domenica, luglio 05, 2026

Intervista con mons. Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale. Lampedusa e i migranti, lo scisma dei lefreviani, la scomunica e il generale Vannacci, le guerre nel mondo, la chiesa corleonese e le processioni. C’è democrazia nella chiesa?

Monsignor Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale


Mons. Gualtiero Isacchi
e Dino Paternostro

Dino Paternostro ha intervistato mons. Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale

Abbiamo realizzato questa intervista a monsignor Gualtero Isacchi, arcivescovo di Monreale, il 3 luglio, nella sede del palazzo arcivescovile della cittadina normanna, alla vigilia dell’arrivo di papa Leone XIV a Lampedusa. E proprio da questo evento siamo partiti nella nostra conversazione.   

Dino Paternostro: Domani Papa Leone 14º andrà a Lampedusa. È un evento importante di cui si parla molto. Papa Leone arriverà sulla scia di Papa Francesco, che visitò l’isola l’8 luglio 2013, il primo viaggio in assoluto del suo pontificato. L’ha fatto per ricordare i tanti morti a mare nel Mediterraneo, i migranti. Ancora oggi la questione migranti divide il mondoMi pare che si possa dire che la Chiesa cattolica sia l'unica organizzazione di livello mondiale schierata senza se e senza ma a difesa della vita umana, dei migranti del diritto a vivere,a vivere il più dignitosamente possibile. Ma la chiesa cattolicasi sente un po' sola?

Mons. Gualtiero Isacchi: Il gesto che compie Papa Leone mi sembra che sia un gesto molto importante, sulla scia di quello che diceva Papa Francesco, che ci ha parlato molto spesso di periferie. Ma lui quando parlava di periferie aveva chiaro in testa che la periferia doveva essere la chiave ermeneutica del tutto Ciò significa che se una storia la guardiamo da un palazzo ha un significato, se la guardiamo dalla periferia ha un altrsignificato. Ecco, da quando sono venuto in Sicilia, ascoltando e vedendo la concretezza, devo dire che la lettura della storia del sud Italia per me è cambiata moltoIl gesto di papa Leone dice a tutta la chiesa: noi la valutazione sul mondo,sulle logiche del mondo, la dobbiamo fare mettendoci da questo punto di vista, mettendoci accanto ai migranti, accanto ai poveri.E chiaramente se si parte da lì, assume un sapore, un valore diverso, anche qualsiasi scelta politica. Questo credo che sia un punto d'osservazione importante nel quale anche come chiesa diocesana stiamo cercando di porci. Alle volte ci si sente soli, se si guardano i potenti della terra. Ma in realtà quello delle periferie è uno spazio abitato da tantissime persone. Intanto dai poverima poi anche da tanti uomini e donne di buona volontà, non necessariamente appartenenti alla chiesa cattolica, che nella difesa della dignità umana, del diritto alla vita buona si schierano e si impegnano. Quindi, io credo che la chiesa da questo punto di vista non si senta sola. Alle volte c'è un po' la tristezza dì questa distrazione di coloro che potrebbero certo fare qualcosa di più. 

Mons. Isacchi con Papa Francesco 

D.P. Quindi, la chiesa si sente insieme agli uomini e alle donne di buona volontà, ricordando un’espressione di papa Giovanni XXIII, il “papa buono”. Papa Giovanni ci fa ricordare il concilio Vaticano II. Proprio ieri c'è stata la scelta delefreviani (la fraternità sacerdotale San Pio X) di nominare quattro vescovi in contrapposizione alla chiesa cattolica, che ha dichiarato lo scisma e la scomunicaAlcuni leggono questo avvenimento come un fatto folkloristico, di persone legate alla tradizione. Ho letto, però, che in fondo il vero bersaglio delefreviani è il concilio Vaticano II, che ha rappresentato il tentativo della chiesa di misurarsi con la democrazia, con la libertà religiosa e con il dialogo tra le fedi, con la dignità della coscienza personale e dei movimenti impegnati sul piano sociale. Lei condivide questa analisi?

