Pubblichiamo un interessante saggio del 2025 del caro amico Pippo Oddo
di PIPPO ODDO
Non è forse superfluo precisare che per paesaggio agrario s’intende, con Emilio Sereni, «quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale». D’altra parte, come ha dimostrato l’antropologo polacco Bronislaw Malinowski, per soddisfare il proprio equilibrio vitale, «l’uomo altera continuamente l’ambiente circostante. In tutti i punti di contatto con il mondo esterno egli crea un ambiente artificiale, secondario: costruisce case, prepara il cibo in maniera più o meno elaborata procurandoselo per mezzo di armi e attrezzi, costruisce strade e si serve di mezzi di trasporto».
Il paesaggio agrario si presenta dunque come un insieme di natura e creazione umana, di segni antropici e modificazioni artificiali. Ora, se questo è vero per tutti i paesaggi del mondo, bisogna riconoscere che quelli siciliani esprimono valori unici e irripetibili, caratterizzati dall’intima fusione tra risorse naturali e patrimonio culturale e dall’interazione storica delle azioni antropiche e dei processi naturali
nell’evoluzione della qualità paesistica e ambientale. Il territorio della Valle del Torto e dei Feudi coincide largamente con il sesto dei diciotto sistemi territoriali di notevole interesse naturalistico e culturale (Area dei rilievi di Lercara, Cerda e Caltavuturo) analizzati dalle Linee guida del Piano territoriale paesistico regionale, approvate nell’aprile 1996 dall’Assessorato Regionale per i Beni Culturali e Ambientali. Si tratta di un territorio già studiato negli anni settanta dall’ESA, che ha avuto modo di descriverlo nel Piano di sviluppo della Zona 6 «del Torto e del San Leonardo».Nel rinviare a questi importanti studi, vale tuttavia la pena di ricordare che l’aspetto morfologico della regione naturale è tra i più suggestivi della Sicilia. Le vallate dei fiumi (Torto, San Leonardo e Platani), e dei loro affluenti, sono incastonate in una pittoresca alternanza di poggi ineguali – che d’estate evocano l’immagine delle gattopardesche «pigre gobbe di colline avvampanti di giallo sotto il sole» – e masse calcaree (rocche) anche superiori ai 1.000 metri. A prescindere dall’altitudine, «tutti questi rilievi – osserva Aldo Pecora – si impongono da lontano con i loro profili nervosi: la tipica asimmetria che a pareti abrupte e balze scoscese e dirupate su un fianco oppone sul fianco opposto un pendio meno brusco, se non proprio regolare, per l’intervento di masse cospicue di sfasciumi rocciosi; la configurazione della parte sommitale, ora modellata a crestone seghettato o a punta acuminata, ora disposta a pianoro piatto e calmo». Ciò che più importa è, però, il fatto che la Valle del Torto e dei Feudi presenta alcuni ambienti naturali tra i meglio conservati dell’Isola. Basti pensare alle aree protette (riserve di Pizzo Cane, Monte San Calogero, Serre di Ciminna, Monte Carcaci, Bosco della Favara e Bosco della Granza) che occupano complessivamente 12.168, 62 ettari pari al 14, 76% dell’intera superficie considerata.
L’accenno a questo prezioso patrimonio naturale non è, ovviamente, fine a se stesso. Importanza paesaggistica a parte, le montagne del Torto, del San Leonardo e del Platani hanno sempre assolto una funzione tutt’altro che secondaria nelle strategie di sopravvivenza delle popolazioni insediate nel territorio circostante, vuoi perché vi crescono tante verdure spontanee, funghi, asparagi, aromi e piante officinali, vuoi perché sono ricche di cacciagione, chiocciole e legna da ardere. Per non parlare dei benefici che vi hanno tratto le attività pastorali, i cui segni sono ancora impressi in tutte le alture dell’area, da Castronovo a Montemaggiore a Caccamo. «Quando non sono più capanne di paglia – osserva Mario Giacomarra – (ormai qui quasi del tutto scomparse, tranne che sulle alture), le dimore dei pastori sono case unicellulari con uno spazio attiguo destinato alla caseificazione, o più semplicemente ricoveri con tettoie improvvisate a copertura di muri a secco. Gli insediamenti pastorali […] sono in ogni caso immediatamente individuabili (soprattutto in montagna) dalla presenza della mannara, ricinto di pietre a secco, di rami di ginestra spinosa e di robuste palizzate entro cui gli animali trascorrono le ore notturne».
