domenica, agosto 23, 2026

Il New York Times: “Meloni apre la strada al potere all'estrema destra"

L’intervista alla Meloni sul New York Times

CORRADINO MINEO

Ne hanno scritto per giorni basandosi sulle anticipazioni on-line. Solo oggi, 23 agosto e con tanto di foto in prima, New York Times pubblica l’intervista a Giorgia Meloni. “Sono una donna, una madre, sono italiana e  cristiana” viene presentata con simpatia dal grande giornale liberal. Per essersi, Ella, ribellata agli insulti di Trump, nonostante i molti legami culturali, politici, ideologici con la destra che governa degli Stati Uniti. Ma Roger Cohen va presto al fondo del problema: è fascista Giorgia Meloni? 

Si risponde che è nata nel 1977, molto dopo la seconda guerra mondiale. Che ha condannato “ogni regime totalitario e autoritario” e, nel discorso di insediamento, anche le fascistissime “leggi razziali”. No, conclude, Mussolini c’entra poco con la biografia dell’attuale premier italiana. Ma c’entra molto il neofascismo degli anni 60. C’entrano quei “fratelli maggiori”, che le sentenze della magistratura avevano bollato come autori materiali di assassinii e di stragi. Per Giorgia non ancora ventenne, erano (e restano ancora) vittime di “70 anni di storia” e di egemonia della sinistra. Civettuola, afferma di non poter dire che la verità.

E la dice, al New York Times. Quello che Meloni davvero detesta sono i primi 70 anni della storia repubblicana, il mito della resistenza, la retorica dell’antifascismo, l’aver ridotto (le inchieste della magistratura) Fioravanti, Mambro, Concutelli a ergastolani, e  costretto (la cultura dominante) all’irrilevanza, il suo primo circolo giovanile neo fascista, sulla collina romana di Colle Oppio.

Parla di coraggio e di orgoglio la nostra Presidente del Consiglio. Per essere riuscita a ribaltare la percezione della storia d’Italia. “Dopo 70 anni di antifascismo -dice al NYT un operaio di Piombino- voglio la destra per 70 anni”. Non la destra di Mosca, Pareto o di Gentile, ma di Meloni, Rampelli e Donzelli. Aggiunge New York Times che la rivoluzione italiana potrebbe aprire la strada dell’Eliseo a Marine Le Pen, il cui padre, Jean Marie, fu figlio  del colonialimo francese e del collaborazionismo di Vichy.


Per me una sinistra ideale dovrebbe, dunque, ritrovare l’orgoglio dei primi 70 anni della Repubblica. Con De Gasperi, che firmò l’ingresso nella NATO ma sognò la Comunità Europea di Difesa. Moro, che aprì a una certa nostra autonomia dagli Stati Uniti nella politica mediorientale e a Craxi che tenne testa a Reagan, quando i marine circondarono carabinieri e prigionieri palestinesi a Sigonella. Ai comunisti che difesero le classi subalterne e diedero così tanto al cinema e alla cultura. Difendere poi, e come un sol uomo, la scelta più recente di coniugare in Europa la nostra storia repubblicana. Perché nel mondo interconnesso che vediamo, con stragi e genocidi in Medio Oriente e al confine dell’Europa, con gli Stati Uniti che vorrebbero farci pagare i loro debiti, non ha proprio senso parlare ancora nei termini dello Stato Nazione. 


La seconda cosa che ho colto, leggendo l’intervista, è il nulla che Meloni dedica al futuro. Si vanta dei conti pubblici in equilibrio, di aver evitato il disastro economico. E sarebbe facile risponderle che il governo ha galleggiato sul caval donato di 200 miliardi di euro in contributi e prestiti europei. Ma preferisco indagare quel “nulla “. Possibile che il governo non abbia fiatato davanti al caldo eccezionale dell’estate? Già la Lombardia  chiede lo stato d’emergenza per le prime piogge. Chi pagherà? Quelli che non evadono né eludono le tasse. Ho letto che siamo persino tornati al carbone, mentre un ampio forte trasversale spera nel ritorno del gas russo. E le energie alternative? Possibile che l’Arabia Saudita, con un oceano di petrolio nel sottosuolo, investa nel Green più dell’Europa? Giovanni De Mauro, su Internazionale, nota che gli Stati Uniti stanno investendo in Intelligenza Artificiale più di quanto non avessero speso in armi per la seconda guerra mondiale. Tanti prevedono che la bolla dell’AI si sgonfierà all’improvviso, provocando disastri. Penso che l’Europa dovrebbe investire -e contrarre, se serve, debito comune-  in ricerca e infrastrutture pubbliche per la ricerca, nel controllo e nella sicurezza dei dati sensibili, in Intelligenza Artificiale (non per sostituire l’’uomo e deprimere ancora i salari, ma per farne una grande infrastruttura di servizi. Pensate a usare l’AI per ridurre la spesa degli ospedali pubblici! Questo io penso. E credo che la necessaria redistribuzione dei redditi si legherà a tali innovazioni. Perché, perseguendo qull’obiettivo, verrebbe da sè che tutti paghino il giusto e che si lascino fallire le imprese che vivono solo di commesse e sussidi, recuperando euro per salari e poveri.

23 agosto 2026 (Facebook)

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