G.I. Assolutamente sì. Il problema discriminatorio è proprio questo, il Concilio Vaticano II che pone la Chiesa accanto alla realtà umana. Nellincipit della “Gaudium et spes si dice che le gioie e le speranze, le necessità e le difficoltà degli uomini di questo temposono le gioie, le speranze e le difficoltà e le angosce della Chiesa. In realtà, i lefreviani e tanti movimenti, anche internialla chiesa, tendono a separare, a pensare che appartenere alla chiesa significa prendere le distanze da alcune difficoltà e da alcune incertezze, che invece siamo chiamati ad abitare. E quindi diciamo che questo dolorosissimo scisma, perché diventa un grande inganno per tante persone che sono affascinate dai lustrini,dagli elementi esterni, dagli eleeimenti liturgici, in realtà spongono in una situazione di separazione dalla chiesa. Però,effettivamente, diciamo che lo scisma è un processo che non si è mai fermato, perché nel momento in cui non accogli il concilio Vaticano II, non accogli i sessant'anni di magistero della chiesa che ne sono scaturiti, già fuori. Poi hanno posto questo gesto della consacrazione dei vescovi, che è stata proprio la volontà di dire:noi non vogliamo nessun tipo di ripensamento, su questo noi ci sentiamo fuori dalla chiesa. 

D.P. Secondo lei, ha un significato il fatto, per esempio, che l'esponente più a destra della politica italiana, il generale Vannacci, sia andato alla consacrazione di questi di questi vescovi?

G.I. me pare che ci sia un po' di strumentalizzazione. In realtàc'è un modo di pensare alla politica (non so se si possa parlare di destra, di sinistra di centro) come al tentativo di attrarre o coalizzare alcuni atteggiamenti. E ogni atteggiamento integralista,che è pericolosissimo, in realtà viene sfruttato. Ed io credo che possa essere sfruttato con l'idea della tradizione, col fatto che ci stanno rubando l'identità”. Lo leggo più come una strumentalizzazione.

D.P. E comunque pare che si stia creando un fronteun fronte conservatore, reazionario, all'interno della chiesa e i lefrevianicon pezzi di politica come il generale Vannacci, che tra l'altro è la punta iceberg, dove evidentemente l'accoglienza, la dignitàumana non sono al primo posto nel loro programma politico. 

G.I. Sì, diciamo che questi movimenti io personalmente li guardo un po' di preoccupazione, perché laddove si alzano muri si pensache ci possa qualcuno superiore agli altri, la storia cha già detto come vfiniresi creano inevitabilmente delle conseguenze violente. Quindi, io guardo con molta preoccupazione questo tipo di movimento. Anche perché diciamo che raccoglie un po' un malcontento, raccoglie un po' anche questa incapacità di esprimere la rabbia in modo diverso dalla violenza. Noi lo vediamo nei nostri ragazzi, nei nostri figli. Quello che succede ogni giorno non è altro – lo sappiamo che i giovani sono una cartina di tornasole della realtà adulta. Credo che questi tutti questi movimenti siano da guardare con molta attenzione e creano anche preoccupazione.



D.P. Non ci mancano gli esempi di guerra oggi nel mondo.Purtroppo ce ne sono in ogni angolo della terra. Ci sono le guerre più famosedi cui si parla di più, e quelle di cui si parla meno. Tutte drammatiche per l'umanità. Anche su questo fronte la chiesa si è schierata molto nettamente.Recentemente sta prendendo piede un tentativo di disobbedienza civile rivolto ai giovani. Si pensa erroneamente che la leva obbligatoria sia stata abolita anni fa, invece è stata solo sospesa. I sindaci ogni anno devono comunicare al ministero della difesa i nomi di tutti i ragazzi che compiono 17 anni, teoricamente disponibili in caso di ripristino del servizio militare obbligatorio. Alcuni sindaci, però, si stanno organizzando per comunicare a questi giovani che compiono 17 anni che esiste la possibilità dell’obiezione di coscienza, di rifiuto di prestare il servizio militare e di optare per il servizio civile. Provano a creare una coscienza di civile, spiegando che si può servire la patria anche non volendo la guerra, anche colservizio civile. Che ne pensa?

