di Norberto Fuentes
Nel centenario della sua nascita, i piaceri di Castro raccontati da Norberto Fuentes, suo amico personale. Lo scrittore e giornalista partecipò all’ascesa al potere del politico cubano, poi scelse l’esilio, ora vive a Miami
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| Il leader cubano Fidel Castro in un comizio a l’Avana |
Il 26 luglio 2006. Fu uno spettacolo dantesco. Quel gigante in uniforme mimetica si contorceva dal dolore sul pavimento del suo aereo privato An-26 in volo da Holguín all'Avana. E non c'era un medico a bordo. Il resto è storia. Nessun resoconto menziona la sua disperazione e come pianse amaramente quando scoprì che gli avevano applicato quella spregevole sacca per colostomia.
Ancor meno si sa di come, rassegnato al suo destino, dedicò tutto il tempo possibile – e nel più assoluto segreto – a preparare sua moglie Dalia e i suoi figli. Per la prima volta nella sua vita, sarebbe stato fedele a una donna. Doveva proteggerla.
Anni prima, il 10 maggio 1969, mentre scriveva a macchina il suo testamento, Ho Chi Minh citò una frase di Tu Fu: «In tutte le epoche, poche persone raggiungono i 70 anni». E aggiunse: «Quest'anno compio 79 anni. Sono già una di quelle persone ‘rare in ogni epoca'». A Fidel, nonostante la sua dichiarata ammirazione per "zio Ho", non era mai piaciuto quel limite degli 80 anni.
Così, avvicinandosi a quella fatidica data, e con la consulenza del suo medico personale, Eugenio Selman, inaugurò il Club dei 120 anni. Il presupposto era che gli esseri umani fossero biologicamente predisposti a vivere così a lungo. Iniziarono quindi, fungendo essi stessi da cavie, a mangiare quasi esclusivamente verdure, evitando i grassi animali e controllando l'assunzione di zuccheri. (In seguito si concessero del pesce alla griglia e un occasionale sorso di vino). Alla fine, a Fidel mancarono trent'anni per raggiungere l'obiettivo, ma lo sforzo fu comunque ripagato. Arrivò a 90 anni.Gli americani, che tendono ad essere approssimativi nelle loro previsioni, si diedero spesso ad affrettate speculazioni. Il previdente Ho Chi Minh morì due anni dopo aver citato il poeta Tu Fu, non raggiunse gli 80 anni. Pochi giorni dopo quella crisi intestinale e tre interventi chirurgici, la Cia fece trapelare – il 6 ottobre 2006 – la notizia: «Castro è affetto da un cancro terminale», lasciandosi poi andare, per 10 anni!, a ogni genere di previsioni sul cambio di governo.
Nella sobria casa su palafitte che si era fatto costruire in un discreto angolo dei giardini del palazzo presidenziale di Hanoi, l'arredamento di Ho Chi Minh consisteva in una vetrinetta, un letto vietnamita senza materasso e un tavolo di legni cubani, un regalo di Castro. Dall'altra parte del pianeta quell'uomo per le cui brame non esistevano limiti poteva ancora avere la delicatezza di scegliere un regalo che avrebbe sicuramente fatto piacere al venerabile anziano.
Il tipo di doni che Fidel era solito fare, accuratamente calibrati sui gusti dei destinatari, si basava sui rapporti del suo eccellente servizio di intelligence. Inoltre, per non offendere figure con una disposizione umile come Ho Chi Minh, si proteggeva con la sua ben costruita leggenda di gladiatore antimperialista.
L'essenziale era neutralizzare qualsiasi fuga di notizie su quella che lui chiamava la sua "vita privata". Ogni mese, con assoluta precisione, inviava a Nasser una scatola di 150 sigari di piccolo calibro, i suoi preferiti. A bordo del suo yacht ancorato sul Nilo, nessuno era più benvenuto di Luis García Guitar, l'ambasciatore cubano, con il suo prezioso carico. (Sui coperchi delle cassette di cedro si intrecciavano gli stemmi di Cuba e dell'Egitto.) Colmava il peruviano Velasco Alvarado e il cileno Salvador Allende di vaschette di gelato al cocco, il loro gusto preferito. Fidel imbarcava Lupe Veliz, la moglie di Antonio Núñez Jiménez, l'ambasciatore cubano a Lima, a bordo di un Ilyushin-62 della Cubana de Aviación. Fidel approfittava dell'occasione, mentre Núñez era impegnato nelle intricate questioni diplomatiche di Lima, per coltivare i suoi incontri romantici con Lupe in uno dei suoi rifugi sull'isola. Ma le spese erano giustificate dai benefici della sua ben oliata macchina delle relazioni internazionali. Al ricevimento che offrì, nel gennaio del 1989, alle delegazioni dei suoi acerrimi nemici, gli americani e i sudafricani, in occasione della prima riunione della commissione quadripartita che pose fine al conflitto nell'Africa meridionale, Fidel disse ai suoi ospiti: «Perché non fate un giro per il paese? Non preoccupatevi per le spese. Siamo comunque in bancarotta».
E ai sovietici? Beh, lì i sigari cubani non erano molto apprezzati e il rum cubano faceva poca concorrenza alle bottiglie di vodka cristallina. (Solo lo scrittore Ilya Ehrenburg era un consumatore abituale del pregiato tabacco Criollo, ma non frequentava il Cremlino, quindi fu omesso dagli elenchi ufficiali cubani, ma fu tra quelli che accolsero con maggiore entusiasmo l'instaurazione di relazioni con "l'Isola della Libertà").
