giovedì, agosto 27, 2026

Dalla crisi climatica al prezzo della benzina


di Giuseppe Savagnone

Il rilievo politico dimenticato della questione climatica

L’eccezionale ondata di caldo che in queste settimane ha messo in ginocchio l’Europa e l’Italia è stata oggetto di innumerevoli articoli e notiziari, ma è stata variamente interpretata. Se ne è spesso parlato come di una semplice ricorrenza periodica, già verificatasi in passato e che rientra esclusivamente nelle fisiologiche oscillazioni dei cicli naturali. Una narrazione che, però, contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo rientrano in quel processo di progressivo riscaldamento del nostro pianeta che sta determinando lo scioglimento dei ghiacci sulle nostre montagne e, cosa assai più grave, nei due poli, determinando un innalzamento del livello dei mari, con la prevedibile scomparsa di intere città costiere.

È ancora la comunità scientifica a spiegare che questo allarmantissimo fenomeno è determinato – o almeno fortemente alimentato – dal ruolo dell’uomo, in particolare dall’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), che, quando vengono utilizzati, liberano grandi quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. La CO2 produce infatti “l’effetto serra”, lasciando entrare la luce del Sole, ma trattenendo il calore che la Terra sprigiona.

Il risultato di detto processo è un aumento della temperatura media della Terra di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale; il 2024 e il 2025 hanno addirittura superato la soglia di 1,5°C.

Se si parte da questa lettura, garantita dall’autorità della grande maggioranza degli scienziati, oltre a registrare i disagi per la soffocante calura e per i suoi effetti immediati sull’ambiente, è necessario porsi la domanda su ciò che gli esseri umani – e in concreto gli Stati – devono fare per fermare questa deriva.

Il problema è politico. E sorprende che di questo aspetto sui nostri mezzi di informazione si sia parlato pochissimo. Ha avuto immensamente più spazio, nell’attenzione dell’opinione pubblica, la questione dei flussi migratori, che, pur di grande rilievo, è meno decisiva per le sorti del nostro pianeta di quella climatica, da cui peraltro in parte dipende (è l’avanzare della desertificazione che spinge intere popolazioni ad abbandonare la loro terra).

Risposte politiche diverse

Le risposte politiche alla questione del riscaldamento globale, però, sono molto diverse. L’amministrazione di Donald Trump considera il cambiamento climatico «una bufala» e ha perciò incrementato la produzione di petrolio e gas, riducendo gli incentivi per le energie rinnovabili ed eliminando le normative federali che riconoscevano i gas serra come una minaccia per la salute e l’ambiente. Una scelta, quest’ultima, particolarmente grave, perché gli Stati Uniti sono al secondo posto, dopo la Cina, nell’emissione di CO2.

Da qui anche la scelta del governo americano di uscire dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, a cui partecipano 198 Nazioni.

Opposta a questa linea è quella dell’Unione Europea, che nel 2019 ha lanciato il Green Deal, “il Patto verde”, fortemente voluto dalla Commissione Europea, sotto la guida della sua presidente Ursula von der Leyen, che ne ha fatto il pilastro centrale del proprio mandato politico. L’obiettivo del Green Deal era di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero al mondo.

L’idea di fondo era quella di poter svincolare la crescita economica dall’uso delle risorse naturali nel campo dell’energia, sostituendo i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale, destinati prima o poi ad esaurimento) con le fonti energetiche rinnovabili (eolico e solare fotovoltaico).  

In linea con questo progetto, tutte le attività produttive avrebbero dovuto essere progressivamente orientate all’eliminazione delle emissioni di CO2. L’esempio più noto è quello dell’industria automobilistica, a cui veniva data la scadenza del 2030 per produrre nuove automobili che riducano del 55% queste emissioni, e quella del 2035 per una riduzione del 90%.

Di fatto l’Europa si è mossa con decisione in questa direzione. Oggi nel nostro continente circolano circa 5,7 milioni di auto elettriche. In Norvegia costituiscono praticamente la totalità delle nuove immatricolazioni; in Danimarca l’80,1%; in Finlandia il 52,6%; nei Paesi Bassi il 47,3%; in Belgio il 42,8%; in Svezia il 42,6%; in Francia il 35%; in Germania il 29,3%.

La posizione del governo italiano

Nel nostro Paese, invece, la quota è del 5,9%. E non è un caso. Perché il governo italiano è stato di fatto il più vicino alla linea di Trump nei confronti del problema del riscaldamento globale, spesso minimizzato come frutto di una visione ideologica, piuttosto che come un innegabile dato scientifico.

Di conseguenza, anche l’adesione al Green Deal – che Meloni e Salvini hanno ereditato dai governi precedenti, dopo la vittoria elettorale del 2022 – è stata costellata di riserve. La nostra premier, che già aveva attaccato «l’ambientalismo ideologico» nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha ripetutamente stigmatizzato con durezza le «follie verdi» che a suo avviso danneggiano l’industria italiana ed europea.

Alla vigilia del Consiglio europeo del giugno 2026, Meloni ha dichiarato in Senato che l’Italia continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni». E, a questo proposito, la premier ha ritenuto di poter smentire le accuse di trascurare il problema: «Con il nostro governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili».

