sabato, giugno 20, 2026

A Lercara è stato ricordato Michele Felice, un giovane morto in miniera nel 1951. Il padrone “Nerone” alla famiglia non retribuì l’intera giornata perché il ragazzo era… morto

L’intervento di Federica Mavaro

A Lercara e nel mondo, “l'unico modo per rendere giustizia a Michele Felice e agli altri morti sul lavoro è non lasciare che accada più niente del genere, è combattere, è manifestare, è smettere di essere indifferenti”

DINO PATERNOSTRO

La nostra speranza sono Federica e Pippo. E Carmelo. O meglio, le tante Federica, i tanti Pippo e i tanti Carmelo che ancora esistono, operano e s’impegnano nei paesi delle aree interne, che non dimenticano le antiche e moderne ingiustizie, che ancora sognano un mondo migliore illuminato e riscaldato dal “sol dell’avvenire”.  E non si rassegnano, non vogliono rassegnarsi all’irrilevanza sociale, culturale ed economica a cui certa globalizzazione economico-finanziaria vorrebbe condannarle. 

La dimostrazione l’abbiamo avuta giovedì scorso a Lercara Friddi, nella giornata dedicata al ricordo di Michele Felice, morto schiacciato a 17 anni in una miniera. Oggi si chiamerebbe “operaicidio”; allora - il 18 giugno del 1951 - il signor “Nerone” (così i minatori e le loro famiglie chiamavano il signor Ferrara, il “gabelloto” che comandava nelle miniere di Lercara, il cui nome ancora oggi si ha difficoltà a pronunciare)

non pagò alla famiglia del povero Michele la mezza giornata di lavoro… perché era morto. E ai quattro operai che l’avevano liberato dalle pietre trattenne due ore di paga. Particolari agghiaccianti, che fanno inorridire, denunciati nel 1955 all’opinione pubblica nazionale dal famoso scrittore Carlo Levi (già autore del “Cristo sì è fermato ad Eboli”) nel libro “Le parole sono pietre”, ricordato oggi per la tragedia di Lercara e, più ancora, per la denuncia di mamma Francesca dell’assassinio del figlio Salvatore Carnevale, deciso dalla feroce mafia di Caccamo di don Peppino Panzeca. 

L’associazione “CURTIGGHIU” di Lercara (animata da Federica Mavaro, da Pippo Furnari e da tante/i come loro) hanno voluto ricordare Michele Felice, nel 75mo anniversario della sua morte sul lavoro, che ormai nessuno considera più una disgrazia, ma un vero e proprio omicidio, data l’assenza delle misure di sicurezza. 

Magistrale la rievocazione storico-sindacale di quelle vicende fatta da Carmelo Diliberto, lercarese, oggi un “cincinnato” che coltiva le sue terre, ma che ha avuto tanti incarichi importanti nella Cgil, tra cui quella di segretario generale in Sicilia. 

Ed è stato drammaticamente bello ascoltare anche le testimonianze di tanti anziani ex minatori, che raccontavano di Michele Felice e della vita da schiavi che tanti bambini facevano allora nelle miniere di Lercara e della Sicilia (Levi ne scrisse nel 1955, ma 62 anni prima - nel 1893 - ne aveva scritto negli stessi termini anche il giornalista Adolfo Rossi nei servizi sul giornale “La Tribuna” di Roma). 

E non pensate che oggi questo schiavismo non esista più, è la riflessione di Federica. 

“A gennaio - ha scritto la ragazza sulla sua pagina Facebook - un lavoratore di 55 anni, Pietro Zantonini, che si occupava di vigilare il cantiere delle olimpiadi, è morto a -15 gradi, da solo, di notte.

Ad Aprile,  un lavoratore di 29 anni, Alagie Singath, si è tolto la vita all'interno di una baracca nel ghetto in cui viveva, nel Foggiano. Faceva il bracciante e guadagnava una miseria, era sfruttato fino al midollo. La baraccopoli il giorno prima era stata inondata da un'alluvione, e non gli era rimasto più niente.

Nello stesso mese, un lavoratore di 36 anni, Paul Neeraj, un bracciante agricolo sfruttato nella Piana del Sele è stato abbandonato privo di conoscenza davanti ad un ospedale. Aveva le gambe in cancrena e gravi infezioni interne, causate da una lunga esposizione a prodotti chimici.

A giugno, ad Amendolara, cinque lavoratori sono stati bruciati vivi all'interno di una macchina. Avevano chiesto un aumento di salario.

Nel 2025 sono 798 i lavoratori che hanno perso la vita sul posto di lavoro.

E allora eventi come quello di ieri servono, servono eccome. Non è memoria morta il masso che schiacciò e uccise Michele Felice, né tanto meno i troppi "incidenti" che tolsero la vita a tanti, troppi minatori, che venivano sfruttati, pagati una miseria, che non erano più uomini ma ingranaggi di una grande macchina del profitto, automi senza importanza, privati della loro essenza: l'umanità.

Non possiamo permetterci di pensare che ciò che accadeva a Lercara negli anni '50 sia qualcosa di superato. Non lo è, anche se adesso è più lontano e sembriamo non vederlo, o più semplicemente non ci importa.

L'unico modo per rendere giustizia a quei morti, è non lasciare che accada più niente del genere, è combattere, è manifestare, è smettere di essere indifferenti”. 

Ecco, non si può dire meglio di come l’ha detto Federica! A Lercara e nel Mondo intero!

Ed a Michele Felice adesso l’associazione “Curtigghiu” pare che sia intenzionata a chiedere che sia intitolata una via o una piazza pubblica. Un’ottima idea!

Dino Paternostro

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