Gabriel García Márquez fu più fortunato. Intorno al 1995, Fidel Castro fece arrivare dallo Zimbabwe due magnifici impala, ciascuno del peso di oltre 70 chili. Approfittando della sua alleanza con Robert Mugabe, inviò il solito Ily-62 della compagnia Cubana con l'intenzione di mettere quella carne sulle braci il 6 marzo per la festa di compleanno di Grabriel, come lui lo chiamava. Un impala era destinato a Gabo, l'altro allo zoo cittadino. Ma il primo dovette essere macellato perché l'impala originariamente destinato alla festa di Gabo, che pascolava sui terreni del comandante Guillermo García alla periferia dell'Avana, era stata sgozzato da individui senza scrupoli alla vigilia della data stabilita per il suo sacrificio ufficiale. La sua carne era stata poi distribuita e consumata nei villaggi circostanti grazie alla rete del mercato nero collegata ai mastri del macello.
Fidel adottava spesso un atteggiamento diverso nei confronti di personaggi meno graditi. Il 20 aprile 1961, mentre andava e tornava dalla Baia dei Porci, dove si combatteva contro la brigata della Cia, si presentò nella cella dove era detenuto Eufemio Fernández, una vecchia conoscenza dell'università, ora accusato di essere un agente americano. Mentre frugava nelle tasche della sua uniforme, disse: «Dannazione, Eufemio, sono venuto a portarti dei sigari, ma li ho lasciati in macchina. Comunque, preparati perché stanotte sarai fucilato».
Fidel non conosceva limiti. Ma lui, la sua famiglia, le sue case, le sue amanti, i suoi gusti, i suoi spostamenti, i suoi accessi al Palazzo erano tutti avvolti da un rigoroso segreto che accecò la Cia, facendole fallire oltre 600 attentati. Finché la salute glielo permise, il prosciutto che consumava era il Cinco Jotas, prodotto esclusivamente a Jabugo. La sua carne preferita era quella di renna, importata per lui dalla Finlandia. Sul suo letto posavano costosissime lenzuola e federe di filato di cotone egiziano di Pratesi. Poco lontano dall'Avana, in direzione ovest, c'è ancora la casa dove conservava in un ambiente refrigerato i suoi cioccolatini e i vini «più costosi del mondo».
Quanto a quella specie di harem fluttuante che lo circondava, si dice che ne fece parte la leggendaria giornalista americana Barbara Walters e la sfortunata Lisa Howard, di cui Fidel si innamorò «come un cane», secondo il suo luogotenente Manuel Piñeiro. Fu assassinata davanti a una farmacia negli Stati Uniti (la versione ufficiale è che si suicidò), presumibilmente per essersi spinta troppo oltre come messaggera segreta tra Fidel e il presidente Kennedy. Nelle sue memorie inedite, raccontò che prima di andare a letto con lui per la prima volta, Fidel le chiese cosa le piacesse di più di lui: la sua mente o il suo corpo. Lisa non aggiunse quale fu la sua risposta.
Nessuna di queste bravate o dissolutezze ha scalfito il fascino con cui viene ricordato ancora oggi. Fidel ha segnato la storia. In un mondo che nel 1959 era sotto il potere di due vecchi uomini calvi, Eisenhower e Kruscev, apparve improvvisamente, scendendo dalle montagne, questa orda di giovani guerrieri dai capelli lunghi e dalla folta barba. In poco meno di due anni, misero in atto una radicale riforma agraria, si presero tutte le industrie installate a Cuba dagli americani, sconfissero militarmente gli americani nella Baia dei Porci, sradicarono l'analfabetismo in meno di un anno, portarono il mondo sull'orlo dell'olocausto nucleare, riempirono il continente di guerriglie e non si fermarono finché non ebbero schierato quasi mezzo milione di uomini in Africa e vinto un'altra guerra – questa volta contro un Sudafrica armato di bombe nucleari – e, di passaggio, liberato la Namibia, eliminato l'apartheid in Sudafrica e garantito l'integrità territoriale dell'Angola.
Sappiamo che alle 22:45 ora locale cubana di venerdì 25 novembre 2016, nella sua residenza all'Avana, quella vita vissuta sul filo del rasoio, tra il piacere e la costante minaccia di assassinio, è svanita in un istante. Era già in ambulanza quando è morto. In attesa dell'imminente dipartita, gli ordini di Raúl Castro erano già stati impartiti ed erano categorici. Avrebbero dovuto informare lui solo immediatamente, recarsi alla clinica CIMEQ (Centro Ricerche Medico-Chirurgiche), senza scaricare la salma fino all'arrivo di Raúl. A quel punto, con Raúl presente, la salma sarebbe stata portata direttamente al centro di cremazione.
Ora a Cuba si festeggia il suo centesimo compleanno. Beh, cosa si può festeggiare in un paese in rovina e sotto il brutale blocco energetico imposto da Donald Trump? Il compleanno di un morto. Questo 13 agosto. Ma il governo cubano, indebolito e sfinito, non riesce a soddisfare le aspettative di un paese forgiato nel fragore della Rivoluzione. Tuttavia, alcune cose sembrano immutabili: gli americani continuano a creare commissioni e squadre per interagire con la Cuba del giorno dopo, e gli abitanti di quell'isola continuano a comportarsi come se Fidel fosse ancora al potere. O almeno questo è quello che vorrebbero.
È lecito chiedersi come Fidel Castro stesso vedesse una vita così intensa. Una volta, all'inizio degli anni Ottanta, mentre rivedeva le fotografie di una delle sue prime operazioni militari, la cattura – nell'estate del 1959 – di alcuni militari spediti da Trujillo presso l'aeroporto di Trinidad, Fidel sembrò riconoscere solo sé stesso. Non riusciva a identificare nessun altro. Alla fine, con la frustrazione dipinta sul volto, disse: «Amico mio, il problema è che non ricordo niente».
Traduzione di Luis E. Moriones
la Repubblica, 12 AGOSTO 2026


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