E’ morto a 86 anni. Storia del cantautore nato sugli Appennini che ha cambiato la musica a partire dall’Avvelenata, mescolando citazioni colte, politica e poetica della nostalgia
Bologna – Gli eskimi non usciranno più dai guardaroba, il vino non rientrerà nei fiaschi e le osterie non riapriranno.Francesco Guccini se n’è andato e se si vuole ora ripercorrere la sua storia va cercata, più che qui, nelle sue canzoni, perché è lì che l’ha messa e si è raccontato per tutta la vita. La sua discografia è stata una lunga autobiografia, così generosa di dettagli da chiamare un album come suo zio, Amerigo, e indicare perfino la residenza, che tempi quei tempi: via Paolo Fabbri 43, dove oggi arriveranno pellegrini fiori calici sigarette e versi, perché - anche se il Maestrone non ci viveva da un pezzo - quello sarà sempre il suo indirizzo nella mappa dell’anima musicale italiana.
Il ritorno a Pàvana
“Io, Francesco Guccini, eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d'altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Così annunciò nel 1999 in “Addio” il suo ritorno agli Appennini dell’infanzia (era nato nel 1940), quella Pàvana dove l’Emilia diventa Toscana, lui “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”. Morto da vivo, lassù, perché il suo eremitaggio montanaro non è mai stato un isolamento tanto si lasciava coinvolgere continuamente, disponibile a ogni stimolo incontro e occasione possibile, financo alla versione imminente in opera lirica-sinfonica dei suoi successi: aveva smesso di cantare, dal 2013 irrevocabilmente, ma mai di dire, perché in fondo si è sempre sentito e dichiarato più poeta, cantastorie o scrittore che non musicista. Le melodie erano le carrozze dei suoi pensieri, poi dopo 30 album sostituite quasi altrettanti libri. Nostalgico fin da ragazzo, disincantato fin dalle prime ballate, tanti i testamenti artistici notevolmente prematuri dettati, sempre con un senso di fine e di sconfitta addosso, ma mai per questo perdente o perduto, annoiato o deluso, anzi vitale, combattivo e prolifico fino all’ultimo. Guccini si è mostrato sempre a disagio nel contemporaneo, qualunque fosse, indossato come un maglione dei suoi puntualmente della taglia sbagliata, sempre orgogliosamente iscritto a una minoranza come Nanni Moretti, eppure “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, tra indole autentica, pigrizia, vezzo (come quello di non aver mai preso la patente di guida), sentendosi un po’ davvero Don Chisciotte e Cirano, eroe idealista, genio incompreso, fuori posto ma perché era il posto a essere sbagliato.
Le invettive e la Chiesa
I nemici preferiti: i politicanti, i potenti, gli impostori, gli ipocriti, i teleimbonitori, i nani di statura morale (“per la mia rabbia enorme mi servono giganti”) e i benpensanti. Più anarchico che comunista, come De André, elettoralmente si è sempre mosso a sinistra partendo dai socialisti. Non ha mai pensato che le sue opinioni politiche dovessero restare chiuse dentro alle sue strofe e alla sua arte.
Ateo mangiapreti, aveva stretto amicizia con il presidente della Cei, monsignor Zuppi, suo ammiratore, andandoci perfino ad Auschwitz dieci anni fa dove, qualcosa vorrà dire, il Maestrone si ruppe un braccio scivolando sul ghiaccio appena messo piede giù dal treno. Il vescovo di Bologna gli organizzò poi un incontro anche con Bergoglio.
Burbero solo all'apparenza fisica, imponente e imperioso come il proporzionato vocione, marchio della ditta con quella erre che ha arrotato migliaia di chilometri di strofe, ma in realtà omone schivo, timido e gentile, capace di infinita tenerezza. Intransigente solo quando talvolta mulinava la penna come spada, al fin della licenza, ma indulgente, da buon peccatore, con le debolezze umane.