G.I. La chiesa e il papa col suo grido per la pace disarmata e disarmante, è un grido che dice il sentire della chiesa, l'impegno della chiesa. Chiaramente ogni guerra è sempre una sconfitta per tutti, non soltanto per il popolo che viene aggredito, è una sconfitta per tutti, per il mondo intero e noi ce ne accorgiamo. Non possiamo pensare che le guerre che stanno accadendo dall'altra parte del mondo, quelle di cui nessuno parla, non ci riguardano, perché molti dei migranti sono frutto proprio di queste di queste situazioni. Quindi le guerre ci devono interessare, sentirci in qualche modo responsabili. La Chiesa propone una cultura civica diversa da quella che pensa alla contrapposizione, alla guerra,come possibile strada per l'affermazione, per il benessere. Noi abbiamo un grandissimo esempio al quale personalmente sono molto legato  di don Lorenzo Milanidi quella famosa lettera ai giudici, con l'obbedienza non è più una virtù”. Proprio su questadisobbedienza civile, fondata su una questione di coscienza.L'obiezione di coscienza non è il fatto di andare contro una legge, ma è la mia coscienza che mi impedisce di imbracciare un fucile. Questa è una possibilità che noi dobbiamo dare ai giovani, che dobbiamo raccontare ai giovani. Dobbiamo educare proprio alla coscienza.

D.P. La guerra è violenza. Ma noi la violenza non ce la facciamo mancare e nemmeno nel cortile di casa nostra, pensiamo all'Italia, ma in particolare alla Sicilia, a Palermo, aMonreale. Perché questa violenza che coinvolge tanti giovani,dove non si capiscono i rapporti tra questi giovani e la mafia?C'entra la mafia o non c'entra? I mafiosi stanno a guardare oppure sono gli ispiratori occulti?

G.I. Io vengo da fuori Sicilia ed ho uno sguardo meno capace di un certo tipo di lettura, ma più sensibile cogliere delle sfumature che chi ci è abituato non vede. Quello che le dico è che il tema della violenza è un tema gravissimo, che attraversa tutto il mondo,tutte le culture, tutte le città. non è un problema di Palermo, non è un problema dello Zen, non è un problema di Monreale. L'illusione mi pare che sia questa, è il pensare che qui questa violenza non ci raggiungerà. Mentre invece, come dice papaLeone, la pace è un lavoro per limitare la violenza, per cancellare la violenza. È anzitutto un lavoro personale. Tutti noi viviamo dentro situazioni di sconforto, di rabbia, che tendono ad andare verso la violenza come via più veloce, più semplice per sfogarsi.Ma in realtà complica la situazione. Io direi che uno dei temi importanti è l'assenza degli adulti, se io penso quello che accade in alcune piazze delle nostre città, anche dei nostri paesi della diocesi, in cui ci sono continuamente risse, in cui c'è spaccio, in cui questi giovani si ubriacano. Adesso a Palermo c'è stata questa decisione del sindaco che mostra la nostra inadeguatezza. Ci sentiamo inadeguati, cioè io non so che cosa fare, so che non possiamo non fare e quindi, dobbiamo assolutamente metterci insieme. Non possono essere il sindaco, i carabinieri, i vigili a intervenire. Bisogna metterci insieme. A Monreale abbiamo tentato, la diocesi ha messo insieme alcuni soggetti che si impegnano nell'educazione dei giovani, abbiamo fatto un patto educativo sul tema della violenza e della prevenzione della violenza. È stato molto molto interessante e soncerto che quei giovani siano usciti arricchiti da un percorso di un anno in cui c'era la diocesi, le parrocchie, l’Asp col servizio di psicologia. C'era la polizia, i carabinieri il comune di Monreale, la guardia di finanza, tutti gli insegnanti e i dirigenti scolastici. Un tavolo di lavoro interessante attorno al quale abbiamo imparato a conoscerci e dal quale abbiamo imparato a collaborare. Intanto dobbiamoeliminare l'idea che se chiudiamo la porta a chiave la violenza non ci raggiunge piùdi cui siamo tutti contagiati. 

