mercoledì, agosto 05, 2026

Viene prima il programma e poi le primarie oppure prima le primarie, affidando a chi le vince il compito di determinare anche il programma?


Viene prima il programma e poi le primarie oppure prima le primarie, affidando a chi le vince il compito di determinare anche il programma?

È questo il dilemma che sembra tormentare lo schieramento di opposizione e che oggi contrappone Elly Schlein a Giuseppe Conte, dopo che il leader del Movimento 5 Stelle ha ribadito la propria contrarietà all’invio di altre armi all’Ucraina e ha proposto di affidare alle primarie anche la scelta della linea politica su questo punto. 


Francamente, mi pare una contrapposizione astratta e persino un po’ esasperante.

Non si può celebrare le primarie senza avere prima definito il perimetro dell’alleanza, i suoi valori fondamentali e almeno una parte consistente del programma. Ma non si può neppure pretendere che, prima di rivolgersi agli elettori, partiti diversi abbiano già raggiunto un accordo unanime su ogni questione, cancellando differenze che esistono e a volte stanno nella società prima ancora che nelle forze politiche.


La soluzione potrebbe essere molto più semplice.

Le opposizioni costruiscano insieme un programma sui grandi punti che già uniscono: la difesa della Costituzione e della democrazia parlamentare; il rilancio della sanità e della scuola pubblica; il lavoro dignitoso e l’aumento dei salari; una politica industriale capace di accompagnare la transizione ecologica senza lasciare indietro lavoratori e territori; una maggiore giustizia fiscale; i diritti civili e sociali; il ruolo dell’Italia in un’Europa più autonoma, democratica e impegnata per la pace.

Su questi temi si può e si deve raggiungere un’intesa.


Sulle questioni sulle quali rimangono opinioni diverse -a cominciare dalla guerra in Ucraina, dall’invio delle armi e dalla politica europea di difesa, dal tema di un’imposta sui grandi patrimoni e da altri temi comunque rilevanti su cui non c’è accordo- le posizioni siano invece esposte con chiarezza e sottoposte al giudizio del popolo dell’alleanza.

In questo modo le primarie non sarebbero ridotte alla scelta di un nome, a un concorso di popolarità o peggio a una sfida per stabilire quale partito debba comandare sugli altri.

Potrebbero essere, invece, una grande consultazione democratica nella quale ogni candidato presenta le proprie priorità e dice apertamente come intende affrontare i punti ancora controversi.

Le primarie diventerebbero così una specie di congresso aperto di un’alleanza costituzionale, progressista e alternativa alla destra e non l’ennesima guerra tra gruppi dirigenti.


Chi vince deve naturalmente rispettare il programma comune e farsi carico di rappresentare l’intera coalizione e non soltanto il proprio partito, ricevendo un mandato politico sulle questioni che l’alleanza ha dichiarato, con onestà, di non essere riuscita a risolvere prima del confronto popolare. 

Dopo, tutti uniti per battere le destre.


A mio avviso, le differenze non si superano nascondendole o rinviandole. Si affrontano democraticamente, chiedendo alle persone di partecipare e di decidere. Questa dovrebbe essere la forza di un’alleanza progressista: non l’unanimismo imposto dall’alto, ma la capacità di trasformare il pluralismo in una scelta comune.

Cosa aspettiamo a compiere questa operazione politica che mobiliterebbe davvero milioni di persone?

Le destre governano e occupano ogni spazio disponibile, mentre l’opposizione continua troppo spesso a discutere delle procedure con cui, forse, un giorno deciderà che cosa fare.


Questo livello di confusione rischia di diventare disperante. Oltre ad indebolire i partiti, diffonde delusione, alimenta il distacco e convince milioni di persone che non esista ancora una vera alternativa.

Il tempo non è infinito. Il programma comune si cominci a scriverlo subito. Le differenze vengano dichiarate senza ipocrisie. E siano finalmente gli elettori dell’alleanza a scegliere la guida e, insieme, l’indirizzo politico con cui provare a cambiare il Paese.


Ormai siamo in Zeitnot, la parola tedesca, composta da Zeit, tempo, e Not, bisogno o mancanza, che indica una situazione in cui un giocatore di scacchi ha pochissimo tempo per fare le sue mosse.

Il tempo per la sinistra e per lo schieramento democratico alternativo alla destra sta per scadere.

Rinascita, 4 agosto 2026

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