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| L’ispettore di P.S. Nino Melita |
Dal primo agosto l’ispettore della Polizia di Stato Nino Melita ha lasciato il servizio attivo, dopo una onorata carriera, ed è stato collocato in pensione. L’abbiamo incontrato per ripercorrere le linee fondamentali della sua carriera, iniziata nel 1989 a Palermo e conclusa il 31 luglio 2026 a Corleone.
Nino è figlio di Biagio Melita, anch’egli un poliziotto per tanti anni in servizio a Corleone. C’era anche lui la sera del 14 maggio 1964 in cortile Mangiameli quando polizia e carabinieri arrestarono la “primula rossa” di Corleone in casa di Leoluchina Sorisi. Ed era stato lui nel 1963 a riconoscere Totò Riina arrestato ad un posto di blocco.
Dice adesso Nino Melita: “Nel 1989, insieme ad altri colleghi, sono stato assegnato alla Questura di Palermo, dopo il fallito agguato mafioso contro il giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 21 giugno 1989 su una scogliera all’Addaura, vicino a Palermo, per potenziare la scorta al giudice. Conosciuto il dott. Falcone. Ho avuto modo di istaurare un rapporto fraterno con Vito Schifani, Vincenzo Li Muli - periti nella strage di Capaci - ed Antonio Vullo, l’unico poliziotto che in quell’attentato si è salvato. Due anni dopo sono stato assegnato a Corleone”.
D. P. È più facile o più difficile per un poliziotto fare servizio nel suo paese?
N. M. Operando nel proprio comune c’è il vantaggio di conoscere un po’ tutti e di sapersi orientare meglio. Conosci il gotha mafioso, il piccolo delinquente e le persone perbene. Nei rapporti quotidiani con le persone qualche problema può nascere. Io per fortuna sono sempre riuscito a mantenere l’equilibrio, la rotta, e a fare il mio dovere.
D. P. Quali servizi più importanti ricordi nei primi anni di servizio?
N. M. Sicuramente la ricerca dei latitanti. Allora i più importante capomafia di Corleone erano tutti latitanti: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella. Eravamo impegnati nel controllo del territorio, ma l’attività prevalente era la ricerca dei latitanti.
D. P. Ci vuoi parlare della brillante operazione che ha portato nel 2012, dopo 64 anni, a recuperare i resti di Placido Rizzotto dalla “ciacca” di Rocca Busambra?
N. M. Conoscevo la vicenda del segretario della Camera del lavoro di Corleone rapito dalla mafia. E partecipavo alle iniziative che ogni anno la Cgil e la sua famiglia organizzavano per ricordarlo e per chiedere verità e giustizia, anche a distanza di tanti anni. Mi ha particolarmente colpito la passione e la partecipazione emotiva del nipote di Rizzotto, Placido Jr., che insieme all’allora sindaco Nino Iannazzo, mi chiesero di fare qualcosa.
Ebbi la fortuna di conoscere un pastore il cui padre - anch’egli pastore - conosceva bene Rocca Busambra. E col suo aiuto individuammo la “ciacca” dove Liggio e gli altri mafiosi buttarono il cadavere fatto a pezzi di Rizzotto, insieme al mulo con cui l’avevano trasportato. D’intesa col commissario Filippo Calì, chiedemmo l’autorizzazione al magistrato e con il corpo speciale dei vigili del fuoco procedemmo ad ispezionare la ciacca profonda più di 50 metri. Riuscimmo a trovare i resti di tre cadaveri. Fatta l’estrazione e la comparazione del DNA con il il dna del papà di Rizzotto, Carmelo, la polizia scientifica ci ha dato la certezza che uno dei tre cadaveri apparteneva a Placido Rizzotto.
Ricordo che da ogni parte d’Italia vi fu la richiesta di concedere i funerali di Stato a Rizzotto, che furono autorizzati dal governo e si svolsero il 24 maggio 2012.
D. P. Fu la prima volta che lo Stato ha concesso l’onore dei funerali di Stato per un sindacalista…
N. M. Si, fu un evento straordinario, a cui partecipò anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Corleone ha vissuto una giornata indimenticabile.
D. P. Morti Riina, Provenzano e Messina Denaro, la mafia è sconfitta e sta scomparendo?
N. M. Assolutamente no. Certamente, come diceva Falcone, è un fenomeno umano che prima o poi finirà. Ma al momento io la fine non la vedo. Certamente lo Stato è riuscito a dare dei grandi dispiaceri a questi soggetti con numerosi arresti e confische, ma la mafia non è assolutamente sconfitta, come dimostrano le ultime operazioni del maggio scorso.
D. P. Per tanti anni si è parlato di riproduzione familistica della mafia, nel senso che figli e nipoti di mafiosi come per un destino ineludibile sono destinati a diventare mafiosi. È ancora così?
N. M. Certamente mafiosi, soggetti mafiosi riproducono mafiosi, ne abbiamo avuto tante prove. Ma devo dire che io a Corleone conosco persone che sono figli di mafiosi che non ne vogliono sapere nulla della mafia. Hanno studiato, vogliono fare altre cose. Devo dire che esiste la possibilità di affrancarsi.
D. P. Quindi, un’altra strada è possibile…
N. M. Si, i fatti dimostrano che un’altra strada è possibile.


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