 Dall’altro, però, ha aggiunto: «Noi vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, per abbracciare un pragmatismo serio e ben ancorato al principio di neutralità tecnologica» (formula con cui si intende un approccio flessibile che permette l’utilizzo di tutte le opzioni in maniera complementare, in base alla loro efficacia nel ridurre le emissioni).

Molto più esplicito il vice-premier Salvini, che in un’intervista ha dichiarato senza mezzi termini: «Un’Europa sana, domani mattina, come ha fatto Trump, cancella il Green Deal».

I fatti

Il risultato, di fatto, è che l’impulso dato da questo governo alle energie rinnovabili per produrre elettricità è rimasto abbastanza debole. In base al principio di neutralità tecnologica il governo Meloni ha prorogato l’utilizzo delle centrali a carbone fino al 2038; ha chiesto la sospensione dei cosiddetti ETS, il sistema europeo che impone un prezzo alle emissioni di CO2 per ridurre l’inquinamento e ha pressato l’UE per ottenere il rinvio dello stop ai veicoli inquinanti nel 2035, considerandolo «esempio di un approccio autodistruttivo».  

 Il fatto che si sia raggiunto oggi «il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» è relativo all’Italia, ma non può far dimenticare il ritardo rispetto a ciò che si è fatto altrove.

Basta fare il confronto con un Paese per molti versi simile al nostro dal punto di vista climatico: in Spagna il fabbisogno di elettricità coperto da fonti rinnovabili, che era al 37% nel 2019, è passato al 55% nel 2025. In Italia, nello stesso arco di tempo, dal 40% siamo arrivati solo al 48%. Cosicché il nostro Paese ha il 44% dell’energia elettrica generata ancora da impianti a gas, contro il 19% della Spagna.

La ricaduta sui consumatori – famiglie e imprese – non è indifferente. Le energie rinnovabili consentono di abbassare molto i costi, e ciò sarebbe ancora più evidente per un Paese, come l’Italia, che deve importare dall’estero il 90% del gas che alimenta le sue centrali termoelettriche. Non stupisce che gli spagnoli paghino l’elettricità fra il 30 e il 40% in meno rispetto agli italiani.

Insomma, se l’Italia paga l’energia più degli altri Paesi europei è perché dipendiamo più degli altri dalle fonti fossili, dal gas in particolare.

La svolta dell’Europa sul Green Deal e il permanere delle differenze

Il punto è che anche l’UE, ultimamente, ha molto diluito il progetto del Green Deal. Le cause sono state molte. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica che ha spaventato molti governi, spingendoli, invece che a schiacciare l’acceleratore sulle rinnovabili, a cercare nuovo gas in Algeria e negli Stati Uniti.

Nel frattempo, in seguito alle elezioni europee del giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni dell’Unione Europea è cambiata, con una decisa virata a destra sia all’interno del Parlamento che della Commissione, frammentando la maggioranza di governo su cui von der Leyen aveva potuto contare quando, cinque anni prima, aveva lanciato il Green Deal.  Il suo stesso partito, il PPE, si è sempre più spostato a destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l’agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del “Patto verde”.

Così, nel febbraio del 2025, l’UE ha varato, in sostituzione del più rigoroso piano precedente, il Clean Industrial Deal, che prevede una politica industriale più sostenibile, alla luce delle gravi difficoltà createsi per l’Europa sul piano internazionale. Come chiedeva l’Italia, la scadenza del 2035 per la conformità agli Standard sulle Emissioni è stata spostata di due anni, dando più tempo ai produttori di auto. Inoltre, con un importante cambio di rotta la Commissione ha approvato l’uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) – originariamente destinati a sostenere l’azione per affrontare il cambiamento climatico, oltre che alla ripresa economica post-pandemia e alla digitalizzazione – per gli investimenti nella spesa militare, cosicché molti finanziamenti sono stati spostati sull’industria bellica.

Sebbene il governo Meloni abbia presentato questi cambiamenti come un’adesione alla linea dell’Italia, resta una notevole distanza tra il punto di vista del nostro Paese e il modo in cui l’Europa guarda alla questione climatica e alle priorità che essa comporta. Significativo il fatto che – cedendo alle reiterate pressioni del governo italiano, che chiedeva l’autorizzazione a sforare il Patto di stabilità per far fronte alla crisi energetica determinata dalla guerra con l’Iran –   la Commissione europea l’abbia concessa a patto che il maggiore deficit serva a promuovere investimenti volti ad accelerare la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Un implicito ammonimento e una precisa indicazione a un governo che i soldi avrebbe preferito spenderli per obiettivi più a breve scadenza.

Come quello di calmierare il prezzo della benzina, impennatosi in Italia più che altrove, data la scelta di continuare a privilegiare le auto tradizionali rispetto a quelle elettriche, perché la benzina e il gasolio derivano dal petrolio, il cui prezzo è molto aumentato con la guerra all’Iran. Così il nostro governo – che ha sempre contestato come ideologica la corsa alla liberazione dalla dipendenza dal petrolio, invocando il primato dei nostri interessi nazionali rispetto al bene comune del pianeta – si sta trovando a spendere miliardi per tamponare, senza peraltro riuscirci, una situazione di emergenza, in larga misura effetto di quella linea.

Un’occasione, forse, per chiedersi se davvero la ricerca dell’utile particolare a scapito del bene di tutti sia la scelta più vantaggiosa, per gli Stati come per i singoli.

tuttavia.eu, 27 agosto 2026 

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