sabato, aprile 25, 2026

Quale democrazia per l’Italia


di Giuseppe Savagnone

25 aprile

Hanno suscitato vivaci polemiche le parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, alla vigilia del 25 aprile. «Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana (…). Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione. E lo rifarei».

Dove è sicuramente encomiabile il rispetto per i morti in quanto tali, ma ha lasciato perplessi l’equiparazione tra quelli caduti in nome dei valori che l’Italia celebra solennemente con la festa della Liberazione, vedendo in essi il fondamento della sua identità democratica, e quelli che hanno perso la vita combattendo contro questi valori. I morti devono essere visti anche per ciò che rappresentano. Anche i caduti delle SS meritano il rispetto che si deve a tutti i morti, ma siamo sicuri che le comunità ebraiche apprezzerebbero un discorso come quello di La Russa, se fatto da un ministro del governo tedesco nei confronti del corpo speciale di Hitler?

Certo, di crimini in una guerra – e soprattutto in una guerra civile – ne commettono tutti. Sappiamo ormai con chiarezza che anche i partigiani se ne macchiarono. Resta la differenza tra chi si trova a fare la guerra per difendere la sua terra e chi la fa a fianco degli occupanti, e di occupanti come i nazisti.

La pace democratica instaurata con la nascita della Repubblica italiana non è stata il frutto di un’alleanza impossibile tra questi due contendenti, ma dalla vittoria dei primi contro i secondi. E il presidente del Senato – seconda carica di questa Repubblica – non rappresenta inclusivamente entrambi, perché non può non tenere presente le opposte cause per cui hanno combattuto. Né il fatto di averlo fatto «come privato» cambia le cose, perché averne parlato ai giornalisti, difendendo la scelta, ha fatto diventare pubblica questa scelta.

Una cultura estranea alla Costituzione

Il problema non riguarda però solo l’on. La Russa. La maggioranza oggi al governo è in larga misura costituita da persone che non si sono formate in base ai valori della Resistenza, perché erano gli eredi degli sconfitti e sono rimasti esclusi dalla Costituente, in cui sono confluiti gli apporti del filone di pensiero cattolico, social-comunista e liberale, ma non quello fascista.

Questo non può certo far mettere in dubbio la loro fedeltà alla Repubblica democratica, ma spiega le loro difficoltà a essere in sintonia profonda con una Costituzione che non rispecchia la loro tradizione di pensiero. Anche se questo non esclude il riconoscimento teorico degli errori del fascismo e l’adesione alla Carta costituzionale. Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, un post nel quale, in occasione del 25 aprile, Giorgia Meloni sottolineava che «in questa giornata, la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella Costituzione repubblicana».

Il problema però, al di là delle dichiarazioni di principio, è culturale. La nostra premier ha respirato fin da giovanissima il clima politico di Azione studentesca, il movimento degli studenti di Alleanza Nazionale (erede del Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente neofascista), del quale è diventata segretaria a 19 anni. E Ignazio La Russa è stato dirigente del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile dello stesso MSI. Giuste o sbagliate che siano, le loro posizioni hanno la loro radice in una storia che spiega perché essi le sostengano in perfetta buona fede.

La difficoltà è che, nel caso di Meloni e La Russa, essi, a differenza dei rappresentanti dell’opposizione, si trovano davanti il difficile compito di interpretare correttamente un testo costituzionale che non rientra nella loro storia. E lo si sta vedendo in modo chiaro in questo scorcio di legislatura.

Avrebbe dovuto essere il coronamento di una condotta di governo molto prudente – favorita anche dalla pochezza dell’opposizione, del tutto incapace  di proporre una seria alternativa – in cui, a dispetto di bellicose dichiarazioni iniziali, ad essere privilegiata è stata soprattutto la continuità col passato, tanto da spingere uno dei più autorevoli intellettuali della destra, Marcello Veneziani, a denunciare l’assenza, in questi anni di governo, di «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra  (…)  e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Forse è stata l’esigenza di lasciare «un segno inconfondibile» della sua matrice ideologica a indurre il governo a varare almeno una riforma, quella della giustizia. Ma è proprio in questa occasione che si è manifestata la lontananza ideale dell’attuale maggioranza dallo spirito della Costituzione.

