di Giuliano La Franca
“I partecipanti allo scambio hanno incontrato coetanei come loro, ma non solo. Persone oneste che ogni mattina si alzano per andare a studiare o a "vuscarsi u pane". Con loro abbiamo parlato di mafia, ma soprattutto di antimafia. Non quella da titoloni di giornale, ma quella silenziosa e umile che si manifesta nelle scelte quotidiane di chi condivide cognomi ingombranti, di chi ha visto i propri cari ammazzati o i vicini di casa portati via dalla polizia; e che nonostante questo continua a vivere a Corleone cercando di fare la sua parte affinché le atrocità del passato e i peccati dei padri non ricadano più sui figli di nessuno”
Quando cercai per la prima volta "epa" su google il risultato mi suggerì il sito dell'associazione psichiatrica europea. All'inizio rimasi perplesso. Forse la mia amica Maria Di Carlo mi aveva consigliato un ente molto tecnico e specializzato per aiutarmi nel progetto di cui le avevo parlato; anche se in effetti non aveva nulla a che vedere con la malattia mentale e i disturbi psichiatrici. O forse sì, mi chiedevo tra me e me un po' confuso. L'idea era strana, è vero, e magari Maria voleva mettermi nelle mani di qualcuno bravo...
Volevo realizzare un progetto di scambio internazionale che potesse fare incontrare i ragazzi dell'Albergheria di Palermo con quelli di Cova da Moura a Lisbona (una delle periferie più marginalizzate e discriminate della capitale portoghese) e Maria mi disse: "perchè non prendi contatti con l'epa??? Loro si occupano proprio di questo, sono straordinari li devi conoscere..." Gli occhi sgranati e la parlantina euforica di Maria non erano una novità, ma sentivo che stavolta c'era anche altro. Alla domanda però su quando risalisse l'ultimo contatto che lei aveva avuto con l'epa, rimasi ancora più perplesso di quando mi ero imbattuto nell'accademia di psichiatri. "Qualche annetto... 28 più o meno..." Quasi 3 decenni che però non avevano intaccato la passione e i ricordi di Maria nel raccontarmi la sua esperienza con l'epa. Mi sembrava assurdo, ma in seguito avrei capito che quello di Maria non era un caso isolato di esaltazione prolungata.
Considerato che l'ultima volta in cui Maria aveva avuto a che fare con l'epa la comunicazione più avanzata era il fax, ci impiegai un po' prima di recuperare dei recapiti considerati affidabili nel 2024. Avevo trovato una mail di Christa-Berta, colei che Maria mi aveva descritto come l'anima e il motore colorato dell'associazione (con sede ad Amburgo in Germania), e le scrissi senza perdere troppo tempo. Trascorsero settimane di attesa, ma ricevuta la risposta capii... capii perchè a Maria dopo 30 anni brillavano ancora gli occhi quando parlava dell'epa.
Normalmente, quando si invia una mail ad uno sconosciuto, per giunta in un Paese straniero, la casistica più probabile degli esiti oscilla tra il non ricevere alcuna risposta e il ricevere una risposta formale, preconfezionata, del tipo "la ringraziamo per la sua richiesta ma al momento non siamo interessati". Come per i CV da cestinare. Christa-Berta invece mi rispose come se ci conoscessimo da sempre. E non con quel fare ruffiano di chi vuole prendersi confidenze che non esistono, ma con una delicatezza e un affetto disarmanti. Commoventi. Di chi alla comprensibile diffidenza e formalità sceglie invece un'accoglienza e una disponibilità incondizionate. Condivideva ricordi e pensieri, mi metteva a disposizione contatti di amici impegnati in progetti simili. Mi ricordo che rilessi più volte quella mail perché non ne avevo mai ricevuta una simile.
Da quel primo avvicinamento nel gennaio del 2024 sarebbe seguito un incontro a Palermo che avrebbe messo in contatto e ricollegato diverse persone; ognuna con storie e percorsi lontani ma che solo l'arcobaleno corsaro dell'epa poteva riportare a camminare insieme. Come era stato per Maria, anche per i ragazzi di Tavola Tonda a Palermo era accaduto lo stesso. Avevano conosciuto Christa-Berta e l'epa nei primi anni 2000. Avevano partecipato a scambi internazionali con altri coetanei che come loro venivano dalle borgate più emarginate e abbandonate d'Europa. Avevano visto, per la prima volta, che cos'era il mondo fuori dal loro quartiere. Ed erano stati accompagnati in quel viaggio da persone che non li avevano mai giudicati per la loro provenienza o per gli errori del passato. Poi le vicissitudini della vita avevano diviso le loro strade, ma il tempo e la distanza non avevano cancellato la consapevolezza di avere vissuto un'esperienza che aveva cambiato le loro vite. Come qualcuno mi raccontò poi con tanta onestà e pochissima retorica. "E' vero, anche dopo avere conosciuto l'epa ho commesso altri sbagli, ma se non avessi conosciuto Christa-Berta, Tony e gli altri, gli sbagli mi avrebbero risucchiato completamente, come è capitato a parecchi intorno a me."
