mercoledì, luglio 22, 2026

Sul marocchino morto a Bologna


RENATO COSTA medico

Ci sono immagini che non si limitano a raccontare una morte, ma ci accusano. Quelle di Abderrahim Fakir, il quarantatreenne marocchino morto a Bologna durante un intervento di polizia, ci consegnano il corpo di un uomo immobilizzato a terra, la sua voce che chiede aiuto e, intorno a lui, uomini in divisa e sanitari. 

L’inchiesta e l’autopsia dovranno chiarire come sia morto e ricostruire ogni responsabilità, ma ciò che vediamo apre già una ferita che non riguarda soltanto la giustizia. Riguarda la medicina, il dovere del soccorso e quella pietà elementare senza la quale una società smette di riconoscere l’uomo nell’altro uomo.

Non conosco il vostro nome. Non so quale sia la vostra specializzazione, quale corso abbiate seguito, quale giuramento abbiate pronunciato la prima volta che avete indossato quella divisa color della speranza. Ma so che eravate lì. E so che le vostre mani, addestrate a cercare la vita anche dove sembra essersi già spenta, quel giorno sono rimaste immobili lungo i fianchi, come rami secchi in un inverno che non promette primavera. Non vi scrivo per giudicarvi, perché non sono io a dover pesare le vostre coscienze, ma per chiedervi dove fossero quelle mani mentre un uomo smetteva di essere un uomo e diventava un corpo, mentre il tempo, il vostro unico vero alleato, si consumava come cera su una candela che nessuno accendeva più.

Vi hanno insegnato che davanti a un corpo che cede non esiste una domanda da porsi prima di soccorrere. Non chi sia, non che cosa abbia fatto, non che cosa dicano di lui. Esistono soltanto il battito, o la sua assenza, il respiro, o il silenzio del respiro, e una mano che deve provare a colmare quella distanza. È forse l’unico comandamento laico capace di somigliare a un miracolo. Chiunque tu sia stato fino a un minuto prima, ora sei soltanto un cuore che ha bisogno del mio. E allora mi chiedo quale pensiero possa correre più veloce dell’addestramento, del giuramento, persino della pietà, quella che non si insegna nei libri, ma che si porta dentro come si porta il proprio nome.

C’è un momento in cui la medicina smette di essere soltanto scienza e diventa un giuramento fatto di corpo. La mano cerca il polso, l’orecchio si china sul respiro, il gesto non chiede il permesso a nessuno, perché la vita di un altro non può aspettare il permesso di nessuno. Davanti a un uomo a terra non esistono etnie, precedenti, documenti, confini o colpe da giudicare. Esiste soltanto un essere umano che respira o smette di respirare, e qualcuno che ha il dovere di provare a tenerlo in vita. Quando quel dovere si spegne prima del cuore del paziente, non muore soltanto un uomo per terra. Si spezza un pezzo del patto che tiene insieme una società, quello secondo cui nessuna vita perde il proprio valore e nessun essere umano può diventare soltanto un corpo da guardare.

RENATO COSTA medico

20 luglio 2026

Nessun commento: