lunedì, agosto 24, 2026

Il ricordo. ANGELA BOTTARI, LA COMUNISTA DISCIPLINATA MA NON UBBIDIENTE

Angela Bottari e il Pci

Adriano Frinchi

Angela Bottari non ha mai seduto a Sala d’Ercole, e dunque, a rigore, non dovrebbe comparire tra i nostri Figli d’Ercole, la galleria dedicata a chi ha attraversato il Parlamento siciliano. Ma ogni regola ammette un’eccezione, e per lei vale la pena farla — anche perché il mio primo ricordo di lei è legato proprio a uno dei luoghi simbolo dell’Autonomia.


Angelo Capodicasa

La prima volta che entrai a Palazzo d’Orléans ero con mio padre, avvocato giuslavorista, che doveva incontrare il presidente della Regione Angelo Capodicasa per discutere della vertenza dei Cantieri navali di Palermo. Io lo accompagnavo, con la curiosità di chi metteva piede per la prima volta nelle stanze in cui si governava la Sicilia. Di quella giornata ricordo soprattutto una donna: Angela Bottari, segretaria particolare di Capodicasa. Ricordo ancora il modo in cui presidiava quelle stanze, autorevole e attenta, quasi gelosa dell’istituzione e del suo presidente. Solo molti anni dopo avrei compreso fino in fondo chi avevo incontrato quel giorno, e soprattutto cosa rappresentasse politicamente quel momento.

Angelo Capodicasa

Era l’autunno del 1998. Il 21 ottobre Massimo D’Alema, l’antico dirigente del PCI diventato leader dei Democratici di sinistra, era entrato a Palazzo Chigi come primo presidente del Consiglio proveniente dalla storia comunista italiana. Meno di un mese dopo accadeva qualcosa di analogo in Sicilia: Angelo Capodicasa diventava il primo presidente della Regione proveniente dalla sinistra. Palazzo Chigi e Palazzo d’Orléans: nel giro di poche settimane, due porte rimaste simbolicamente chiuse per tutta la Prima Repubblica agli uomini provenienti dal Partito comunista si aprivano quasi in contemporanea.

Per la generazione di Angela Bottari non poteva essere un passaggio qualsiasi: lei quella storia l’aveva vissuta per intero. Il PCI, le sezioni, Montecitorio, Berlinguer, Pio La Torre, le battaglie delle donne, la fine del comunismo italiano, la nascita del PDS. Era stata parlamentare della Repubblica per tre legislature e segretaria regionale del PDS siciliano, e adesso era lì, a Palazzo d’Orléans. Forse è per questo che nel mio ricordo custodiva quelle stanze con una cura che andava oltre il mestiere: a Roma c’era D’Alema, a Palermo Capodicasa, e sulla porta del presidente, nel mio primo ricordo di Palazzo d’Orléans, c’era lei.

Comunista e femminista

Per capire chi fosse quella donna bisogna tornare a Messina, dove Angela Bottari era nata nel 1945. La politica arrivò con l’Università e il Sessantotto: nel 1971 entrò nel PCI, assumendo la responsabilità femminile della federazione messinese, e nel 1975 fu eletta consigliera comunale. Un anno dopo era già alla Camera: aveva trentun anni, ed era il 1976, l’anno del grande risultato elettorale del PCI di Enrico Berlinguer. Angela arrivò a Montecitorio insieme a una generazione di giovani parlamentari che pensava davvero di poter cambiare l’Italia — Romana Bianchi ha lasciato un bel ricordo di quei giorni, l’emozione di quelle giovani deputate che si ritrovarono per la prima volta nel Transatlantico, quasi incredule di camminare negli stessi corridoi di Nilde Iotti, Tina Anselmi, Giorgio Amendola, Aldo Moro.

Angela Bottari, deputata del Pci

Bottari sarebbe rimasta lì per tre legislature, dal 1976 al 1987. Ma portava con sé un problema che nell’Italia degli anni Settanta non era affatto scontato risolvere: era comunista e femminista, e le due cose non coincidevano automaticamente. Il PCI era una straordinaria macchina di emancipazione politica e sociale, che aveva portato milioni di donne alla partecipazione, al lavoro politico, alle istituzioni. Ma restava anche, come Bottari avrebbe detto senza troppi riguardi, un partito «maschile e maschilista». Lei voleva cambiarlo dall’interno, ed è Romana Bianchi ad averle trovato la definizione più giusta: «disciplinata ma non ubbidiente». È forse la chiave di tutta la sua vita politica: Bottari apparteneva profondamente al PCI, ma non gli consegnò mai il diritto di decidere fino in fondo ciò che lei dovesse pensare.