Iniziò lugubre come un Savonarola a parlare di morte, incidenti d’auto e lager nell’epoca delle canzonette e della musica leggerissima, e tutti toccavano ferro, ma presto ne scoprirono anche l’indole ironica e sarcastica, l’umorismo dei suoi loquacissimi concerti, mai fatto piedistallo né cattedra del palco finché s’è divertito a salirci. Ieratico, intellettuale, impegnato, solenne e allo stesso tempo burlone, goliarda e fin troppo attento a non prendere troppo sul serio il proprio ruolo e il proprio successo da “modenese volgare”, “burattinaio di parole” ché “infine tutti avremo due metri di terreno”. Quando si lasciava prendere dalla collera, come ne “L’Avvelenata”, poi provava imbarazzo.
Da Barthes a Pieraccioni
Il re dei cantautori militanti per eccellenza, quello che citava Gozzano, Barthes, Borges o Salinger, non tutti sanno che aveva cominciato nelle balere della Riviera con i Gatti scrivendo pezzi alla Peppino Di Capri (“Bimba guarda come (il ciel sa di pianto)”), che aveva accompagnato alla chitarra Nunzio Gallo, protomelodico partenopeo, che aveva ceduto canzoni a Lando Buzzanca (“Il bello”) e confezionate altre per Bobby Soloe Gigliola Cinquetti, che aveva inventato slogan da Carosello per il “Salomone pirata pacioccone” dell’Amarena Fabbri. Guccini era curioso, altissimo e pop, mai snob, per cui non c’era nulla di strano nel vederlo chiudere un’antologia di poeti provenzali per appassionarsi ai quiz televisivi prima del tg o recitare nei film di Pieraccioni.
Le origini
Nato all’inizio della guerra, 14 giugno 1940, a Modena, “piccola città, bastardo posto” mai troppo amato, sfollato dai nonni a Pàvana, papà impiegato alle Poste dopo essere tornato dai campi di concentramento, mamma casalinga, Francesco, della razza sua “per quanto grande sia il primo che ha studiato”, fece le magistrali poi Lingue a Bologna senza finirla (di lauree ne avrebbe poi ritirate due ad honorem). Per due anni cronista alla Gazzetta di Modena (intervistò nel 1960 anche Mister Volare, Domenico Modugno, con arroganza da ventenne di cui ammise di essersi poi vergognato parecchio) prima di dedicarsi alla musica, abbracciata soprattutto per fare colpo sulle ragazze. Il primo disco in proprio fu nel 1967 “Folk beat n.1” ma nello stesso anno i Nomadi fecero un inno della sua “Dio è morto”, censurata dal solito zelo della Rai per blasfemia ed elogiata da Paolo VI e trasmessa da Radio Vaticana.
Il live del 1984
Prima dei record di Ligabue, Vasco e infine Ultimo fu epocale il suo raduno nel centro di Bologna il 21 giugno del 1984 per il live gratuito “Fra la via Emilia e il West”, accompagnato in piazza Maggiore, oltre che dalla band, da ospiti come Gaber, Dalla, Conte Vecchioni i suoi Nomadi ed Equipe 84: furono contati tra i 150 e i 160 mila spettatori.
Nella sua autobiografia cantata ha raccontato anche amori finiti, (feroce “Quattro stracci” per la compagna Angela, madre della figlia Teresa“Culodritto”, che prima aveva ispirato “Eskimo…”) e nuovi amori, come quello (celebrato in “Vorrei”) per la seconda moglie Raffaella Zuccari, insegnante, sposata nel 2011, con cui ha diviso gli ultimi trent’anni di strada e che lo ha accudito amorevolmente devota fino all’ultimo. Sempre più affaticato, dietro lo sguardo più liquido guizzavano ancora intuizioni e passioni. Sempre più amareggiato e mortificato dal tradimento dei suoi occhi che ormai da troppo tempo non gli consentivano più di leggere, la più insopportabile delle menomazioni e delle pene per lui immaginabili. Speriamo che nessuno gli legga i coccodrilli, par di vederlo sbuffare e scrollare le spalle.
La Repubblica, 6 agosto 2026


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