domenica, agosto 16, 2026

L'INTERVISTA. Cecilia Strada: "Mi manca il papà non l'eroe Gino"


La figlia racconta il fondatore di Emergency a cinque anni dalla morte. "Le discussioni, le risate e quelle tagliatelle a Kabul"

DI ZITA DAZZI

Avevo otto anni la prima volta che sono stata al confine fra Pakistan e Afghanistan, nell'87. Papà mi portò in sala operatoria. Poi sono andata molte altre volte a Kabul con lui negli anni. Ricordo i viaggi in auto con le cassette degli Eagles e dei Pink Floyd, le chiacchierate sotto il pergolato della sua casa. È lì che Gino mi ha insegnato a fare le tagliatelle a mano». Il 13 agosto di cinque anni fa Gino Strada, fondatore di Emergency, ha cominciato il suo ultimo viaggio, il più lungo, l'unico senza ritorno. Ma per sua figlia Cecilia, 47 anni, eurodeputata Pd, quel padre così carismatico, il chirurgo che aprì ospedali in nove Paesi, è più presente che mai, nei pensieri, nel quotidiano, nell'agire politico. 

Cecilia, lei era su una nave nel Mediterraneo a salvare migranti quando suo padre morì durante una vacanza in Normandia. 

«Ci eravamo sentiti pochi giorni prima che io mi imbarcassi sulla nave umanitaria ResQue, pensando di rivederci presto. Quando è arrivata la telefonata di Simonetta, la sua compagna, che mi ha avvertito che era stato male, avrei preferito essere a casa con lui. Più divento vecchia, più mi sento vicina ai miei genitori. Anche se non siamo mai stati una famiglia che celebra gli anniversari, siamo sempre assieme nell'anima. Mio padre è lì dove ogni giorno qualcuno sta facendo qualcosa per il prossimo che soffre».

Quando pensa a suo padre, cosa le viene in mente? 

«Che mi ha insegnato a essere la donna che sono. Penso in ogni momento a lui e a mia madre Teresa. Mi occupo di ciò di cui si occupavano loro, ho ereditato la loro passione e forza. Anche adesso che sono al Parlamento europeo non posso non pensare a mio padre, a quel che mi ha trasmesso, ho imparato da lui a occuparmi delle vittime delle guerre e dei poveri del mondo».

Cosa avrebbe detto suo papà, che non è mai entrato in politica, del suo incarico?

«Avrebbe detto, con la sua classica ironia, che è uno sporco lavoro, ma che qualcuno deve pur farlo. Lui ha rifiutato di candidarsi tutte le volte che gliel'hanno offerto. Ma credo che mi avrebbe compresa nella mia scelta di fronte alla deriva politica nella quale ci troviamo. Sentire parlare di remigrazione l'avrebbe fatto molto patire». 

C'è qualche tratto del carattere che sente di aver ereditato da lui?

«L'ironia, la capacità di ridere anche di sé stessi, una certa testardaggine necessaria per raggiungere i propri obiettivi». 

Oltre a lei, chi ha raccolto il testimone di Gino Strada oggi?

«C'è tanta gente che porta avanti il suo impegno. Me ne rendo conto quando vado a vedere il lavoro dei volontari sui confini, come la settimana scorsa a Ventimiglia. Magari non sono persone famose, ma portano avanti un compito necessario. E quando sentono il mio nome, mi dicono che hanno deciso di impegnarsi perché hanno letto il libro di mio padre a scuola. La grande lezione di mio padre e di Emergency è che le persone normali, quando si mettono assieme, fanno cose straordinarie».

Quando lei era presidente di Emergency, dal 2009 al 2017, con suo padre ci sono stati momenti di incomprensione, anche di litigio. Poi avete fatto pace, come accade a figli e genitori. 

«Certo, sono cose che succedono quando ci sono persone testarde come siamo noi, entrambe convinte di essere nel giusto. Anche se a volte ci si scontra, ci sono cose molto più importanti che poi prevalgono, ma dopo le discussioni sul ruolo di Emergency abbiamo avuto un periodo molto bello. Tolto di mezzo quel tema, abbiamo recuperato tempo per noi, spazio che ci siamo ripresi dopo 30 anni, per parlare dei figli, dell'ultimo libro letto, voglia di scambiarci la ricetta per fare il ragù».

Non deve essere stato facile confrontarsi con un papà così, che sarà stato anche piuttosto assente.

«Lui era lontano, ma non assente. Certo, Emergency ha assorbito tanto tempo a livello famigliare, ma non posso dire che sia stato un padre assente, anche se le questioni dell'associazione sono state sempre molto presenti nella nostra vita di tutti i giorni. Lui era continuamente in giro per il mondo, anche quando non c'era ancora Emergency, ma scriveva tante lettere, mandava foto, disegni. Ovvio che la nostra quotidianità fosse diversa da quella che avrei potuto avere con un padre che tornava a casa la sera, ma mettevamo tanto impegno in questo nostro rapporto a distanza, in un modo diverso da quello tradizionale».

Lei è uscita definitivamente da Emergency. Che cosa la lega ancora a quel mondo?

«L'ho vista nascere. È un pezzo della mia vita. E le auguro come sempre, da quando l'ho costruita, che diventi "inutile", nel senso che non sia più necessaria, visto che organizzazioni di quel tipo esistono perché ci sono le guerre, per cercare di raddrizzare almeno un po' le storture di questo mondo. Sarebbe un sogno».

Che nonno è stato Gino?

«Uno nonno speciale. Ha scelto lui il nome di mio figlio Leone, che oggi ha 16 anni, gli ha insegnato a giocare a scacchi. Proprio l'altra sera ricordavamo un trucco di magia che faceva spesso. Ci manca molto. Era un nonno giocoso, allegro. Un giorno si travestì con la tenda del salotto e ci fece un agguato ridendo come un matto». 

Se potesse riaverlo qui per un giorno, come impiegherebbe questo tempo?

«Non lo condividerei con nessuno, me lo terrei tutto per me. Ma vorrei avere qui l'uomo, non l'eroe, vorrei mio padre che giocava a nascondino con i bambini col turbante in testa».

la Repubblica, 13/9/3026

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