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| Michele Felice |
Domani Lercara Friddi ricorderà la morte in miniera di Michele Felice, 17 anni. Una tragedia che spinse gli operai a ribellarsi e a rivendicare i propri diritti. Ripubblichiamo il “paginone” de La Sicilia del 31 ottobre 2004, che ricostruisce la vicenda…
Le gallerie e gli stretti cunicoli delle miniere di Lercara Friddi li conosceva ormai a memoria. Da quando aveva 8 anni, vi passava 20-25 volte al giorno, nudo, sudato, spesso sanguinante, con le gambe storte e le occhiaie incavate. E ogni volta trasportava sulle spalle, piccole e curve, il suo "fardello" di zolfo.
Quel 18 giugno del 1951 Michele Felice di anni ne aveva compiuti 17 e non ne poteva più di quella vita da schiavo, con turni di lavoro di 12 ore al giorno, spesso senza potere bere neanche un sorso d’acqua. E, a fine giornata poteva mangiare solo pane e cipolla e dormire sulla nuda terra, in qualche anfratto della montagna. Sognava una vita diversa, ma il destino gli spezzò persino quel sogno. Mentre «lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì», raccontò lo scrittore Carlo Levi nel suo libro «Le parole sono pietre». Un "incidente" molto frequente per chi lavorava in miniera, a Lercara o altrove.
Anche al padre di Michele, anni prima, una frana schiacciò una gamba, che venne amputata e sostituita con una
di legno. Il povero ragazzo venne subito soccorso dagli altri minatori, che lo riportarono in superficie, ma non ci fu nulla da fare. In compenso, «dalla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata», scrisse ancora Levi, mentre «ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce».
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Un atto di profonda ingiustizia, che scatenò la rabbia operaia, sfociata in uno sciopero spontaneo, che durò venti giorni e poi cessò. Riprese con maggiore determinazione qualche giorno dopo, per protesta contro i licenziamenti di rappresaglia decisi dal gabelloto che gestiva le miniere di Lercara, il signor Giovanni Ferrara, che gli zolfatai chiamavano "Nerone". Stavolta, però, lo sciopero fu organizzato e accompagnato da «richieste sindacali precise, di salari, assicurazioni, sicurezza, libertà di organizzazione», raccontò Levi, che proprio in quei giorni si trovava a Lercara e poté visitare la sede della Lega degli zolfatai «Michele Felice».
Sul muro di fondo, c’era appeso un ri-
tratto del "caruso" morto in miniera. In
quell’occasione, lo scrittore torinese, già famoso per il suo «Cristo si é fermato a Eboli», s’intrattenne con gli operai della Lega, col suo segretario, «l’alto bellissimo Drago», e persino col signor "Nerone". «Un uomo gigantesco, pesante, grosso – lo descrisse Levi – con un collo corto e robusto, una camicia aperta e un grigio abito trasandato, con una testa dalla pelle come un cuoio, dalle enormi mascelle, una bocca piena di denti, e degli occhi sottili, sfuggenti, dietro le spessi lenti di un paio di occhiali di ferro».
Da pochi giorni era stato pubblicato un opuscolo del giornalista de «L’Ora» Mario Farinella, intitolato «La zolfara accusa. Lettera da Lercara Friddi», dove venivano descritti i salari di fame e la morte dei minatori, le condizioni feudali del paese, le scudisciate con cui si facevano lavorare nei pozzi i ragazzi dai dieci ai tredici anni. Insomma, la vita atroce della miniera. Nella lettera aperta di Farinella si parlava anche della moglie di Ferrara, Rachele (i
minatori, approfittando dell’omonimia
con la moglie del "Duce", la chiamavano "Donna Rachele"), che avrebbe detto agli operai in lotta per gli aumenti salariali: «Ci incarto le stanze con i soldi, piuttosto che aumentarvi la paga». Si raccontava
anche che Ferrara avrebbe licenziato un contabile, la cui moglie non aveva ceduto a "donna Rachele" la sua sedia in chiesa. Oppure che avrebbe licenziato un minatore, che si era assentato dalla zolfara per accompagnare la figlia morta al cimitero.
Comunque, quello sciopero dei minatori, condotto nel nome di Michele Felice, si concluse vittoriosamente. Ferrara dovette scendere a patti con i lavoratori,
quattro dei suoi sorveglianti-aguzzini
furono processati e condannati, mentre lui stesso venne espulso della Democrazia Cristiana, di cui era uno dei massimi esponenti siciliani.
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La scheda
(d.p.) «Il bacino zolfifero del lercarese, compreso nel quadrilatero di 1.250.000 mq. circa ad est dell’abitato, che ha per vertici Colle Croce, Colle Friddi, Colle Madore e Colle Serio, fu scoperto nel 1828: non ve n’erano altri in tutta la provincia e si rivelò tra i primi in Sicilia», scrive lo
studioso Danilo Caruso. E aggiunge: «Gli operai adulti, i picconieri, e i più giovani, i carusi, lavoravano nel
sottosuolo a ciclo continuo in turni di otto ore, reclusi in spazi che erano male illuminati da lampade ad acetilene e che si trovavano ad
una profondità di un centinaio di metri. Quest’ambiente era umido e molto caldo nonché saturo di impurità che
nuocevano ai polmoni».
