Don Francesco Romano / Don Cosimo Scordato
Sperando di essere quasi fuori dal caldo insopportabile della nostra estate, proponiamo una breve riflessione che, andando oltre la semplice evenienza, ne ricerchi le cause.
A tal proposito ci piace ricordare la vicenda di quel signore che, preso dall'euforia del suo lavoro, non si rendeva conto che stava tagliando il ramo su cui si trovava. Se non si fosse fermato in tempo sarebbe precipitato dall'albero rischiando di morire. Ebbene prendiamo spunto da questa storiella per ricordare che la nostra situazione sul pianeta Terra nell'era dell’antropocene, ovvero nell'epoca in cui l'uomo è entrato in scena come frutto dell'evoluzione delle epoche precedenti, è analoga a quella appena accennata. L'uomo faber, trattando sempre più il mondo come oggetto da studiare e da sfruttare, con la sua intelligenza, le sue invenzioni, la ricerca tecnica sempre più avanzata è arrivato al punto in cui sta rendendo sempre meno vivibile a sé e alle altre creature il Pianeta nel quale siamo nati.
L'aria è inquinata, i mari sono sporchi, la terra si va surriscaldando e sempre più spesso siamo posti dinanzi a fenomeni estremi. Il cosiddetto dissesto idrogeologico oltre che lo sconvolgimento delle stagioni con picchi di temperature sempre più alte sono gli allarmi insistenti da parte del Pianeta che, essendo in sofferenza, sembra voler lanciare un monito agli umani. La situazione è grave e non può essere sottovalutata come sembrano fare certi negazionisti; essi non riconoscono la correlazione stretta tra lo sviluppo sempre più aggressivo e sperperatore e gli squilibri cui accennavamo. Gli scienziati, da decenni, hanno messo in guardia dal peggioramento della situazione fino al rischio di raggiungere un punto di non ritorno; in questo caso ci troveremmo dinanzi a una sorta di implosione del pianeta Terra e di tutti coloro che lo abitano con l’aggravante etica che l'uomo si permetterebbe non solo di distruggere se stesso ma anche tutte le altre creature: animali, piante, vegetazioni, aria, atmosfera. Con quale diritto? I pensatori ci hanno sollecitato a passare dalla civiltà dell'avere a quella dell'essere, dalla sbornia dello spreco alla possibilità di una “decrescita felice”, dallo sfruttamento e dal consumo illimitato al senso della misura puntando piuttosto alla qualità della vita.Intanto sembra che l'unica cosa che spinge l’economia e con la quale si vorrebbe rassicurare la gente è la crescita del Pil, il cosiddetto “prodotto interno lordo”. Consentiteci di dissociarci da questa mitologia; la crescita del Pil non prevede l’equa distribuzione dei vantaggi, anzi favorisce la concentrazione delle risorse in una parte limitatissima della popolazione con la crescita dei miliardari e dei milionari; inoltre crescono gli squilibri tra i vari gruppi: si impoverisce il ceto medio, si accentua la distanza con chi è in difficoltà. Cosa fare allora?
Oltre a prendere coscienza di ciò che sta accadendo, senza infingimenti e manipolazioni, urge la maturazione di una coscienza collettiva attrezzata a pensare e ad agire. La riflessione, soprattutto etica, deve includere la valutazione degli effetti, a breve e lungo termine, di ciò che facciamo; il che comporta una lettura critica di tutto il sistema in quanto produce sempre più scompensi e rischi, dei quali dobbiamo assumerci la responsabilità. Circa l’agire, oltre a fare riferimento alle tante esperienze di consumo critico e di ridimensionamento dei circuiti della grande distribuzione, va maturato uno stile di vita che sappia distinguere ciò che è necessario, ciò che utile, ciò che è superfluo, ciò che è dannoso. Avvertiamo che non è facile fermare o rallentare la corsa di economie di mercato e di attività finanziarie che sembrano avere la meglio; ma “mettersi in folle” per chiedersi, come ricordava don Pino Puglisi ai suoi giovani, “Sì, ma verso dove?” è il modo migliore per dare un contributo a una direzione/finalità adeguata. Non sono necessari strumenti sofisticati, bisogna cominciare ad apprezzare ciò che siamo, dando precedenza alle relazioni che danno qualità alla vita delle persone oltre che a progetti di bellezza, verità, equità, da realizzare nei nostri contesti. Ciascuno è chiamato a mettersi in gioco e non restare spettatore di partite giocate da altri. A proposito ci piacerebbe lanciare il gioco: di che cosa posso fare a meno di tutto ciò che ho e che mi sembra necessario a partire da ciò che sono?
GdS, 25 agosto 2026

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