domenica, luglio 19, 2026

In solidarietà con Mons. Corrado Lorefice da un infermiere quasi alla fine della sua carriera


GAETANO MANNINA

Reverendissimo Monsignore, leggo le Sue parole nella notte di Santa Rosalia e mi sento chiamato in causa. Non posso tacere, perché quello che Lei descrive è quello che io vedo ogni giorno, da vicino, con le mani, con gli occhi, con la stanchezza che porto a casa la sera.

Io sono un infermiere. Quasi alla fine della mia carriera. E ho fatto di questo lavoro un esempio di vita per i miei figli, e per tutti gli studenti che ho avuto la fortuna di accompagnare, in primis. Non è retorica: è quello che ho cercato di trasmettere ogni giorno — che curare è una forma di testimonianza, che la dignità del paziente è la dignità di tutti, che nessuno si volta dall'altra parte.

Quello che vedo ogni giorno

Lei parla di "nuove pesti": racket, guerre, migranti rispediti. Io ne aggiungo una quarta, che conosco bene: la peste della sanità svuotata per disegno.

Vedo liste d'attesa che si allungano "ad arte" — sì, ad arte — perché chi ha il potere di decidere sa bene che se il pubblico soffoca, il privato fioreisce. Vedo pazienti anziani che aspettano mesi per una visita, che si ammalano di attesa, che imparano a non lamentarsi perché "tanto non servirebbe a niente". Vedo la loro dignità ridotta a un numero, a una pratica, a una scadenza che nessuno rispetta.

E vedo anche noi, gli operatori: sfruttati, sottopagati, umiliati. Vedo colleghi con contratti precari che hanno paura di parlare. Vedo turnazioni massacranti che nessuno chiede, ma che tutti subiscono. Vedo manager e gettonisti che passano, tagliano, prendono, e se ne vanno lasciando solo macerie. Vedo chi cura trattato come costo, e chi specula trattato come risorsa.

Lei dice che la politica "ha abbandonato la realtà, la verità della gente". Io, Monsignore, sono quella realtà. Sono quella verità che la politica non vuole guardare in faccia. Non nei discorsi, non nei numeri, ma nella carne: nelle facce dei pazienti che aspettano, nei corpi stanchi dei colleghi, nei tagli che arrivano puntuali come le tasse.

La remigrazione e la mia esperienza

Lei ha detto una cosa che mi ha colpito nel profondo: "Perché un europeo si può muovere dove e quando vuole e non può farlo un africano?"

Io lavoro in un reparto dove arrivano anche migranti. Li vedo arrivare con lo sguardo perso, con il corpo segnato dal viaggio, con la paura di non essere curati perché "non hanno i documenti", perché "non hanno la tessera", perché "forse non hanno diritto". E io, ogni volta, penso: ma che diritto è questo, che esclude chi soffre? La cura non ha confini, non ha nazionalità, non ha colore. La cura è un atto umano prima che professionale. E se la politica costruisce muri per chi scappa dalla guerra e dalla fame, allora quei muri arrivano anche nel mio reparto, sotto forma di burocrazia, di indifferenza, di negazione.

"Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana." Io non sono teologo, Monsignore, ma so che quando mando via un paziente senza averlo curato perché "non è previsto", quando chiudo gli occhi di fronte a un dolore che non posso alleviare perché il sistema non me lo permette — allora anche io, nel mio piccolo, sto ferendo qualcosa di essenziale. E non voglio.

La guerra e il narcisismo dei leader

Lei parla di leader "senza pietà, senza pudore, avviluppati nel narcisismo delirante". Io vedo le conseguenze di questo narcisismo nei miei turni: nei pazienti che arrivano traumatizzati, nei corpi segnati dalla violenza, nelle storie che non raccontano perché il dolore è troppo grande. Vedo la guerra che entra in ospedale non come notizia, ma come carne, come sangue, come silenzio.

E poi vedo i discorsi dei potenti, le pistole in regalo, le conquiste territoriali, la retorica della forza — e penso: ma questi non hanno mai visto un bambino che muore? Non hanno mai tenuto la mano di un morente? Se l'avessero fatto, non potrebbero parlare così. La guerra non è una continuazione della politica: è il fallimento della politica, è il fallimento dell'umanità.

