di Giuseppe SAVAGNONE
Il rapporto Caritas
In un momento in cui il governo, per bocca della premier Giorgia Meloni, rivendica con fierezza i risultati della sua politica economica e i guadagni, in termine di benessere, che ne sono derivati agli italiani, ha avuto l’effetto di una doccia fredda la pubblicazione del rapporto annuale della Caritas, da cui risulta, nel 2025, un ulteriore aumento dell’1,7% delle persone assistite, con una crescita, negli ultimi dieci anni, del 48%. Nel 2025 sono state sostenute oltre 282mila persone, il dato più alto mai registrato. Per certi versi, la nostra presidente del Consiglio non ha torto di essere soddisfatta dell’aumento impressionante degli occupati. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione è salito al 62,7%, con il numero di occupati pari a 24 milioni 200mila unità, con circa 1,3 milioni di lavoratori in più rispetto a prima della pandemia (gennaio 2020). Il tasso di disoccupazione scende, così, al 5,1%. Ed è significativo in particolare che la crescita riguardi i dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 420mila) e gli autonomi (5 milioni 223mila), a fronte della diminuzione di quelli a termine (2 milioni 659mila). Non si tratta, insomma, di precariato.
Certo, malgrado questi progressi, l’Italia resta fra gli ultimi posti in Europa. Inoltre l’aumento in questione non tocca la fascia di età tra i 25 e i 34 anni, per cui anzi si registra una contrazione. I giovani non riescono ad entrare nel mercato del lavoro. Ma non basterebbero questi aspetti critici a incrinare l’immagine di una società in crescita.
Il rapporto della Caritas, invece, porta alla luce un elemento allarmante, che mette in discussione proprio questa immagine, perché evidenzia la presenza sempre più rilevante di lavoratori poveri – il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni (nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%) –, di persone, cioè, che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale.
Un fenomeno che del resto è in linea con il dato, fornito dall’Istat, secondo cui, tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei. Perciò, se nel 2015 gli occupati erano il 13,3% degli assistiti dalla Caritas, oggi ne rappresentano il 24%. Non basta avere un lavoro per sfuggire alla povertà, anche a quella che gli economisti chiamano “assoluta”.
Povertà assoluta che attanaglia, sempre secondo l’Istat, circa 5,7 milioni di persone, cioè il 9,8% della popolazione, e 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale. Ad essere nelle condizioni peggiori è, come sempre, il Mezzogiorno ma, in termini relativi, sono le regioni del Nord a registrare l’incremento maggiore.
Ciò che rende questa situazione incomprensibile – in un Paese che occupa il settimo posto nella graduatoria dei Paesi più industrializzati del mondo – è la sperequazione che vede una parte della popolazione sempre più ricca e una sempre più povera. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza complessiva del Paese è cresciuta di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91% di questa ricchezza è stato assorbito dal 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera della popolazione è arrivato appena il 2,7%. Cosicché oggi il 5% più ricco degli italiani controlla il 48% della ricchezza nazionale, superando il totale detenuto dal 90% della popolazione. E il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede il 60,6% della ricchezza netta complessiva.
Un contrasto stridente, tanto più grave in un momento in cui, dopo la guerra contro l’Iran, i prezzi, già in crescita per l’inflazione, rischiano di aumentare ulteriormente e di mettere in ginocchio le fasce meno abbienti.
La polemica sulla patrimoniale
È in questo contesto che è esplosa la polemica sulla possibilità di stabilire delle misure che permettano allo Stato di attingere ai patrimoni più elevati per sostenere le famiglie più povere. La cosiddetta “patrimoniale”, che non riguarderebbe i redditi, ma la ricchezza posseduta dalle persone.
Forse è bene ricordare che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione. La tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%. In Germania la tassa di successione oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra il 5% e il 60%, in Gran Bretagna è del 40%.
Già nel 2025 la Cgil di Maurizio Landini aveva lanciato l’idea di un contributo di solidarietà dell’1% a carico dei patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (escludendo la prima casa). L’ipotesi oggi più strutturata è la proposta di legge di iniziativa popolare “1% Equo”, depositata in Cassazione nel maggio 2026. Lo schema indicato dai promotori è progressivo: 1% sulla quota di ricchezza eccedente i 2 milioni fino a 5 milioni; 1,7% tra 5 e 8 milioni; 2,1% tra 8 e 20 milioni; 3,5% oltre 20 milioni.
Una proposta, però, sostenuta solo dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Bonelli e Fratoianni, e che ha trovato l’immediata reazione da parte della premier, la quale ha scritto sui social: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al Governo, non vedranno mai la luce». Le ha fatto eco il vice-premier Tajani che ha evocato uno slogan spesso ripetuto da Berlusconi: «Mai le mani nelle tasche degli italiani!».
Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il segretario di Azione Carlo Calenda si sono anche loro detti contrari, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, che pure per prima aveva osato introdurre il termine “patrimoniale” nel dibattito politico, si è affrettata a precisare che la misura «non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista. Ne discuteremo».
