Riccardo Arena
Palermo - La mafia che cambia in fondo non cambia mai. Lo dimostra la storia di Libero Grassi, il cui esempio luminoso, ancor oggi, 35 anni dopo l’omicidio, non viene seguito da molti suoi colleghi imprenditori.
Lo dimostra l’arrogante spavalderia di una manovalanza giovanile fredda e determinata, pronta a perseguire nuovamente la via della violenza per imporre la legge del pizzo e del terrore. Lo dimostra il ritorno dei kalashnikov e del fuoco contro chi «deve» essere costretto a contribuire alle casse di Cosa nostra. L’ultimo saggio del procuratore della Repubblica di Palermo vede Maurizio de Lucia passare dal Cappio alla Cattura, suoi precedenti volumi rispettivamente del 2009 (scritto a quattro mani col giornalista Enrico Bellavia) e del 2023, sui misteri di Matteo Messina Denaro, realizzato con Salvo Palazzolo, inviato di Repubblica che firma col magistrato anche il nuovo saggio, titolato appunto La mafia che cambia - Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi (Bur saggi, 238 pp., 15 euro).
Non è certo una trilogia, ma c’è un invisibile filo conduttore che segue una sua logica: le estorsioni, segno di potere e controllo del territorio nel primo libro; la mafia strisciante, potente - e infiltrata nella società civile - di uno stragista latitante trentennale a casa propria, nel secondo; ora una sorta di alfabeto della Cosa nostra che ricicla e si ricicla per non soccombere.Le varie voci (A come Antimafia, B come Bitcoin, C come chat e via discorrendo fino a Usa, Verità, Welfare e Zona franca) seguono il lavoro - che va avanti dal 1990 - di un pm abituato a ragionare, oltre che a indagare, ad analizzare fenomeni di cui è profondo conoscitore, sin dagli anni ’90, quando cominciò dalla pubblica amministrazione per poi occuparsi di mafia in tutta una carriera, trascorsa fra la Dda, la Dna, la guida della Procura di Messina e il ritorno nel capoluogo siciliano. E nel futuro, chissà.
C’è, nel libro, un capitolo dedicato alla lettera I, come intimidazioni: è la parte dedicata a Grassi e si apre - senza farne il nome - con la storia di un piccolo imprenditore di Brancaccio che proprio in questi giorni di commemorazioni ha offerto la propria testimonianza pubblicamente: Giorgio Zappulla, sostenuto da Addiopizzo, associazione che a Libero si ispira, è citato per le minacce che ricevette: «D’ora in poi devi versarmi 1500 euro al mese per la famiglia nostra». Cercò aiuto - come spesso accade, non dalle forze dell’ordine - e prese ceffoni, subì altre minacce. Fino a quando non denunciò tutto ai carabinieri. Non c’è crisi economica che tenga, c’è «una nuova classe di criminali», ultimativa, sbrigativa: «Entro 48 ore ci deve portare i soldi..., se li può andare a fare prestare, abbiamo preso impegni». «Oggi - argomentano de Lucia e Palazzolo - i mafiosi hanno paura di chi espone l’adesivo di Addiopizzo, hanno paura di chi denuncia. Anzi hanno sempre avuto paura. Libero Grassi», quando «disse no al pizzo, era solo». Ma ora i ragazzi di Addiopizzo scrivono che «oggi Libero avrebbe al fianco centinaia di commercianti e imprenditori... tuttavia il fenomeno resta presente e diffuso». Chiosano gli autori: «E non perché gli operatori economici abbiano paura, ma perché qualcuno trova conveniente rivolgersi ai mafiosi, per la soluzione delle situazioni più diverse».
È una mafia che (non) cambia e fa affari, sempre e comunque, con una «parola chiave» che «è una sola: diversificazione». Qui si entra «nei meandri della provincia di Trapani, il laboratorio economico della nuova mafia», quello di Matteo Messina Denaro: «Gli investimenti mafiosi dei suoi ex fedelissimi hanno riguardato l’energia eolica, la grande distribuzione, la ristorazione, l’edilizia. Una vera e propria holding formata da tanti insospettabili prestanome dei mafiosi. Gli esperti di marketing lo chiamerebbero brand». Ma è anche «una fabbrica che a Palermo lavora giorno e notte, 365 giorni all’anno e non sembra conoscere crisi: la fabbrica dei prestanome». La mafia che cambia ma non troppo si ritrova nei lucidi deliri di Totò Riina in carcere, in quelli sovente subdoli di Giuseppe Graviano, nella E come Etica del costruttore boss Franco Bonura, furioso perché il figlio, un farmacista, si era rivolto ai carabinieri dopo avere subito il furto del cellulare: «Qual è il motivo che devi avere rapporti con questa gente?». È - la vecchia e nuova Cosa nostra - nella D di droga, «tornata a essere uno degli affari principali di ogni famiglia», attraverso traffici internazionali che hanno riportato nell’Isola e a Palermo «gli ambasciatori dei narcos colombiani».
Il filo della continuità tra passato e futuro è anche nelle frasi citate all’inizio di ogni capitolo: una è di Giovanni Falcone («Cosa nostra adatta instancabilmente i propri metodi ai tempi nuovi, rendendoli via via più sofisticati»). Il giudice ucciso da Cosa nostra aveva dato la chiave: non ebbe il tempo di conoscere le chat o i criptofonini ma aveva intuito che comunicazioni «sicure» sono alla base di ogni sistema che voglia funzionare. E lui, che capì in tempi remoti l’importanza di seguire il denaro, non conosceva nemmeno le monete virtuali e i bitcoin: nemmeno Riina, che al compagno di cella diceva che il denaro suo se lo sarebbe ripreso, perché «il capitale è sempre lì». Certezze alimentate dal fatto che «un esercito di colletti bianchi senza scrupoli, specialisti delle nuove monete», è al centro di «interessi crescenti dei padrini, paralleli all’intensificarsi degli affari di droga».
Insomma, questa «nuova» mafia sa mutare pelle per restare sempre identica a se stessa: violenta, penetrante, strisciante, sfuggente, ricca. Con la «grande illusione, che la mafia sia stata sconfitta per davvero, che è già tornata».
GdS, 30/8/26

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