martedì, aprile 14, 2026

Il papa con le gomme a mescola dura


di GIANLUCA MERCURI 

L’anno scorso, dopo l’elezione di Leone XIV, Alberto Melloni aveva predetto, in una bella chiacchierata con la Rassegna, che il nuovo papa sarebbe stato l’anti Trump. Non certo per partito preso, per scelta politica: «Lo sarà oggettivamente», era stato il ragionamento del grande storico della Chiesa che i lettori del Corriere hanno la fortuna di conoscere bene. 

Di più: «Qualunque papa eletto in questi giorni sarebbe stato l’anti-Trump. Nessuno sarebbe arretrato di un millimetro di fronte alla sua offensiva. E sa perché? Perché la Chiesa cattolica ha tanti guasti e tanti mali, dalla corruzione alla pedofilia, ma non cederà mai sulla sua stessa ragione d’essere, l’unità della famiglia umana».


Ecco, professore: quasi un anno dopo può convenire agevolmente con sé stesso (Melloni ride). Ma si aspettava uno scontro così duro e aperto?

«Una risposta di Trump era prevedibile dopo il discorso di Prevost di sabato, che è stato potentissimo, uno dei discorsi sulla pace più incisivi e alti della storia del papato. Ma certo non era pensabile che Trump portasse il registro delle volgarità a un livello così alto, fino a insinuare di essere intervenuto sul Conclave per aiutare l’elezione del papa americano».


Della risposta di Leone cosa pensa?


«Che al papa l’attacco di Trump non facesse né caldo né freddo era scontato. Ma mi ha colpito la forza della risposta, il fatto che abbia citato Paolo, il primo capitolo della Lettera ai Romani, “io non mi vergogno del Vangelo”. Come dire: non crediate di smuovermi da qua, non riconosco il presidente come interlocutore, non ho paura di lui».


Una grande prova di forza?


«La prova che se la Chiesa si limita a dire parole di circostanze diventa un soggetto ragionevole in un mondo in cui tanti piccoli soggetti ragionevoli fanno a gara per assecondare il potere. Se invece la Chiesa fa il suo mestiere, che è il Vangelo, è in grado di cambiare gli equilibri. Ciò detto, Trump ha recato un enorme servizio al papa».


Quale?


«Ha unificato la Chiesa cattolica degli Stati Uniti, una Chiesa che sotto Bergoglio aveva ritenuto legittimo e utile far sentire tutte le sue voci una contro l’altra. Ma con Prevost, e maggior ragione con Prevost sotto attacco del presidente, riscopre il suo carattere molto papalino. Si era già visto poco prima della sortita di Trump, con i tre grandi cardinali in tv a 60 Minutes (la popolare trasmissione della Cbs in cui gli arcivescovi Tobin, McElroy e Cupich hanno condannato la guerra all’Iran e le pratiche repressive contro i migranti). Sullo sfondo, c’è un retroterra interno all’America che è sempre difficile inquadrare del tutto».


Quale?


«Si tratta della concorrenza tra evangelici e ultracattolici su chi è in grado di portare a Trump la benedizione che vuole, la legittimazione religiosa delle sue scelte politiche. Il fronte ultracattolico è guidato da JD Vance più che dal suo rivale Marco Rubio».


Vance si è subito accodato a Trump intimando al papa di «attenersi alle questioni morali».


«Lo ha fatto dopo essersi visto respingere ancora una volta la proposta carolingia che aveva fatto al papa. Carolingia in questo senso: Carlo Magno aveva offerto a Leone III protezione in cambio di una corona, Vance ha offerto a Prevost un accordo di questo genere: se voi siete meno duri nel condannare le nostre scelte sull’immigrazione, noi difendiamo con sempre più forza l’agenda anti woke che voi condividete, il no all’aborto, la difesa della famiglia tradizionale, il no ai matrimoni omosessuali».


Risposta di Prevost?


«Non ha neanche aperto la lettera che Vance gli ha consegnato sul tavolo della sua biblioteca, in Vaticano, con l’invito alle celebrazioni del 4 luglio per i 250 anni dell’indipendenza americana. E poi gli ha fatto sapere che il 4 luglio ha in programma la visita a Lampedusa. Come a dire che sulla difesa dei migranti non cede».


Quindi a questo punto prevarranno gli evangelici come crociati di Donald?


«Di certo si erano portati avanti al momento dell’insediamento di Trump, con la cerimonia dei pastori che recitavano la preghiera per il combattimento di Israele contro gli amaleciti e le fedi riunite in quello che padre Spataro ha chiamato l’ecumenismo dell’odio».


Difficile immaginare qualcosa di più lontano da Prevost.