Già nel modo di proporre la legge. La Carta costituzionale è scaturita da un lungo, paziente dialogo tra forze politiche di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  , che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

La riforma della giustizia, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Esultando, quando alla fine la legge è stata approvata,  come si fa quando la squadra avversaria è stata battuta, e dedicandola al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura aveva sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità.

In realtà è stato tutto il contesto in cui la riforma è maturata a giustificare dei dubbi sulle sue motivazioni. Contesto caratterizzato da attacchi furiosi da parte del governo nei confronti della magistratura, accusata di essere ideologizzata – almeno in alcune sue componenti – e schierata contro la politica  della maggioranza democraticamente eletta verso i migranti. «Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», era la risposta di Meloni alle sentenze che contraddicevano questa politica.

Argomento che in realtà rivela la profonda estraneità della nostra premier alla logica della nostra Costituzione, per la quale la divisione dei poteri serve precisamente ad evitare  che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni da parte di altro potere, non elettivo, incaricato di far rispettare la legge. Significativo che la riforma sia stata dalla stessa Meloni evocata, in uno di questi sfoghi contro una pretesa «invasione di campo» dei giudici, come l’atteso rimedio che avrebbe rimesso a posto le cose.

Non si può certo parlare di fascismo. È con i voti ottenuti in libere elezioni che questa maggioranza governa ed è in nome di questo appoggio popolare che rivendica il diritto di procedere nelle sua politiche – in particolare in quella migratoria – senza ostacoli. A rigore, in un sistema di democrazia pura, come Rousseau l’aveva concepita, Meloni avrebbe perfettamente ragione. Il suo ragionamento è logico: chi esprime la volontà popolare governa.

Solo che la nostra Costituzione è nata da una profonda diffidenza verso tutti i poteri assoluti e ha voluto perciò che essi si bilanciassero, combinando così la logica di Rousseau con quella di Montesquieu. E già questi continui attacchi di uno dei poteri nei confronti di un altro non rientrano nello spirito della democrazia come l’hanno pensata i nostri padri costituenti. Ma di questo la classe di governo sembra continuare ad essere ignara.

La norma sul “premio” agli avvocati

Una conferma di questa incomprensione culturale è l’emendamento, apportato al decreto sicurezza, con cui si attribuisce un premio di 615 euro agli avvocati di immigrati i cui clienti decidano volontariamente di lasciare l’Italia. Una norma che ha fatto infuriare unanimemente gli avvocati – che pur erano stati nella grande maggioranza dalla parte del governo nella campagna referendaria  – i quali vi hanno giustamente visto un tentativo di manipolare la loro deontologia professionale, orientandola nella direzione della politica dei rimpatri. È chiaro, infatti, che il compito del difensore è di cercare di fare valere i diritti, veri o presunti, del suo cliente, non di indurlo a rinunziarvi. E anche il presidente della Repubblica ha visto in questo testo una minaccia al diritto alla difesa sancito dalla nostra Costituzione.

La reazione del governo è stata di sincera sorpresa di fronte a queste contestazioni. «Stiamo raccogliendo i rilievi tecnici che sono arrivati dal Quirinale e dagli avvocati – ha detto la premier – e li trasformeremo in un provvedimento ad hoc, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso. Io non lo considero nessun pasticcio». 

Meno educatamente i quotidiani che fiancheggiano l’esecutivo hanno parlato di uno «sgambetto» fatto dal capo dello Stato e hanno esultato per la risposta di Meloni, considerata un modo per «rimpatriare» proprio Mattarella. Dove anche questo tono nei confronti della carica istituzionale che, sempre secondo la nostra Costituzione, «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87) dice molto sulla sensibilità democratica di chi lo usa.

Il governo, comunque, intende tirare dritto, come si è vantato di fare anche in occasione della riforma della giustizia. Con i risultati che si sono visti e che forse avrebbero dovuto indurre a una riflessione. Perché l’esito immediato della norma sugli avvocati è stato di ricompattarli con la magistratura, dopo le divisioni nel dibattito referendario e di convincere anche loro che davvero  si sta cercando di piegare il funzionamento della giustizia agli obiettivi della politica migratoria della maggioranza di destra.

Difficile prevedere come finirà. Ma resta la domanda a cui oggi gli italiani non possono sfuggire: quale  democrazia? Quella prevista dalla nostra Costituzione o quella  autoritaria di cui il regime di Orbán, apprezzatissimo da Meloni e appena caduto (dopo sedici anni), è stato un perfetto modello?

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