L’assetto produttivo dell’agricoltura negli ultimi decenni ha subito profonde modificazioni, talché al paesaggio tipico del feudo si è a poco a poco sostituito quello del «giardino mediterraneo», caratterizzato dai campi irregolari chiusi, delimitati da siepi, muriccioli, recinti di filo spinato, e costellati da edifici di varia natura. La scomparsa del latifondo ex feudale ha, insomma, fatto sì che la cerealicoltura cedesse spazio alle colture mediterranee e, in modo particolare all’uliveto e all’orto, asciutto nell’agro di Valledolmo e irriguo a Cerda, Sciara e Aliminusa, dove l’incremento del carciofeto si è accompagnato alla realizzazione di un certo numero di laghetti collinari. Fortemente ridimensionato è anche il mandorleto, che pure negli anni sessanta, in certe aree (Vicari e Roccapalumba), sembrava incamminato verso un sicuro avvenire.
Rimangono tuttavia alcune connotazioni forti del recente passato agro-pastorale, segni inconfondibili che continuano in qualche modo a testimoniare della civiltà alimentare dell’area e delle vecchie strategie di sopravvivenza, di quelle storie, insomma, definite da Fernand Braudel «silenziose e quasi obliate degli uomini, realtà di lunga durata il cui rumore fu immenso e l’eco appena percepibile». Ora, se è vero che il paesaggio agrario ha sempre costituito un unicum-continuum che include i campi e i centri rurali, non c’è dubbio che i segni del passato agro-pastorale vanno ricercati anche nelle città contadine, dove tutto sa di campagna e insieme di realtà urbana, dove gli edifici simbolo della comunità si stagliano maestosi all’orizzonte e rifulgono cromaticamente e plasticamente sul paesaggio circostante.
A tal proposito è sufficiente ricordare i magazzini annessi ai palazzi baronali e gli edifici già adibiti a deposito del grano dei monti frumentari, il cui compito istituzionale consisteva, come spiega Francesco Renda, «nell’assicurare la fornitura delle sementi ai piccoli coltivatori diretti, da restituire al momento del raccolto con l’interesse del 10-12 per cento, più le spese del contratto notarile». Tra i primi ci limitiamo a citare il baglio di Aliminusa, dove fino a cinquant’anni fa affluiva la stragrande maggioranza delle produzioni agricole locali. Quanto ai monti frumentari, che nella provincia di Palermo erano solo sei, sappiamo per certo che in quest’area furono istituiti in tre comuni: Castronovo, Vicari e Roccapalumba. In quest’ultimo paese fa ancora orgogliosa mostra di sé il fabbricato dove era ammassato il grano della pia istituzione.
Bisogna però girare le campagne, per scoprire i segni più importanti del passato agro-pastorale, a cominciare dalle masserie, sorte in epoca preindustriale come centri direzionali dei latifondi ex feudali a indirizzo cerealicolo e zootecnico. Quelle che tuttora resistono nella Valle del Torto e dei Feudi si presentano a struttura aperta (le più recenti) o fortificata. Gli edifici della masseria-fortezza sono racchiusi, a corpi disomogenei giustapposti, dentro la corte detta bagghiu, cui di solito si accede attraverso un portone ad arco. Il corpo principale, generalmente a due o tre piani, è costituito dalla villa signorile dalla caratteristica ampia scalinata esterna. Gli altri corpi di fabbrica, tutti a un solo piano, sono l’abitazione del casaro (curatulu), quella del campiere, la panetteria, la pagliera, i magazzini e le stalle. Nelle masserie più grandi ci sono più corti.
