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| La targa dove il complesso architettonico di S. Ludovico viene erroneamente indicato come ex convento |
CALOGERO RIDULFO
A Corleone, come in molti altri centri della provincia italiana, i miti sono duri a morire. Spesso, pur di rendere una narrazione più affascinante e suggestiva, si preferisce ignorare prove inconfutabili ed evidenze documentate, pur di non veder crollare una leggenda.
Un esempio lampante è la chiesa di Sant’Andrea, che una radicata credenza popolare vuole a tutti i costi far passare per un'ex moschea araba. Tempo fa, durante alcuni scavi alle fondamenta condotti sotto l’egida della Soprintendenza, non emersero evidenze di particolare rilievo storico, architettonico o archeologico, motivo per cui gli scavi vennero richiusi. Eppure, non è mancato chi ha accusato l’Ente di aver voluto "cancellare per sempre" le tracce di quegli ambienti ipogei, ipotizzando addirittura che si trattasse delle camere di abluzione delle donne ebree.
Molto più semplicemente, bisognerebbe spiegare ai sostenitori della teoria della moschea che in tutte le chiese, in assenza di cimiteri esterni, le confraternite erano solite ricavare ambienti sotterranei per l’inumazione dei defunti.
Un altro mito che resiste nel tempo, e che viene periodicamente rispolverato, riguarda il Crocifisso della Catena. Una certa narrazione vorrebbe far risalire l'icona a un'epoca precedente all'Impero bizantino; secondo questa tesi, il Crocifisso sarebbe stato nascosto all’interno del pozzo (ancora oggi visibile in una proprietà privata) dell'ex chiesa di Santa Maria della Catena per salvarlo dalle distruzioni del periodo iconoclasta.
A smontare questa leggenda non basta il fatto che gli storici dell’arte datino l’opera al XVI secolo. Non è sufficiente nemmeno che l’ultima pubblicazione sulla storia locale – ECCLESIAE ANIMOSAE CIVITATIS CORLEONIS. Storia, tradizione e arte nella città delle cento chiese, di Calogero Ridulfo e Francesco Marsalisi – riporti chiaramente l'atto di committenza dell'opera, datato 1538.
Tra i diversi casi, mi torna in mente una targa esposta davanti alla sede del C.I.D.M.A. (Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e l’Antimafia), che riporta un’informazione storicamente errata: si afferma, infatti, che la struttura fu un tempo il "convento di San Ludovico". In realtà, la confinante chiesa di San Ludovico non ebbe mai a che fare con un omonimo convento.
Nei locali annessi all'edificio sacro sorsero invece due importanti istituzioni: nel primo '600 la “Congregazione della Carità”, che si occupava di sostenere poveri, carcerati e bisognosi con opere di carità cristiana; nello stesso periodo, la domus orphanorum (o Orfanotrofio), nata con l'esclusivo compito di accogliere ed educare ai principi cristiani le giovani donzelle rimaste orfane in tenera età, che altrimenti il destino avrebbe consegnato alla strada, all’accattonaggio o alla prostituzione.
Questo orfanotrofio è rimasto attivo fino alla metà del XX secolo, svolgendo un ruolo sociale fondamentale per la comunità corleonese.
Per queste nobili ragioni – e per altre che non vado ad elencare, rimandando il lettore interessato alla pubblicazione citata prima – credo sarebbe opportuno che il C.I.D.M.A., o chi di competenza, correggesse l'errore sulla targa. Restituire la verità storica a questo luogo permetterebbe di offrire ai visitatori un quadro più completo. Chi si approccia a un tema complesso come quello della mafia potrebbe così cogliere un ideale filo conduttore tra il valore sociale del passato e l'impegno civile del presente dell'edificio.
Anche questo piccolo passo contribuirebbe a presentare un’immagine reale, e non distorta, della comunità corleonese, finalmente slegata dai soliti cliché.
Prof. Calogero Ridulfo
Corleone 11 luglio 2026
P.S. La redazione di Città Nuove chiede ai vertici del Cidma di provvedere a correggere il macroscopico errore nella targa ufficiale, che ogni giorno viene letta da tanti visitatori e turisti. (dp)

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