
La figlia di don Fofò
Carla Fernandez
C'è una Sicilia che resiste al tempo e una che prova a cambiare il proprio destino. E lungo questo confine sottile che si muove la figlia di don Fofò, il romanzo scritto da Adelaide Costa e Giuseppe Maurizio Piscopo che racconta il passaggio tra la fine del patriarcato e i primi fermenti dell'emancipazione femminile nell'entroterra siciliano degli anni Sessanta.
Pubblicato da Navarra Editore, il libro conduce il lettore a Zabara, immaginario paese rurale dove il tempo sembra essersi fermato. Qui domina la figura di Don Fofò, autorevole direttore di banca e simbolo di un mondo che pretende di controllare non solo il denaro, ma anche il destino delle persone.
A mettere in discussione quell'ordine è la figlia Catena. Un nome che richiama il vincolo e la costrizione ma che nel corso della narrazione, diventa il simbolo della libertà. Catena rifiuta il ruolo che la società le ha assegnato, quello di moglie e madre e sceglie di affermare la propria identità attraverso la musica. Non il pianoforte riservato alle ragazze di buona famiglia, ma il mandolino della tradizione popolare, trasformato in strumento di autodeterminazione ribellione.Costa e Piscopo costruiscono un romanzo corale popolato da barbieri, sarti, poeti, notabili e gente comune, restituendo uno spaccato vivido della Sicilia del dopoguerra. La scrittura, resa fluida dalla sensibilità musicale di Piscopo, alterna leggerezza e riflessione, affrontando temi ancora attuali come l'emigrazione, il rapporto con il potere e la tutela dei più fragili.
GdS, 23/6/26
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