
Giorgia Meloni, Matteo Lepore
ENRICO ROSSI
Non si era ancora vista una Presidente del Consiglio che, di fronte a una duplice violenza subita da una città -prima con la morte di una persona mentre si trovava sotto il controllo della polizia dello Stato, poi con le aggressioni compiute da facinorosi contro le forze dell’ordine e la devastazione del centro cittadino- anziché esprimere solidarietà a una comunità così gravemente ferita, non trovasse niente di meglio che attaccarne il sindaco perché ha indetto una manifestazione civile, pacifica e molto partecipata, per chiedere verità e giustizia.
Giorgia Meloni e la destra hanno trovato parole durissime per trasformare il sindaco Matteo Lepore nel responsabile politico dei disordini. Eppure Bologna ha visto chiaramente due piazze: quella civile e ordinata, convocata dal sindaco, e quella dei violenti, che non rappresentava né la città né la famiglia di Fakir.
Occorre dirlo senza esitazioni: i violenti e i facinorosi danno una mano alla reazione della destra e rappresentano un attacco alle libertà democratiche
Distruggendo, incendiando e aggredendo, oscurano la domanda di verità sulla morte di Fakir e consegnano a Meloni le immagini di cui ha bisogno per spostare il discorso dall’operato delle istituzioni all’ordine pubblico, dai diritti dei cittadini alla repressione.
Anche per questo non si deve permettere che la violenza di pochi cancelli le ragioni di migliaia di persone che manifestano pacificamente.
Meloni ha poi pronunciato la formula della “tolleranza zero”. Ma deve spiegare con chiarezza cosa intende e a chi e a che cosa si riferisce. Tolleranza zero, sempre nel rispetto delle leggi e dei diritti delle persone, verso chi incendia automobili e aggredisce gli agenti? Certamente. Oppure tolleranza zero anche verso chi manifesta, denuncia un abuso, filma un intervento di polizia e chiede che lo Stato risponda delle proprie azioni?
Perché l’Italia conosce già il significato più oscuro che queste parole possono assumere.
A Genova, nel luglio del 2001, la gestione dell’ordine pubblico si trasformò in una repressione indiscriminata che colpì manifestanti pacifici e giornalisti, culminando nell’irruzione alla scuola Diaz e nelle torture di Bolzaneto. Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e padre politico della destra postmissina, rimase per ore nei centri operativi delle forze dell’ordine e sembra che fu lui stesso a ispirare le operazioni.
Anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbe qualificato come tortura le violenze commesse alla Diaz e uno stesso dirigente della Polizia di Stato avrebbe parlato di”macelleria messicana”.
È a questo che Meloni vuole tornare?
Dopo Genova, dentro le forze di polizia si era aperta, sia pure lentamente e in modo incompleto, una riflessione critica sulla gestione delle piazze, sull’uso proporzionato della forza, sulla formazione degli agenti e sul rispetto dei diritti costituzionali. Quel percorso non è mai stato concluso e molte riforme, a partire dai codici identificativi degli agenti sono rimaste irrealizzate.
Oggi sembra che si voglia tornare indietro con le tante leggi sulla sicurezza di questo governo.
Il messaggio politico non è più quello di una polizia autorevole perché democratica e rispettosa della legge, ma quello di una polizia alla quale il governo promette di “coprire le spalle” qualunque cosa accada.
Viene spontaneo domandare se dietro la formula della “tolleranza zero” non si nasconda l’idea di mettere sotto accusa le piazze, intimidire chi protesta, confondere il dissenso con la violenza e considerare pericoloso chi chiede verità sull’operato dello Stato.
Allora la “tolleranza zero” rischia di trasformarsi in una progressiva restrizione delle libertà costituzionali: il diritto di riunirsi pacificamente, di manifestare, di esprimere liberamente il proprio pensiero e di chiedere conto alle istituzioni delle loro azioni.
Questa di Meloni e della destra non è sicurezza.
È la vecchia tentazione autoritaria di trasformare ogni domanda di verità in un attacco allo Stato e ogni manifestazione di dissenso in un problema di ordine pubblico.
Questa è Meloni: una perfetta interprete del trumpismo che divide le istituzioni, attacca le città governate dagli avversari e usa i disordini provocati da una minoranza per delegittimare l’intera opposizione democratica.
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