D.P. La diocesi ha promosso recentemente la scuola di pace di fraternità, un esperimento portato avanti in tre dei principali comuni della diocesi, Monreale, Partinico e Corleone. Come lo valuta complessivamente?

G.I. Tutto nasce dall’impegno della chiesa per la pace e la consapevolezza che la pace non è semplicemente l’assenza di un conflitto, ma la capacità di gestire un conflitto, è la capacità (pace shalom in ebraico) indica una armonia. E quindi è la capacità della convivenza, ecco perché è scuola di pace e di fraternità. Perché la fraternità è la prima forma della pace, se non c'è fraternità non c'è neanche pace. L'idea è stata proprio quella di educare i giovani aquesta prospettiva, dicendo che la pace nasce dall'assumersi la responsabilità sulle questioni politiche, sulle questioni e ambientali, sulle questioni socialiE quindi queste tre sedi – Partinico, Monreale Corleone - sono state affidate dei giovani (loro sono stati i responsabili della scuola di pace), aperta anche agli adulti, e loro invitano alcuni alcune persone professori universitari, testimoni, per un confronto con i partecipanti alla scuola di pace, perché ci si possa lasciare così provocare dalle esperienza o dalla conoscenza dell'altro per fare delle scelte, per orientare le nostre scelte. Io sono stato molto contento, perché insieme alla scuola di pace abbiamo avviato anche dei progetti con le scuoleche hanno avuto un'ottima partecipazione. Il 3 giugno abbiamo organizzato una giornata con circa 150 giovani e questoper me è stato un segnale di apprezzamento, ma soprattutto di disponibilità dei giovani a fare questi percorsi. Non è vero che i nostri giovani sono violenti. È vero invece che quando degli adulti li sostengono sono capaci di farsi costruttori di pace. 

D.P. I giovani hanno bisogno di guide e di stimoli, senza avere l'impressione che si vuole imporre loro delle scelte o dellevisioni di vita. Nella comunità di Corleone, che è quella che conosco meglio, c'è stato un tentativo, che è ancora in corso,da parte della diocesi di accrescere la collaborazione e lacondivisione delle scelte che si fanno. Per raggiungere questo obiettivo la parrocchia veniva vista come un limite. E quindi, per non avere parrocchie chiuse in se stesse, per non avere il parroco di San Leoluca, il parroco di San Martino, etc. ma i parroci che insieme operano nella comunità, le parrocchie sono state abolite. Un'impostazione del genere affascina alcuneorecchie, a cui piace il concetto di questo spirito comunitario. Però tanti fedeli che per tutta la vita e per la vita dei loro genitori e dei loro nonni sono stati abituati alla propria chiesa,alla propria parrocchia e al loro parroco, questa è stata una rivoluzione che ha creato diversi malumori. Percepite questo malumore? Pensate di fare qualcosa per spiegare meglio l’obiettivo da raggiungere? Oppure pensate di fare qualche passo indietro?

G.I. No, passi indietro non se ne possono fare perché loperazione nasce dalla linea della chiesa, dal cammino sinodale che ci indica proprio questa strada. Da una considerazione che io ho condiviso con i sacerdoti, abbiamo preso atto che Corleone è un paese cheaveva già il coordinamento della pastorale familiare, il coordinamento della catechesi dei giovani; Corleone aveva già un consiglio pastorale interparrocchiale. La divisione territoriale delle parrocchie rischia invece di creare anche una divisione della comunità nel paese. Quindi l'idea nasce da questo: Corleone è anche per la formazione e la maturità dei laiciè un paese che è già pronto per abbattere tutti i muri che ci sono. Probabilmente ce ne sono altri. Certo questi dipendono dalla Chiesa. Quelli dei confini parrocchiali, dove ogni parroco faceva le coseInsomma,non è possibile che su quattro parrocchie in un paese ci siano tre parrocchie che fanno in modo la catechesi ed una che la fa in unaltro, perché poi i bambini vanno tutti nella stessa scuola, con le famiglie vanno tutti allo stesso bar a fare colazione. Ecco,rischiando un po’ di banalizzare, l’idea è proprio questa. Ma dietro c'è anche un principio teologico che è quello della comunione della fraternità da costruire insieme. Teoricamente questo discorso è condiviso da tutti, ma tra il dire e il fare c'è tutta la fatica che stiamo sperimentando. Alle volte si è accelerato su alcune scelte che sembravano giuste e condivise con un gruppo, mentre per altre persone erano vissute un po' più come una violenza, come impedire la nostra tradizione. 