La mafia e il vuoto dello Stato

Lei dice che "la mafia finisce per essere l'unica 'istituzione' che risponde ai bisogni essenziali". Io lavoro in una terra dove la mafia non è un ricordo, è una presenza. E vedo come il suo spazio cresce quando lo Stato ritira: quando la sanità pubblica si svuota, quando i servizi sociali spariscono, quando la politica non dà risposte ma solo slogan. La mafia offre protezione, lavoro, soldi, rispetto — quello che lo Stato nega. E non posso meravigliarmi, dice Lei. No, non mi meraviglio. Ma mi dispiace. Mi dispiace profondamente, perché significa che abbiamo fallito, noi che rappresentiamo lo Stato, noi che siamo lo Stato.

Il Vangelo come categoria politica

Lei dice che la visita del Papa a Lampedusa "non è stata un'ingerenza politica, uno sconfinamento, né tantomeno buonismo. Si tratta di Vangelo".

Io, Monsignore, non sono credente praticante. Ma ho fatto del mio lavoro una forma di Vangelo, nel senso più concreto che conosco: stare accanto a chi soffre, senza chiedere chi è, da dove viene, se ha i documenti. Curare chi ha bisogno, punto. Non è buonismo: è professionalità, è umanità, è quello che ho insegnato ai miei figli e agli studenti che ho formato.

L'Italia come "porto sicuro dell'accoglienza, il luogo della prossimità". Io ci credo, anche se ogni giorno vedo il contrario. Ci credo perché la mia esperienza mi dice che la prossimità è possibile: quando tengo la mano di un paziente, quando spiego a un familiare che non è solo, quando aiuto un collega a rialzarsi dopo un turno massacrante. La prossimità non è una politica: è un gesto. E i gesti, sommati, diventano politica. Diventano storia.

Quello che ho cercato di trasmettere

Ho fatto di questo lavoro un esempio di vita per i miei figli. Non perché sono un santo — sono un uomo stanco, a volte arrabbiato, spesso deluso. Ma perché ho voluto che vedessero che si può restare umani anche in un sistema che ti chiede di non esserlo. Che si può dire no alle ingiustizie, anche se costa. Che si può curare con dignità, anche quando la dignità non ti viene riconosciuta.

Agli studenti che ho formato ho detto sempre: non diventate tecnici della cura, diventate testimoni della cura. La differenza è sottile ma fondamentale. Il tecnico esegue. Il testimone si mette in gioco. Il tecnico segue il protocollo. Il testimone segue il paziente. Il tecnico ha paura di sbagliare. Il testimone ha paura di voltarsi dall'altra parte.

Ecco, Monsignore, io ho cercato di essere un testimone. Non sempre ci sono riuscito. Ma ci ho provato, ogni giorno, per tutta la vita.

In solidarietà

Mi unisco a Lei, Monsignore, con la stanchezza di chi ha visto troppo ma non si è arreso. Con la rabbia di chi sa che le cose potrebbero essere diverse e non lo sono. Con la speranza — sì, ancora — di chi crede che la fraternità evangelica e umana non sia un'utopia, ma una scelta quotidiana.

La politica deve "rinunciare agli equilibri di potere". Sì. Ma anche noi, nel nostro piccolo, dobbiamo rinunciare alla complicità del silenzio. Io, infermiere quasi alla fine della carriera, dico: non ho voltato mai l'altra parte, e non lo farò ora. Non per i miei figli, che devono sapere che si può. Non per gli studenti, che devono imparare che si deve. Non per me, che devo guardarmi allo specchio la sera e riconoscermi.

Lei ha parlato nella notte di colei che salvò Palermo dalla peste. Io parlo dal mio reparto, dalla mia stanchezza, dalla mia umiltà. Ma parlo. E mi unisco a Lei. Perché la peste non è solo biologica: è morale, è politica, è sociale. E la cura, come allora, passa attraverso chi ha il coraggio di restare accanto, di denunciare, di sperare anche quando la speranza sembra assente.

Con profonda stima, riconoscenza e affetto fraterno,

Un infermiere 

Gaetano Mannina

"Ho fatto di questo lavoro un esempio di vita. Non perché sia perfetto, ma perché si può restare umani anche quando il sistema ti chiede di non esserlo."

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