domenica, luglio 19, 2026

L'anniversario. PAOLO BORSELLINO: UN EROE SICILIANO, PATRIMONIO DI TUTTI

Paolo Borsellino

di Elio Sanfilippo

Il 19 Luglio 1992 è un giorno triste, passato alla storia per la strage di via d’Amelio in cui persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti che lo accompagnavano, tra cui la giovane agente Emanuela Loi.

Una strage preceduta due mesi prima, il 23 maggio, da quella di Capaci in cui con la stessa tecnica era saltata in aria la macchina in cui viaggiava Giovanni Falcone, insieme con la moglie, il magistrato Francesca Morvillo e gli agenti di scorta mentre rientravano a Palermo dall’aeroporto di Punta Raisi che successivamente assunse il nome dei due magistrati uccisi. Per Borsellino la bomba è piazzata in una auto posteggiata in via D’Amelio, a pochi metri dall’abitazione della madre del giudice che lo aspettava come ogni domenica.

La strategia terroristica della mafia di Salvatore Riina tocca il punto più alto, ma segna anche l’inizio del suo declino per la immediata e incisiva risposta dello Stato.

Queste due date, 23 maggio e 19 lugliorievocano uno dei momenti più drammatici della nostra storia e nella condanna e l’esecrazione per queste efferate azioni criminali della mafia si rende onore ai due valorosi magistrati, come avviene per le altre luttuose ricorrenze che purtroppo riempiono i calendari.

Sono due date che, tuttavia, insieme al doveroso ricordo suscitano ogni anno una viva emozione, mantengono una loro specifica attualità, come se fossero un lutto recente, sono un dolore e una ferita nel corpo sociale che il tempo ancora non riesce ad attenuare e a rimarginare.

Un destino comune lega i due magistrati non solo nel terribile epilogo della loro vita ma anche nei momenti esaltanti del loro prezioso lavoro arricchito da una fervida e sincera amicizia.

Un’amicizia iniziata fin da quando si ritrovarono da giovani magistrati al Palazzo di Giustizia di Palermo dove iniziarono un’azione congiunta contro la mafia in una prima fase sotto la direzione di Rocco Chinnici, il promotore del pool antimafia e con il quale Borsellino strinse un forte legame di amicizia e di stima personale e professionale.

Ai due magistrati Chinnici affidò una prima inchiesta importante sui nuovi traffici della mafia, dal riciclaggio al traffico di droga, al ruolo della massoneria. Un’indagine che non fu presa bene da determinati ambienti politici e imprenditoriali ma anche da parti della stessa magistratura che li accusarono di rovinare con la loro inchiesta l’economia palermitana.

Nel tormentato e delicato rapporto tra politica e magistratura, come dimostra anche l’ultimo referendum , Falcone e Borsellino rappresentano un modello a cui riferirsi per il rigore e la sobrietà dei loro comportamenti e nella gestione dell’attività giudiziaria.

È noto che i due avevano idee politiche molto diverse, Falcone guardava a sinistra, Borsellino guardava a desta, ma questa diversità di opinioni politiche non solo non fu di impaccio alla loro fraterna e salda amicizia ma non interferì e non condizionò mai la loro attività di magistrati.

Quali potevano essere le motivazioni che spinsero Cosa Nostra a compiere queste stragi?

Una affermazione di potenza? Qui comandiamo sempre noi e arresti processi non hanno alcuna conseguenza. Furono delitti punitivi verso irriducibili avversari, autori del primo grande ed efficace processo contro Cosa Nostra?

Furono eliminati per il pericolo che ancora rappresentavano? Falcone nel suo nuovo ruolo al ministero della giustizia e Borsellino perché stava continuando il suo lavoro.

Era un forte segnale intimidatorio verso lo Stato perché rinunciasse alla linea dura contro Cosa Nostra e si ritornasse alla coabitazione, al quieto vivere come li definii Giulio Andreotti.

E poi ancora: vi era solo Cosa Nostra dietro queste stragi? o anche quelle “menti raffinatissime” come le definì Falcone all’indomani del fallito attentato nei suoi confronti.

Vi erano, pertanto, intrecci fra forze perverse, apparati deviati dello Stato, Massoneria deviata, la famigerata struttura eversiva Gladio su cui Falcone aveva iniziato ad indagare e che Borsellino aveva ripreso. Erano quindi stragi concepite per accelerare il crollo del sistema politico democratico del Paese”? Tutte domande che ancora aspettano una risposta mentre abbiamo assistito a uno dei più inquietanti e incredibili depistaggi nelle indagini con l’obbiettivo di allontanare sempre più la verità. Si conferma così che nei delitti di mafia non solo Cosa Nostra ricorre a sapienti depistaggi per confondere l’opinione pubblica, intralciare le indagini, creare confusione e dubbi ma al depistaggio ricorrono anche pezzi dello Stato in nome dei cosiddetti “interessi superiori”, la famosa Ragion di Stato invocata e praticata per sottrarre alla verità responsabilità, collusioni e torbidi disegni.

In una intervista quasi profetica rilasciata ai primi di luglio del 1992 Borsellino parlò dei rischi e delle conseguenze legate al lavoro svolto:

<< Ho sempre accettato il rischio le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto ad un certo punto della mia vita di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli……..Ho la sensazione di essere un sopravvissuto, una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo dalla certezza, vorrei dire, che tutto questo può costarci caro>>.

Borsellino è un eroe del nostro tempo come Falcone e tutti coloro che hanno sacrificato la loro cita per tutelare la nostra libertà.

E oggi è più che mai necessario recuperare il patrimonio di valori che Borsellino ci ha lasciato, le sue idee, le riflessioni, le sue analisi e soprattutto la moralità nei comportamenti. Questo al fine di rilanciare il movimento antimafia, stimolare un ruolo attivo delle istituzioni, sollecitare l’impegno e la partecipazione dei cittadini, delle nuove generazioni e risvegliare l’impegno del mondo della cultura, del lavoro e dell’impresa. Si avverte, infatti, un calo di tensione, che la mafia per i duri colpi inferti dallo Stato abbia perso la sua pericolosità sociale e che ormai è un problema da affidare alla magistratura e alle forze dell’ordine. Di contro assistiamo ad una riorganizzazione di Cosa Nostra, ad un nuovo radicarsi nel territorio, alla ripresa della sua aggressività e della violenza intimidatrice come conferma l’intensificarsi dell’attività estorsiva finalizzata non solo alla riscossione del “pizzo” ma a ad un più asfissiante controllo del territorio.

IlSicilia.it, 19/7/2026

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