D.P. Far uscire i santi tutti dalla stessa chiesa, da tanti vienevisto come una violenza: perché S. Leoluca deve uscire dalla chiesa di San Leoluca, San Bernardo deve uscire dalla chiesa di San Bernardo, San Giovanni ha la sua chiesa. Mentre invece tutti sono costretti ad uscire dalla Chiesa Madre.Questo obiettivamente anche a me sembra un eccesso, perché non è questo che fa o non fa comunità. 

G.I. Sulle scelte che sono state fatte il discernimento poi lo devono fare i sacerdoti con i laici. So che sono scelte che hanno fatto insieme. È chiaro che oggi (e questo lo stiamo facendo tutta la diocesi, non è solo una questione di Corleone) la questione è domandarsi, oltre a si è sempre fatto così, sono abituato a vederla così, quali sono i significati. Perché alle volte ci sono significati (la processione è soltanto uno strumento educativo)ma ci sono dei significati, anche andare a messa la domenica qual è il significato? Quanti se lo domandano? Dopo l’uscire dalla chiesa, io ho la responsabilità di trasformare il mondo, la città in cui mi trovo. Altrimenti quella celebrazione eucaristica serve a poco,rimane vuota, rimane il momento celebrativo assestante, così come può essere la processione. Generalmente ci sono coloro che comprendono il significato, la decisione di alcune scelte che sono sempre condivise e coloro che si oppongono. Spesso coloro che si oppongono sono i leoni da tastiera, sono quelli che fanno un pochino di confusione. Però, io credo che in alcuni passaggi, forse, il desiderio di fare - questo è stata la ragione non ha dato il tempo necessario per metabolizzare le scelte. Su questa scelta di uscire tutti i santi dalla stessa chiesa, io ho chiesto il perché.Diciamo che  un senso di unità, il santo non ha la sua chiesa, non ha la sua casa, il santo è dato alla comunità e ci appartengono tutti. E anche questa partecipazione di tutti ha un senso. Altrimenti c’è il rischio in ogni paese che ognuno che appartiene a quella chiesa si faccia la sua processione, mentre così in qualche modo c’è qualcuno che ti dice: guarda che ci siamo anche noi, che abbiamo questa sensibilità. Quindi lei ha ragione nel dire che si sono creati delle spaccature, però a me pare che la bontà della scelta non ci debba far tornare indietro. Ma questo non significa andare avanti così. Mi pare che in questo i sacerdoti stanno facendo anche questa fatica. Poi le assicuro che c'è anche un'altra fatica che fanno i sacerdoti, perché ascoltare tutti e riuscire poi a fare una sintesi non è facile. Loro si trovano ad essere parafulmini e discernere a volte non è facile

D.P. A proposito della gestione delle chiese, qualche giorno fa ho sperimentato con dei miei amici che venivano da Palermo, da Napoli e Bologna la grande disponibilità del parroco don Giuseppe La Franca a farci visitare la Chiesa Madre, compreso il meraviglioso “Tesoro di San Martino”, facendoci anche da cicerone molto competente. Questo ci consente di affrontare il tema del turismo religioso. Se ben organizzato, può essere un modo per fare conoscere i nostri beni artistici, architettonici e culturali. D’altra parte, Corleone è la città delle 100 chiese… Ma potrebbe essere anche un modo per dare lavoro, per dare prospettive ai nostri giovani. Cosa volete fare in questa direzioneSpesso però le chiese sono chiuse…

