
Silvio Benedetto
di Marco Palladini
Marco Palladini
Se ne è andato a metà maggio, a 88 anni Silvio Benedetto, eccellente artista visivo, muralista e regista teatrale italo-argentino che conoscevo e seguivo dai primi anni ’80 del secolo scorso.
Con Silvio, caro amico, avevo preso per fine maggio un impegno per due incontri a Campobello di Licata e a Racalmuto (paese natale di Leonardo Sciascia), in Sicilia, dove era andato ad abitare da molto tempo con la sua ultima compagna, la pittrice Silvia Lotti, la quale nonostante il doloroso lutto ha poi voluto mantenere i due appuntamenti. Silvio e Silvia formavano da un quarto di secolo una coppia di vita ed arte praticamente simbiotica, oltreché omonima, tanto che quando mi mandavano i loro messaggi si firmavano “i Silvi”.
Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, investita dalla straordinaria energia multicreativa di Benedetto è peraltro diventata, nell’arco di un paio di decadi, una significativa città d’arte. Silvio ha ridisegnato architettonicamente diverse piazze, ha eretto monumenti, statue, busti, obelischi, pietre-totem pitturate, ha realizzato fontane, mosaici, grandi murales e soprattutto una mirabile opera di ‘land art’ unica nel suo genere chiamata “Il Parco della Divina Commedia”. Prendendo spunto dal capolavoro dantesco ha immaginato un percorso in un declivio-giardino cittadino che ascende dal basso dell’Inferno all’altura del Paradiso. Percorso punteggiato, tra piante e fichi d’india, da ben centodieci lastroni policromi di marmo travertino, tutti dipinti sia con figure del poema, sia con figure mitopoietiche o politico-civili o appartenenti alla cerchia amicale e parentale dell’artista. Purtroppo, attualmente, come ho constatato personalmente, l’opera si è degradata e si attende da parecchio un intervento di seria manutenzione e ripristino.
In ogni caso, il grande dispiacere per non avere rivisto e abbracciato Benedetto un’ultima volta si unisce ai tanti ricordi legati alle sue bellissime opere pittoriche piene di fantasia, di accensioni versicolori e di invenzioni surreali (gli sono sommamente riconoscente per un magnifico mio ritratto doppio, appunto surreal-fantastico, con citazioni persino del pittore quattro-cinquecentesco Luca Signorelli). E naturalmente la mia memoria si volge ai suoi spettacoli sempre spiazzanti, fascinosi, intriganti, realizzati sia in normali teatri, sia in una magica forma di teatro d’appartamento.
Ma più di tutto ho in mente il suo entusiasmo, il suo carisma di sciamano creatore, la sua vitalità latino-americana capace di cementare attorno a sé una ricca movimentazione ed eterodossa comunità artistica. È morto, Silvio, del resto, praticamente in scena, ovvero in piena attività a Palermo, giusto alla vigilia di un nuovo spettacolo intitolato Ti ho visto sai. E che potrei adesso, personalmente rovesciare in «non ti ho visto sai».
Per omaggiarlo e ancora rammemorarlo, ripubblico qui una nota critica apparsa nel mio libro I Teatronauti del Chaos [La scena sperimentale e postmoderna in Italia 1976-2008] (Fermenti, 2009).
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«Teatro come messa nera, come rito esoterico e iniziatico. È dagli anni ’70 che Silvio Benedetto apre le porte del suo appartamento nella romana via degli Scialoja, per istruire segrete, ludiche ed erotiche cerimonie teatrali, affiancato un tempo dalla bionda Alida Giardina, poi dalla bruna Olga Macaluso. Estroso fotografo, pittore, regista, attore, il sessantenne argentino Benedetto appartiene alla famiglia anarco-surrealista dei Buñuel, Jodorowski, Arrabal e Copi. Maestro e stregone insinuante e seducente ogni volta compie la magia di trasformare il domestico spazio quotidiano in un rapinoso, immaginifico spazio extra-quotidiano. Certo aiutato da una labirintica casa-museo con tavoli, sedie e oggetti incollati a rovescio al soffitto; con festoni di teste di cavallucci di legno appesi alla parete; e poi ricolma di quadri osceni, foto d’epoca, capitelli-puff, vetrine stipate di ninnoli e carabattole, vetri-specchi, e mobili coperti di fantasmatici candidi lenzuoli tra fari a terra e luci schermate da atelier fotografico. Le stanze di Faust (1998) la nuova creazione per teatro d’appartamento di Benedetto, è la reiterazione di un rituale perfettamente omologo ai tanti precedenti da Edipo e la follia a Roberta stasera, da Santa Teresa d’Avila a Il dottor Jekyll e il signor Hide.
Accolti al portone dall’impazzito fratello di Margherita, introdotti dopo lunga attesa nel luogo delle apparizioni, gli spettatori-testimoni sono sospinti dal corridoio ad un salottino dove Faust riceve e almanacca in ammiccante spagnolo; dalla camera da letto, in cui giace il 90enne padre di Benedetto e sorride la canuta madre Adela, all’alcova dove Faust consuma lo stupro su una Margherita biondina-punk; dalla cucina dove è assassinato Valentino, alla stanza da bagno invasa da bacarozzi (finti) come nelle vignette di Altan, al salone-magazzino del sottofinale dove Mephisto (la spiritosa e multifonica Macaluso) scatena l’inferno-discoteca. Benedetto-Faust sfoglia con sulfurea nonchalance il capolavoro goethiano, soprattutto interessandogli l’intrigo eros-thanatos, il sensuale gioco vittima-carnefice con barocca moltiplicazione di teatrici doppi. Il vero finale si celebra in un appartamento soprastante dove commedianti e spettatori familiarizzano attorno a una lunga tavola bevendo vino e mangiando un piatto di rigatoni, salvo poi essere a sorpresa interrotti. E mentre i visitatori vengono bruscamente congedati, gli attori si lasciano ritrarre dall’obbiettivo della fotografa Luisa Racanelli, in posa retorica e tronfia. La Messa (in scena) è finita, e si scendono (in pace) le scale, col lecito sospetto anche di essere stati ingenui guardoni nell’antro di un ‘veggente’ tanto fascinoso quanto burlone».
lagedorbardamu.blogspot.com, 05 giugno 2026
Silvio Benedetto (1938-2026)
Mio fantasioso e fantastico ritratto dipinto da Silvio Benedetto quattro anni fa
https://lagedorbardamu.blogspot.com/2026/06/addio-silvio-benedetto-artista-e.html?m=1


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