Don Francesco Romano
Di fronte al problema, ormai epocale, del flusso di tanti migranti verso l’Europa sembra farsi strada l’idea di tanti cittadini: “Farebbero bene a non venire a casa nostra, così li aiutiamo a casa loro”; rispetto a questo orientamento, vorremmo richiamare l’attenzione su qualche dato per tentare una possibile proposta in altra direzione.
Il primo dato è che, alla radice del fenomeno migratorio, ci sono anche tante dinamiche distorte del passato e del presente, connotate da un atteggiamento occidentale di sfruttamento non finalizzato all’autosviluppo dei popoli colonizzati. Il secondo è che, proprio noi siciliani, dalla seconda metà dell'Ottocento, avendo vissuto il dramma dell’emigrazione, che ci ha portato nel nord Italia, in Germania, in Belgio, nelle Americhe del Nord e del Sud, dovremmo essere nelle condizioni migliori per entrare in empatia con la sofferenza della gente costretta a lasciare la propria terra! Il terzo dato è che la vera arte politica esprime meglio se stessa quando riesce a trasformare le emergenze in opportunità.
Da questo punto di vista sentiamo l’esigenza che si elabori un progetto serio di accoglienza, che preveda l'inserimento progressivo dei migranti secondo due coordinate. La prima è il ripopolamento di tanti paesi dell'Isola e di alcune zone del centro, ormai quasi deserti, per non ricordare il fenomeno dell'invecchiamento e della denatalità. La seconda è la qualificazione e l'avvio ad attività lavorative dei migranti, a partire dalle loro competenze ma anche privilegiando gli ambiti nei quali mancano da tempo persone e braccia disponibili nelle nostre terre.Per avviare un vero cambiamento di rotta ci sembra opportuno che la comunità ecclesiale, fedele al detto di Gesù “ero forestiero, emigrante e mi avete ospitato”, dia il buon esempio. La nostra proposta, alla Conferenza Episcopale Italiana e alla Conferenza Episcopale Siciliana in particolare, è quella che ogni parrocchia dia la disponibilità ad accogliere una persona o una famiglia extracomunitaria (in proporzione alle proprie risorse) integrandola a poco a poco nel proprio seno. Le parrocchie italiane sono intorno a 25.000 e quindi hanno un grande potenziale di ospitalità. Ogni parrocchia può prevedere diverse modalità di partecipazione, da quelle volontariali a quelle professionali, con l’unico intendimento di far sentire “a casa propria” gli stranieri e facendo maturare l’esperienza che la comunione con Dio passa attraverso le piccole forme della condivisione dei beni. In questo modo i migranti diventano una opportunità per ripensare radicalmente il valore della convivenza tra i popoli.
L’organizzazione di detto progetto deve mettere in conto le varie difficoltà culturali, sociali e religiose e andrebbe curato attentamente dalla Caritas nazionale, con l’ausilio delle Caritas diocesane coinvolgendo le comunità come soggetti attivi.
Questo ci consentirebbe di ripensare radicalmente anche il ruolo della Sicilia nel cuore del Mediterraneo: sia il passato, sia la collocazione geografica dovrebbero spingerci a un certo rapporto privilegiato con le popolazioni del Nord Africa, cominciando anche a pensare, laddove possibile, oltre che a scambi culturali, a nuovi rapporti commerciali e sociali di reciproca integrazione.
Per cui: immigrato, sì, un fratello che ci aiuterebbe a vivere meglio!
GdS, 24/6/2026


Nessun commento:
Posta un commento