Fabio Geraci
Palermo - Dalla casa circondariale di Trani avrebbe diretto incendi, intimidazioni e richieste di pizzo, comunicando con i suoi uomini attraverso un telefono cellulare introdotto illegalmente dietro le sbarre.
Per gli investigatori il regista della nuova offensiva del racket che per mesi ha terrorizzato Sferracavallo, Tommaso Natale, San Lorenzo, Mondello, Capaci e Carini sarebbe stato Salvatore Verga, 35 anni, indicato come il mandante di gran parte degli attentati contro commercianti e imprenditori.
Condannato nel 2019, secondo l’accusa, aveva acquisito un ruolo di primo piano nel mandamento mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale e dalla sua cella decideva gli obiettivi da colpire, gli uomini da impiegare e le modalità con cui dovevano essere eseguiti gli attentati.
È lui, per la Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, il capo della «banda dei kalashnikov» smantellata con l’emissione di quindici fermi mentre altre sei indagati hanno ricevuto il provvedimento in carcere. Rispondono a vario titolo di estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi, oltre che di associazione finalizzata al traffico di droga, acquisto, detenzione e cessione di cocaina, crack, hashish e marijuana. Verga sarebbe stato inoltre al vertice di un’organizzazione che gestiva l’approvvigionamento e lo smercio di droga in città con l’aiuto dei genitori. Il suo nome, infatti, compare in entrambi i filoni dell’inchiesta: le indagini, affidate ai carabinieri, sono coordinate dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Giovanni Antoci e Andrea Fusco.
A dare una svolta sono state anche le dichiarazioni del neopentito Alessio D’Agostino. «È una personalità molto forte. Io lo descrivo un pazzo», ha raccontato ai magistrati. Secondo il collaboratore di giustizia, a Verga non interessava soltanto guadagnare ma soprattutto «farsi un nome». Avrebbe imposto la propria cocaina allo Zen e fatto arrivare dalla Puglia le armi usate nei raid, compresi i mitra Ak-47 che, nelle conversazioni intercettate, venivano chiamati «Pocket Coffee». Il numero del mafioso era memorizzato nei cellulari dei suoi uomini con l’immagine di due bombe. Per ogni missione aveva previsto tariffe ben precise: quattrocento euro a chi appiccava il fuoco ad aziende e negozi, cento ai loro accompagnatori e duecento a chi procurava un’auto rubata per compiere gli assalti.
Durante una perquisizione, accanto a due smartphone - entrati chissà come nel penitenziario e poi sequestrati - gli agenti hanno trovato un foglio scritto a mano che per la Procura era il «libro mastro» del pizzo. Nell’elenco figuravano anche villa Montalbano, la pizzeria Ulisse di Tommaso Natale, i ristoranti Delfino, Frontemare, Brigantino, Grecale e La Barca, il parcheggio Natoli e l’autonoleggio Sicily by Car, tutti presi di mira nei mesi scorsi. Accanto a ciascuna attività erano indicate le somme da riscuotere. Le richieste erano accompagnate da minacce pesanti. Un imprenditore, uno dei soli due ad avere denunciato, ha raccontato di una pretesa iniziale di cinquemila euro, poi ridotta a tremila e pagata in due rate. Gli emissari gli avrebbero detto di «mettersi a posto» ricordandogli ciò che stava accadendo agli altri. In un altro caso sarebbe stato prospettato perfino il rapimento della nipote della vittima.
L’altro troncone riguarda il narcotraffico. Anche in questo caso Verga, nonostante la reclusione, avrebbe comandato tutto da Trani stabilendo quantitativi, prezzi, consegne, contabilità e il recupero crediti. Gli stupefacenti arrivavano dalla Spagna e venivano distribuiti attraverso una consolidata rete di pusher. Per pagare alcuni fornitori sarebbero stati utilizzati i bitcoin, la valuta virtuale difficilmente tracciabile.
GdS, 14 luglio 2026



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