle fotografie sui profili degli ultimi fermati: in particolare un post pubblicato a febbraio da Rosario Piazza. Una canzone napoletana malinconica accompagna la foto che ritrae Piazza, un secondo ragazzo al centro, estraneo ai fatti, e appunto Mattias. Non ci sono scritte o dediche, solo delle emoticon: una lunga serie di due persone che si abbracciano, catene che vogliono sottolineare il legame - indistruttibile - che lega i due e dei cuori.
GdS, 12 giugno 2026

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