Franca Viola e un’Italia che non c’è più

La Sicilia le aveva consegnato molto presto una storia che sarebbe diventata anche una battaglia politica: quella di Franca Viola, la ragazza di Alcamo che nel 1965 aveva avuto il coraggio di rifiutare il matrimonio con l’uomo che l’aveva rapita e violentata. Quel gesto appartiene oggi quasi alla memoria civile italiana, ma l’Italia nella quale Bottari entrò in Parlamento conservava ancora nel proprio ordinamento il matrimonio riparatore e il delitto d’onore: non residui folkloristici, ma leggi dello Stato. Angela Bottari contribuì a cancellarle: fu la prima relatrice del progetto che avrebbe condotto alla legge n. 442 del 1981, con cui vennero abrogate la causa d’onore e la disciplina del matrimonio riparatore.

Ma già quattro anni prima aveva aperto un fronte ancora più difficile. Il 2 dicembre 1977 presentò la prima proposta di legge contro la violenza sessuale, e il punto rivoluzionario non stava soltanto nell’inasprire le pene: Bottari chiedeva di cambiare la natura stessa del reato. Lo stupro non doveva più essere considerato un’offesa alla moralità pubblica e al buon costume, ma un delitto contro la persona. Oggi sembra perfino difficile capire perché fosse necessario combattere per affermare qualcosa di così evidente. Allora non lo era.

Contro il partito, quando serviva

Nel 1983 Bottari era relatrice della proposta sulla violenza sessuale, quando durante l’esame parlamentare venne approvato un emendamento che, a suo giudizio, stravolgeva proprio il principio su cui aveva costruito la battaglia, riportando la violenza sessuale nell’ambito dei reati contro la moralità pubblica. Angela si dimise da relatrice. Non fu una decisione indolore: i vertici del PCI non gradirono affatto, e le ricostruzioni successive ricordano le reazioni irritate di Nilde Iotti e Giorgio Napolitano.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio: una giovane parlamentare comunista che dice no non al partito avversario, ma al proprio — a Nilde Iotti, presidente della Camera, e a Giorgio Napolitano, dirigente nazionale del partito — perché riteneva che su quel principio non si potesse mediare. Disciplinata, dunque, ma non ubbidiente.

Pio La Torre

Sarebbe però un errore ridurre Bottari alla sola questione femminile: la sua Sicilia era anche quella della mafia. Nella sua formazione politica ebbe un ruolo importante Pio La Torre, al quale fu legata da militanza e amicizia. Bottari partecipò al lavoro politico e legislativo antimafia di quella stagione, e le ricostruzioni dedicate alla sua attività ricordano anche il contributo dato, insieme a La Torre, al percorso che avrebbe portato alla legge Rognoni-La Torre e all’introduzione del reato di associazione mafiosa.

Poi venne il 30 aprile 1982: La Torre fu assassinato a Palermo insieme a Rosario Di Salvo. Anche quella morte rimase dentro Angela, perché la sua generazione politica siciliana aveva con la violenza una familiarità che oggi rischiamo di dimenticare. Fare politica in Sicilia significava anche questo.

Comiso

Pio La Torre

Pio La Torre porta direttamente a un’altra Angela Bottari: quella pacifista. All’inizio degli anni Ottanta la decisione di installare i missili Cruise nella base di Comisotrasformò la Sicilia in uno dei luoghi simbolici dello scontro sugli euromissili, e Bottari c’era. Nel 1983, da parlamentare della Repubblica, partecipò alle manifestazioni davanti alla base e fu tra i manifestanti coinvolti negli scontri con le forze dell’ordine; poche settimane dopo intervenne alla Camera sostenendo che, davanti alla corsa agli armamenti, un grande movimento per la pace fosse una risorsa democratica.

Anche qui c’è qualcosa che aiuta a capire il personaggio: Angela non faceva politica soltanto nei luoghi nei quali una parlamentare avrebbe dovuto trovarsi. Poteva stare a Montecitorio, e poteva stare davanti ai cancelli di Comiso.