Noi su questo stiamo già lavorando. A partire da Monreale, c’è un progetto molto importante di rivalutazione dei beni culturali, messi insieme con la pastorale del turismo (tra l'altro, io hol’incarico regionale di questo settore del turismo, sport a tempo libero). Vogliamo mettere insieme questi elementi, aprendoci soprattutto alla prospettiva del lavoro. Ci sono molti giovani competenti su questi argomenti, che desiderano restare in Sicilia.Perché allora non mettere insieme e in piedi delle strutture, sostenerli (così come abbiamo fatto con la scuola di pace) e accompagnarli anche su questo? Quindi, sicuramente lo stiamo facendo. È chiaro che non lo possono fare i sacerdoti. Ci serve la partecipazione. Io credo che a Corleone questo sia uno dei temi che affronterà il nuovo pastorale, che inizierà a lavorare in maniera diversa. E chiaramente, se riusciamo a stimolare persone che saranno disposte ad aprire, a stare in chiesa, a teneraperto, senon tutto il giorno, perlomeno alcune ore, potremmo tenere aperte le varie chiese. 

D.P. Si potrebbe anche avere, in questa ipotesi, un calendario fruibile da parte del pubblico. A proposito di turismo religioso-culturale, abbiamo San Bernardo insieme a SanLeoluca, i due santi di Corleone, ci sono il convento, l’ex convento dei cappuccini con la chiesa aggregata, che sono stati la chiesa e il convento di fra Bernardo, che stanno cadendo a pezzi. Salvare questi luoghi di San Bernardo, metterli in sicurezza e averli come luoghi da potere di visitare, potrebbe essere importante. Invece pare che si aspetti il crollo totale,come d’altra parte anche per la chiesa di San Marco. 

G.I. Qui il discorso è un pochino complesso perché c’è anche un problema di proprietà. Noi spesso abbiamo affidate chiese dalministero, daFondo Edifici di Culto del ministero degli interni,sulle quali non possiamo mettere neanche un chiodo. Quando presentiamo richieste di intervento anche per la tutela delle volte, semplicemente degli affreschi, perché non sono situazioni magari così disastrose, spesso ci dicono “Sì, adesso vediamo, non ci sono i fondiDiciamo che è molto complesso. È vero che su Corleone si potrebbe pensare ad un lavoro civico già sperimentato a Monreale, dove con le fontane siamo intervenuti col sistema dell’adottare un monumento e provare a reperire fondi.

D.P. Corleone nel mondo evoca ancora mafia, nonostante gli sforzi che tutti cerchiamo di fare per scrollarci di dosso questo marchio infamante. Oggi un po' meno di prima, però il problema esiste ancora. Ecco, la mafia a Corleone: la chiesa come percepisce il fenomeno? Ha una pastorale specifica per contrastare la mafia, lo spirito di mafiosità, l'organizzazione criminale mafia?

G.I. C'è il lavoro culturale, il patto educativo, la scuola di pace. Inqualche modo sono una risposta. Qui si tratta non tanto dellafigura mafiosa, ma si tratta di una cultura, di un modo di pensare. Del fatto che devi avere un'amicizia, del fatto che tanto non atterrai niente, quindi devi essere per forza furbo, del fatto che se non sei tu a sopraffare l'altro, sarà l'altro a sopraffare te. Quindi ci sono diversi elementi, non solo questi naturalmente. Allora, il lavoro che noi stiamo facendo (e in questo io devo dire che anche l'amministrazione comunale di Corleone è molto attenta) è soprattutto culturale. Anche la scelta che stiamo facendo al santuario di Tagliavia, che pur essendo nel comune di Monreale, in realtà è a Corleone, anche la scelta di questo luogo di speranza per i giovani, che adesso stiamo ancora tentando di sistemare,vuole essere una risposta e soprattutto uno spazio di educazione,di cultura, perché come diceva appunto padre Pino Puglisi, noi dobbiamo partire dai più piccoli. Io facevo fatica dal Lazio a capire che cosa intendeva, ma quando sono arrivato più ho capitoperché lui diceva che con gli adulti è tempo perso. Suona un po’ forte, ma adesso ho capito il senso, il significato. Perché la rivoluzione o è culturale o non è. Viviamo la cultura centenaria e per cambiarla serviranno cento anni. Allora cosa facciamo, ci arrendiamo, nulla mai cambierà? Io a questo mi oppongo con forza. Io credo che qualcosa io lo posso fare, lei lo può fare e siamo già in due.  