Nelle miniere si scendeva per mezzo di scalinate scavate nel pavimento roccioso. Lo zolfo veniva estratto e portato fuori manualmente: i bambini
portavano una diecina di chili di materiale a spalla per ogni trasporto, gli adulti un mezzo quintale. «Questo barbaro lavoro imposto a ragazzi così
teneri (che nello stato in cui vivono sono poi anche vittime e della pederastia e d’altri orrori) - scrisse Adolfo Rossi su "La Tribuna" di Roma nel 1893 - è una cosa che grida vendetta, è la negazione di ogni più
elementare principio di umanità». Per il trasporto, verso la fine del 1800, venne adottato un ascensore (funzionò poi dal 1907), che
serviva per calare gli operai e
portare su lo zolfo, poi depositato in carrelli su binari e condotto alla lavorazione. Il materiale sulfureo veniva fuso in forni per eliminare le
impurità e colato in stampi. In origine fu usato un tipo di forno chiamato calcarone che liberava direttamente
nell’aria esalazioni di anidride solforosa: queste danneggiavano le colture agricole e soprattutto i
polmoni, per cui fu presto proibito e sostituito dalla macchina Duvand. Ma non servì a molto, perché l’anidride solforosa non veniva eliminata del tutto.
Nelle miniere tutti lavorano seminudi a causa dell’alta temperatura e apparivano invecchiati. L’attività continuò fino al 1969, quando tutte le miniere di Lercara furono chiuse.
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Cinquantacinque giorni di sciopero per i diritti
Già dalla metà dell’Ottocento Lercara Friddi era prevalentemente un comune di zolfatai. C’erano anche i contadini, ma molto meno degli operai, perché il paese non aveva feudi e nemmeno grossi agrari. C’erano, però, i gabelloti, che si arricchivano con lo zolfo, sfruttando centinaia di poveri "carusi" come Michele Felice.
«Venivano assunti con il sistema del "soccorso morto" – scrive Pippo Oddo nelle sue "Storie silenziose e quasi dimenticate di Sicilia" – ossia tramite un cospicuo anticipo in denaro che il
picconiere, lavoratore a cottimo, versava ai genitori di fanciulli di 8-10 anni, costretti a restare alle sue dipendenze fino all’estinzione del debito: cosa che a volte si verificava dopo un paio di lustri, se non di più». «E si dava anche il caso – aggiunge – che fossero oggetto ludico delle insane voglie sessuali dei loro padroni, che li chiamavano "culari". Subivano violenze d’ogni sorta e dovevano pure stare zitti, quando gliele faceva il loro picconiere, cui dovevano peraltro baciare le mani all’inizio e alla fine di ogni giornata di lavoro». Ciò si verificava a Lercara e nelle altre miniere della Sicilia, come denunciò nel 1893 anche Adolfo Rossi nei sui servizi speciali sui fasci siciliani, raccolti nel volumetto «L’agitazione in Sicilia». Non a caso, ancora fino a pochi decenni fa, Lercara veniva chiamato dai comuni del circondario "u paisi di jmmuruti" (il paese dei gobbi - ndr).
Anche Lercara Friddi ebbe il suo Fascio, che fu prevalentemente il Fascio degli zolfatai. Alla sua nascita contribuì il corleonese Bernardino Verro, leader del movimento in tutta la vasta zona del Corleonese ed autorevole membro del comitato centrale dei Fasci siciliani. E proprio lì, 24 e 25 dicembre 1893, la situazione precipitò: scoppiarono sommosse popolari spontanee contro le tasse, diversi casotti daziari furono distrutti, fino alla strage del pomeriggio di Natale, quando le guardie daziarie spararono sulla folla, uccidendo 12 manifestanti e ferendone molti altri. Per questi "disordini", 43 manifestanti furono processati e condannati dal Tribunale militare, insieme allo stesso Bernardino Verro, nonostante questi
non avesse materialmente partecipato ai tumulti.
Da allora, tra i contadini e gli zolfatai lercaresi subentrò una sorta di rassegnazione, durata fino al secondo dopoguerra, fino a quel 18 giugno 1951, giorno della morte in miniera di Michele Felice. Quell’episodio e l’atteggiamento provocatorio del signor Giovanni Ferrara, gabelloto
delle miniere di Lercara, fecero scattare la molla della ribellione operaia. «Lo sciopero degli zolfatai durò 55 giorni – racconta Carmelo Diliberto – e si concluse con una straordinaria vittoria: i salari passarono da 400 a 800 lire al giorno, aumentarono le misure di sicurezza, si consolidò la lega aderente alla Cgil».
Diliberto ha 52 anni ed è segretario generale della Cgil siciliana. Quando, nella sua Lercara, decise di prendere la tessera della Fgci, di anni ne aveva 15. «Era il 1967 – dice – ed ancora a Lercara esisteva una forte lega degli zolfatai, intitolata allo sfortunato Michele Felice, il cui ritratto stava appeso ad una parete, dove è ancora oggi.
Allora il paese contava circa 18.000 abitanti, di cui almeno 2.500 lavoravano nelle miniere. Dal 1970 al 1975 sono stato segretario della Camera del lavoro di Lercara e mio padre Tommaso, che durante la seconda guerra mondiale fu partigiano a Casale Monferrato, mi parlava più volte dello sciopero dei minatori del 1951. Gli uomini rimasero sottoterra tanti giorni, aiutati dalle mogli che presidiavano le miniere. E un giorno per poco non si verificò una tragedia. Polizia e carabinieri avevano avuto l’ordine di caricare i manifestanti. Stavano per farlo, quando Pompeo Colajanni, il mitico comandante "Barbato", liberatore di Torino, si parò davanti a loro, esibì la
tessera di ufficiale dell’esercitò e gridò: “Vi ordino di non caricare!”, riuscendo a farsi ubbidire».
D.P.
La Sicilia, 31 ottobre 2004






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