Sempre un po’ prima

C’è poi un tratto sorprendente nella sua attività parlamentare: arrivava spesso sulle questioni prima che diventassero maggioritarie. Nel 1982 fu impegnata nella battaglia che portò alla legge sulla rettificazione anagrafica del sesso, e Pina Bonanno, fondatrice del Movimento italiano transessuali, l’avrebbe ricordata come una delle figure fondamentali di quella conquista. Nel 1986 Bottari fu tra le parlamentari che presentarono una proposta per il riconoscimento delle unioni civili, trent’anni prima della legge italiana.

Non tutte le sue battaglie appartengono necessariamente alla sensibilità di chi oggi la racconta, ma questo conta poco: conta riconoscere una qualità politica rara, la capacità di individuare un problema quando ancora non conveniva occuparsene. Pietro Folena l’ha chiamata, con una formula che le somiglia molto, una «comunista libertaria»: comunista perché non rinnegò mai la propria formazione, libertaria perché, quando partito e libertà entravano in conflitto, Angela tendeva ostinatamente a scegliere la seconda.

Dopo il PCI

Nel 1987 terminò la sua esperienza parlamentare, ma non la politica. Quando Achille Occhettoavviò la trasformazione del PCI, Bottari attraversò quella cesura senza rifugiarsi nella nostalgia: aderì al PDS e nel 1996 ne divenne segretaria regionale in Sicilia. Anche questo dato merita di essere guardato con gli occhi di allora — una donna alla guida della sinistra siciliana, non come figura di rappresentanza ma come dirigente politica.

Poi vennero i Democratici di sinistra, e arrivò quell’autunno del 1998: D’Alema a Palazzo Chigi, Capodicasa a Palazzo d’Orléans, Angela Bottari accanto al presidente della Regione.

Ritorno a Messina

Dopo quella stagione Bottari tornò sempre più alla sua città. Messina non era per lei il luogo nel quale ritirarsi dopo la grande politica: era casa. Continuò l’impegno amministrativo e civile, fu assessora comunale, continuò a occuparsi di donne, diritti, lavoro, antifascismo, persone emarginate. E continuò soprattutto a parlare: diretta, schietta, talvolta scomoda. Francesco Lepore, che le fu molto vicino negli ultimi anni, l’ha ricordata come «allergica al compromesso», irremovibile quando riteneva che fossero in gioco i principi. Era rimasta quella del 1983, quella capace di dimettersi da relatrice piuttosto che accettare una legge nella quale non si riconosceva.

Angela

Morì a Messina il 14 novembre 2023, a settantotto anni. Un anno dopo Pietro Folena e Francesco Lepore hanno raccolto scritti, testimonianze e ricordi di chi l’aveva conosciuta in un volume dal titolo semplice: Angela Bottari. Storia di una donna libera. Forse non ce n’era uno migliore. Si può discutere delle sue idee, di alcune battaglie, della storia politica alla quale appartenne, ma attraversando quasi cinquant’anni della sua vita emerge una coerenza difficile da contestare: Angela Bottari appartenne molto — al PCI, alla sinistra, al movimento delle donne, alla sua Messina — ma cercò sempre di appartenere senza farsi possedere.

Ed è qui che torno a quella mia prima volta a Palazzo d’Orléans. Mio padre entrava per discutere con Angelo Capodicasa della vertenza dei Cantieri navali di Palermo, io guardavo tutto con gli occhi di chi entrava per la prima volta nel palazzo della Regione, e sulla porta del presidente trovai Angela Bottari. Allora vedevo semplicemente una donna autorevole che custodiva quelle stanze. Oggi so che davanti a me c’era una donna che aveva attraversato il PCI senza lasciarsi imprigionare dal PCI, il Parlamento senza diventare parlamentare di professione, il femminismo senza rinunciare alla questione sociale, la fine del comunismo senza rinnegare la propria storia — e che in quell’autunno del 1998, mentre D’Alema entrava a Palazzo Chigi e Capodicasa a Palazzo d’Orléans, poteva finalmente vedere uomini provenienti dalla sua stessa storia politica arrivare in luoghi dai quali quella storia era rimasta esclusa per mezzo secolo.

Forse è per questo che custodiva tanto gelosamente quella porta. Aveva impiegato una vita per arrivarci.

IlSicilia.it, domenica 23 Agosto 2026

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