D.P. L'ultima domanda. Ormai siamo tutti sui social. Pare da recenti statistiche che i giovani siano più propensi su Tik ToK a vedere pezzi del film il Padrino, piuttosto che pezzi di vitaispirata al Vangelo. La chiesa sta facendo qualcosa per acquisire un linguaggio che consenta comunque di mettersi in connessione con i giovani?

G.I. Questo è uno dei temi sul quale stiamo lavorando. È vero che siamo molto fragili sul tema della comunicazione. E però c'è un fatto: intanto stiamo combattendo contro il mondo della comunicazione e io credo che ci sia una volontà di far passare alcuni messaggi tra i nostri ragazzi. E nell'ambito dei social, noi partiamo svantaggiati perché in realtà il social ti può interrogare, ma è solo un incontro interpersonale che ti raggiunge dentro. Noi su questo ci stiamo ragionando, però quando si parla di linguaggio giovanile, anche noi siamo stati un po' distratti sul tema degli strumenti, il linguaggio dei giovani è la verità, è la Pace, èl'onestà, è la credibilità, come diceva Livatino. Ecco, se noitornassimo ad essere uomini e donne credibili, sicuramente saremmo più affascinanti per i giovani. 

D.P. Papa Leone ne è molto preoccupato, ci ha fatto la prima enciclica, ma la chiesa complessivamente è attenta e preoccupata alla questione dell’intelligenza artificiale?

G.I. A me pare di sì, anche perché questa enciclica è diventata uno strumento col quale tutti stiamo lavorando. Parla dell'intelligenza artificiale, ma il centro non è l'intelligenza artificiale, è la magnifica humanitas, questa umanità magnifica creata da Dio, che è possibile. Allora ciò che dobbiamo riscattare è proprio l'umanità.Ecco perché dobbiamo stare attenti e distinguere il mondo dei social, l'intelligenza artificiale, che sono strumenti utilissimi, che possono essere strumenti utilissimi, ma ciò su cui noi ci dobbiamo concentrare è l'antropologia, è questo il discorso che oggi manca.Qual è il progetto uomo che offriamo ai nostri figli, a questi giovani? È chiaro che diventa affascinante il Padrino. Perché è quello che dà voce a quella violenza, quella rabbia che ha nel cuore. La proposta del Vangelo è una proposta invece pacificante,una proposta edificante, ma anche un pochino più impegnativa. 

D.P. L'ultimissima domanda. Le parrocchie, le comunitàecclesiali nei nostri paesi, sono comunità democratiche o dirette in maniera verticistica? Mi chiedo, se la comunità ecclesiale di Corleone vuole discutere un argomento c'è un luogo dove discutere, dove democraticamente esprimere un punto di vista?

G.I. Ci sono i consigli pastorali, dove è possibile, ma è possibile anche creare altri spazi su questi argomenti. Ma io potrei fare la stessa domanda a livello sociale. Cioè, la nostra democrazia, nella quale c'è una coscienza che dobbiamo educare, ed è quello che abbiamo iniziato a fare col convegno pastorale di quest’anno. C'è una coscienza del cristiano, come anche del cittadino, alla partecipazione, alla responsabilità e alla corresponsabilità nella gestione. Quindi, non sei tu cittadino che vieni dal prete a direcosa devi fare, ma sei tu cittadino cristiano che, insieme al sacerdote, ti sentresponsabile di questa cosa. Vediamo insieme che cosa fare. Questa è la strada. 

Monreale, 3 luglio 2026

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