Da parte loro, i giornali e i politici di destra non perdono occasione per rimarcare la loro presa di distanza da quella che ritengono una misura di estrema violenza nei confronti dei cittadini ed evocano lo spettro del socialismo marxista. Si continua a ripetere che il ceto medio verrebbe colpito mortalmente da una ingiusta sottrazione dei frutti del suo onesto lavoro. E anche molti economisti sono convinti che si tratti di una tassa controproducente, perché può incentivare il trasferimento all’estero dei capitali e scoraggiare gli investimenti.
Non è Marx, è la dottrina sociale della Chiesa
Sono pochi a ricordare che in realtà la redistribuzione dei beni è un problema etico, prima che economico, e costituisce un punto fondamentale dell’idea di giustizia della dottrina sociale cristiana. Lo ricordava Francesco, nell’enciclica Laudato si’: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata» (n. 93). Lo ha ribadito papa Leone nella Magnifica humanitas: «La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune» (n. 66).
Su questo i padri della Chiesa sono concordi. Essi sostengono, come scrive uno di essi, sant’Ambrogio, che «la terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi», cosicché «non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene». Paolo VI, citando queste parole nella sua enciclica Populorum progressiocommentava: «È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n. 22).
Non può non venire alla mente, leggendo queste parole, che Trump, dopo aver tagliato da 17 a 1,7 miliardi di dollari gli aiuti degli Stati Uniti alle popolazioni povere del terzo mondo – provocando una paurosa crisi alimentare e sanitaria attualmente in corso – sta spendendo 600 milioni di dollari per la nuova sala da ballo costruita in suo onore alla Casa Bianca.
Ma colpisce anche, per restare in Italia, il confronto tra il dato Istat, secondo cui in Italia nel 2026 ci sono 10.000 persone che non hanno un tetto e la notizia di questi giorni della vendita, al prezzo approssimativo di 500 milioni di euro, di Villa Certosa, «il rifugio» di Berlusconi in Sardegna, con 14 camere da letto, 7 piscine, un eliporto e un bunker atomico, che era peraltro solo una della ventina di residenze di lusso in cui amava soggiornare.
Senza caldeggiare un astratto egualitarismo che misconosca i differenti meriti dei singoli, è evidente che siamo davanti a una sproporzione che nessuna diversità tra i membri di una società può giustificare. È giusto che si raccolgano i frutti delle proprie doti di iniziativa, del proprio impegno, del contributo dato alla collettività, ma questo non può voler dire il diritto a una ricchezza smisurata, in un contesto in cui altre persone vivono in condizioni di indigenza incompatibili con la dignità umana.
Il significato etico-politico delle tasse
E a garantire questa condizione di base del bene comune dev’essere lo Stato, anche grazie allo strumento tributario. La destra da sempre demonizza le tasse come una inaccettabile ruberia ai danni dei cittadini. In realtà esse si fondano sulla premessa che nessun uomo è un’isola e che perciò nessuno “si fa da sé”. Come dimostra l’esperienza dolorosa dei “baby-lupo”, senza quello che riceve dalla società nessun essere umano sarebbe in grado neppure di parlare e di camminare in postura eretta. Figuriamoci tutto il resto. Siamo tutti debitori gli uni agli altri. Un legame che nella visione cristiana, ricordata recentemente da papa Francesco, si chiama “fraternità”.
E se è vero che – come dice la dottrina della destinazione universale ricordata recentemente da papa Leone – i beni di ciascuno gli appartengono nella misura in cui servono anche agli altri, è giusto che il superfluo di alcuni venga redistribuito per assicurare ad altri il necessario. E in questo caso di superfluo si parla, visto che la patrimoniale – malgrado la fuorviante campagna di disinformazione contro di essa – non riguarderebbe affatto il ceto medio, ma quella ristretta élite del 10% delle famiglie italiane che possiede il 60,6% della ricchezza nazionale.
Dove l’essenziale non è lo strumento tributario con cui questa redistribuzione viene attuata, ma la scelta etica che indirizza la politica al bene comune. È proprio questa scelta che la nostra classe politica – anche prima che a governare fosse la destra – non ha mai saputo e voluto fare. I partiti attualmente all’opposizione sono stati a lungo al governo, ma la patrimoniale non l’hanno mai fatta e i poveri sono rimasti tali, perché il sistema fiscale, al di là delle possibili formule, non ha mai davvero funzionato per redistribuire la ricchezza.
Naturalmente bisognerebbe fare i conti con i rischi profilati da molti esperti, soprattutto quello di una fuga di capitali e di investimenti. Per questo, come è stato giustamente notato, il progetto della patrimoniale non può prescindere da una più ampia programmazione europea, che impedica o almeno scoraggi operazioni in tal senso. E proprio la mancanza di uno sforzo in questa direzione è il segno di quanto poco seriamente se ne stia parlando, anche da molti che la propongono.
Ma forse ancora una volta – come è stato per la Palestina e per il referendum sulla Giustizia – può essere l’opinione pubblica a precedere e a sollecitare i partiti, se è vero che, secondo i sondaggi, più di metà degli italiani guarda con favore a quella che fino a ieri era uno spauracchio. A questo punto ci sarebbe una sollecitazione a studiare meglio le modalità concrete per scongiurare i pericoli. E se poi il 10% – quello che possiede oggi il 60% dei beni – ci resterà male, ce ne faremo una ragione.
Tuttavia.eu, 29 Giugno 2026

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