Esempi del genere si rinvengono nelle campagne di Castronovo, Vicari, Campofelice di Fitalia, Ciminna, Alia, Valledolmo, ma anche nella bassa Valle del Torto. Esistono anche delle masserie provviste di malaseni di l’omini, magazzini attrezzati per ospitare sulla nuda paglia il personale avventizio. In qualche masseria, già centro di direzione di latifondo ad indirizzo misto, è possibile trovare anche il trappitu per l’estrazione dell’olio e il parmentu per pigiare l’uva. Dentro il bagghiu c’è sempre una fontana o un pozzo provvisto d’acqua potabile. Fuori l’abbeveratoio e la mannara. Annessa alla masseria fa spesso bella mostra di sé una chiesetta (dove nei giorni festivi officiava il prete) o, almeno una campana, i cui rintocchi un tempo scandivano i ritmi del lavoro nel feudo. Adesso non è più così, naturalmente. Molte masserie sono state ristrutturate e adibite ad altre funzioni, compresa quella dell’ospitalità e della ristorazione agrituristica.
A documentare l’importanza della cerealicoltura del passato sono anche i resti dei mulini ad acqua, molti dei quali erano ancora attivi fino alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale. Dislocati nelle vallate dei fiumi, i mulini idraulici costituivano un raro esempio di uso plurimo delle risorse naturali. L’acqua dei fiumi San Leonardo, Platani e Torto alimentava diversi mulini e irrigava gli orti dislocati a valle. Il San Leonardo, per esempio, fino al 1928 alimentava, nella sola Ciminna, ben tredici mulini, di cui, però, ormai rimangono solo pochi ruderi. Nel territorio di Castronovo di Sicilia, famoso per i suoi orti, tuttora s’incontrano i resti di cinque mulini idraulici: Scaletta, Cozzo, Nuovo, Carcarazza e San Pietro. Nell’agro di Roccapalumba, nella stretta vallata del fiume Torto, ce ne sono altri due, il più noto dei quali è il Mulino Fiaccati, che rimase attivo fino agli anni cinquanta del secolo scorso; «buona parte della popolazione residente nei comuni di Roccapalumba, Vicari, Alia e Caccamo era solita effettuare – in questo caratteristico sito – la trasformazione del prezioso cereale [grano] in farina».
Si tratta di un manufatto rurale di notevole interesse storico ed etno-antropologico, realizzato da maestranze fiorentine nei primi anni ottanta dell’Ottocento. «L’edificio – si legge in un depliant del Comune di Roccapalumba –, costruito in pietra locale a vista è composto di un corpo centrale suddiviso in tre parti uguali, al cui interno si trovano due impianti per la molitura con due grosse macine in ferro con eliche. La struttura si conserva abbastanza integra e comprende parte della canalizzazione (saia), un grande invaso di forma ovoidale (urga) con la canalizzazione che portava l’acqua verso due invasi a forma di imbuto (utti) dai quali fuoriusciva l’acqua che serviva ad azionare le ruote in ferro che a loro volta mettevano in moto le mole in pietra. Questo sistema faceva sì che il mulino funzionasse anche nei periodi estivi quando le precipitazioni erano scarse. Il prospetto principale presenta tre aperture, due finestre dotate di grate in ferro battuto e una porta alla quale sono poste due grate in ferro che permetteva di controllare il livello dell’acqua che defluiva nei canali sottostanti. Detto mulino, unitamente all’intero edificio, stante l’ottimo stato di conservazione e la sua importanza etno-antropologica, è stato posto sotto vincolo di tutela dalla Sovrintendenza».
È quindi comprensibile che, negli ultimi tempi, il Mulino Fiaccati sia diventato una sorta di monumento simbolo della politica di recupero delle emergenze architettoniche rurali dell’area. Si sono svolti difatti lì, nella suggestiva cornice del percorso montano del fiume Torto, non pochi dibattiti sullo sviluppo locale e più di una mostra e degustazione di prodotti tipici locali.

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