sabato, giugno 06, 2026

Ad Amendolara, in Calabria, al corteo organizzato dalla CGIL per ricordare i quattro braccianti bruciati vivi, e per dire basta al caporalato e allo sfruttamento


Quanto accaduto riguarda tutte e tutti noi. Waseem Khan, 29 anni. Amin Fazal Khogjani, 28 anni. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Safi Iayjad, 27 anni.

Erano persone. Avevano famiglie, affetti, sogni, speranze e una vita davanti. E non dobbiamo dimenticare i loro nomi. Di fronte a questa strage non bastano le parole. Bisogna rafforzare la legge contro il caporalato, aumentare controlli e risorse, proteggere chi denuncia e sostenere le vittime dello sfruttamento. Ma bisogna anche chiamare le cose con il loro nome: non si può più parlare soltanto di caporalato. Bisogna parlare anche di padronato. Perché troppo spesso lo sfruttamento si regge sulle responsabilità e sulle connivenze di aziende che impiegano lavoratrici e lavoratori vittime del caporalato.

Per questo servono più responsabilità per le aziende, nuovi strumenti di controllo come il DURC di congruità che verifica la coerenza tra quanto produci e quanti lavoratori e ore dichiari. E serve rafforzare e attuare la legge sul caporalato con adeguate risorse, prevedendo anche il sequestro preventivo delle aziende scoperte ad impiegare lavoratori sfruttati e vittime di caporalato. Serve un impegno ancora più forte contro le agromafie, ad esempio attraverso l’istituzione di una procura specializzata. E superare leggi che producono irregolarità come la Bossi-Fini, perché l’irregolarità porta con sé la ricattabilità, e lascia più spazio ai criminali e alle mafie per lo sfruttamento.

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