domenica, luglio 12, 2026

𝐌𝐚𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐬𝐭𝐨𝐥𝐚 𝐢𝐧 𝐝𝐨𝐧𝐨! 𝐄̀ 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐨𝐮𝐯𝐞𝐧𝐢𝐫

 


𝘥𝘰𝘯 MIMMO BATTAGLIA (𝘢𝘳𝘤𝘪𝘷𝘦𝘴𝘤𝘰𝘷𝘰 𝘥𝘪 𝘕𝘢𝘱𝘰𝘭𝘪)

𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑔𝑎𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑡𝑢𝑟𝑐𝑜 𝐸𝑟𝑑𝑜𝑔𝑎𝑛 𝑎𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑇𝑒𝑟𝑟𝑎. 𝐶𝑖 𝑠𝑖 𝑖𝑛𝑔𝑖𝑛𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑎 𝑢𝑛'𝑎𝑟𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑎 𝑢𝑛 𝑢𝑜𝑚𝑜

Ai potenti della terra, pace a voi! Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere. È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: *non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della Nato, ma la morte trasformata in cortesia.* La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.


Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo. Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte. Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.


Ma *ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.* Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile. Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta *un’idea del mondo.* Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.


*Da cristiano, non posso accettarlo.* Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi. *Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.*


Sono due civiltà. Bisogna scegliere. Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio. Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.


*Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo.* Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio. Dite pubblicamente che *nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola.* Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.


E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché *il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita* finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.


(Avvenire, 10 luglio 2026)

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