In questi due anni, grazie sempre al sostegno di MoltiVolti a Palermo, ci sono state tante avventure con l'epa. Tante da far sembrare la nostra amicizia lunga una vita e non un paio d'anni. Ho avuto l'opportunità di conoscere ragazzi straordinari. Alcuni di loro mi hanno insegnato molto più di quanto io abbia potuto trasmettere loro nel mio ruolo di "group leader" e accompagnatore dei ragazzi negli scambi internazionali e non solo. Giovani che avevano dovuto lasciare la loro casa e la loro terra per la guerra mi hanno regalato i momenti più divertenti della mia vita. Un misto di comicità e affetto mai visti prima. E la prova di una connessione così profonda che non aveva nemmeno bisogno di una lingua comune per essere espressa.
Arriviamo così al 2026 quando decidiamo di organizzare in Sicilia lo scambio internazionale di quest'anno. Non è uno scambio come gli altri. Il gruppo siciliano è tornato a partecipare da poco, ed è ancora in fase di "ricostruzione". Quest'anno sono anche 40 anni da quando l'epa ha iniziato il primo scambio giovanile internazionale proprio in Sicilia, a Trappeto (unni persi i scarpi u signuri). Sulla scia di Danilo Dolci. Per cercare di agire concretamente lì dove tutti si erano "dimenticati" di andare.
Manca da decidere il luogo dove iniziare la prima parte dello scambio prima di dirigersi, come di consueto, a Palermo per la parte conclusiva.
Quando a vent'anni mi sono trasferito a vivere in Sicilia, tra le prime cose che ho fatto c'è stata la visita in quel luogo che nell'immaginario collettivo universale rappresenta il simbolo dell'idea stessa della mafia. Corleone. Il carisma del Padrino, i peri ncritati di zio Totò u curtu e picciotti, il famoso filmato di Gianni Bisiach al cimitero del paese e via dicendo, hanno negli anni costruito una mitologia feticistica e fanatica che a questo paese nelle colline da far west della Sicilia non poteva che rimanere come uno stigma eterno. Anche se al mio arrivo di coppole ne erano rimaste ben poche in giro e del Padrino l'unica cosa ben visibile era solo l'immagine stampata su qualche bottiglia di vino. Qualche tempo dopo però a Palermo conobbi proprio Maria di Carlo che a sua volta mi fece conoscere le poesie di Nino Gennaro. Tutti e due nati a Corleone. Come Bernardino Verro, Placido Rizzotto e tanti altri ancora. E' ovvio, tira molto di più l'etichetta di capitale della mafia che di simbolo del movimento socialista dei Fasci Siciliani (caso storico precedente per giunta alla fama di Mario Puzo, Don Vito e Binnu u tratturi).
In tutti gli incontri con l'epa abbiamo sempre discusso del peccato originario di essere siciliano, e quindi potenzialmente mafioso. Soprattutto agli occhi dei ragazzi stranieri che (come i nostri d'altronde) sono voraci consumatori di stereotipi e pregiudizi di ogni tipo. La scelta di portare sette gruppi da sette Paesi d'Europa con 60 giovani provenienti da ogni angolo del mondo a Corleone per uno scambio giovanile internazionale ci è sembrato quindi il nostro piccolo contributo nella lotta che le nuove generazioni conducono ogni giorno, senza riflettori, per affermare la loro vera identità, anche in queste colline immobili nel mezzo della Sicilia.
A Corleone non ci hanno accolto né lupare e né teste di capretto, ma il supporto e la pazienza di una comunità e delle sue istituzioni. E la mafia non è stata nemmeno un tabù, come spesso si vede su internet o in televisione dove in Sicilia sembrano essere ancora tutti omertosi. I partecipanti allo scambio hanno incontrato coetanei come loro, ma non solo. Persone oneste che ogni mattina si alzano per andare a studiare o a "vuscarsi u pane". Con loro abbiamo parlato di mafia, ma soprattutto di antimafia. Non quella da titoloni di giornale, ma quella silenziosa e umile che si manifesta nelle scelte quotidiane di chi condivide cognomi ingombranti, di chi ha visto i propri cari ammazzati o i vicini di casa portati via dalla polizia; e che nonostante questo continua a vivere a Corleone cercando di fare la sua parte affinché le atrocità del passato e i peccati dei padri non ricadano più sui figli di nessuno.
(Giuliano La Franca)
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