«Infatti ha convinto i vescovi statunitensi a prendere posizioni esplicite a costo di scontentare l’Amministrazione. Da americano si è sganciato da qualsiasi condizionamento. Quello che intende fare lo ha fatto vedere anche con la scelta di Gabriele Caccia come nunzio negli Stati Uniti. Caccia ha esperienza all’Onu, in Libano, è un grande diplomatico, uno dei diplomatici più talentuosi che abbia avuto la Chiesa. Non è uno che dice buone parole in qualsiasi occasione. E’ uno che sa che il suo ruolo è quello di far capire che la visione universale della Chiesa di Roma è interesse di tutti, un interesse internazionale».


È d’accordo con chi sostiene che per certi versi il pontificato di Leone inizia con questo scontro con Trump?


«Per me è iniziato l’8 maggio dell’anno scorso, nello stile di quest’uomo schivo. Un uomo che ha le gomme a mescola dura, si direbbe in Formula 1».


Gomme che durano di più, che rendono nel tempo.


«Appunto. E poi non bisogna mai dimenticare che nella sua cultura, nella sua formazione c’è il noviziato, un anno di noviziato. Il novizio fa quello, si mette alla prova e se va male rinuncia. Ecco, se proprio vogliamo dare una data di inizio del pontificato diversa da quella dell’elezione, indicherei il 30 marzo, giorno della nomina di Paolo Rudelli a sostituto».


«Sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato», il numero 3 della gerarchia vaticana dopo il papa e il segretario di Stato.


«Direi il 2B: il segretario di Stato è il ministro dell’Interno e degli Esteri, il sostituto è il sottosegretario alla presidenza del papa. Vuol dire che è quello che va dal papa ogni dieci minuti, è il suo primo interlocutore, il capo della segreteria particolare. Come diceva Montini a Maritain, il sostituto ha la prerogativa di non rendere conto a nessuno di quello che fa, fa le cose che sa che il papa vuole ma che il papa deve poter dire di non sapere, come quando si davano soldi a Solidarnosc. Il sostituto gestisce fondi riservati».


E perché la scelta di Rudelli è così importante? 


«Perché è un bergamasco di buona esperienza perfetto per quel posto: un posto in cui non bisogna mediare su tutto, ma prendere le decisioni migliori».


Il 21 aprile cade l’anniversario della morte di Bergoglio. Se qualcuno temeva un confronto difficile per Prevost, lo scontro con Trump spazza via ogni timore.


«Anche secondo me. Rispetto a Francesco, nella Chiesa alcuni avevano complessi di inferiorità, altri rancori taciuti, altri tutti e due. Di certo non lui, il vescovino di Chicago scelto da Bergoglio per fare il prefetto del dicastero dei vescovi: la prova che Leone deve la sua ascesa a Francesco e alla mano di Dio che ha agito attraverso Francesco. D’altronde non c’è bisogno dello psicologo per notare le differenze tra i due: uno, uomo verticale che decide, showman; l’altro, uomo che ama ascoltare, che legge i discorsi, cosa che lo rende noiosissimo ma a lui piace».


Ma insomma, il peso del confronto non c’è.


«No, Francesco è morto e ci vorrà del tempo per fare l’inventario completo del suo pontificato, un pontificato doppio, di pulpito e di governo. Lo stile è cambiato senz’altro, ora c’è un papa che rispetta i capi dicastero, che “obbedisce” alla Curia. Col tempo si vedrà di più la sua mano perché ce n’è bisogno, nei prossimi mesi deve fare tante nomine, dalle sue prime porpore capiremo meglio tutto».


Intanto sta per uscire la sua prima enciclica. Cosa si aspetta?


«Non mi aspetto, come si sente dire, un’enciclica sull’intelligenza artificiale ma sulla dignità umana, sul tema dell’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, e quindi con riflessioni sull’AI ma soprattutto su politica, economia e guerra. Come tutte le prime encicliche avrà elementi programmatici chiave, ma come non c’è stata un’enciclica sulla macchina a vapore o sull’energia atomica non ci sarà un’enciclica sull’AI, Palantir e Peter Thiel».


Anche perché, se c’è l’Anticristo, in questi giorni si è visto con una certa nitidezza…


«Sì, si può dire neanche gli anticristi sono più quelli di una volta, prima erano più subdoli».


Scherzi a parte, come andrà a finire con Trump?


«Difficile dirlo, ma direi peggio di così no di sicuro, siamo al punto più basso da sempre nei rapporti tra Vaticano e Stati Uniti e non sarà facile uscirne. Ma paradossalmente, proprio queste follie di Trump consegnano il pallino nelle mani di papa Leone, che è totalmente arbitro. Potrebbe andare in America dopo il voto di novembre, a sorpresa. Di certo Prevost può diventare una sveglia per la società americana, può farla riflettere sulla capacità di Trump di cominciare guerre che non può vincere. Finora i repubblicani sembravano convinti che, qualsiasi cosa faccia, c’è un elettorato che lo capisce e si sintonizza con lui. Ora non so. In ogni caso, Trump gli ha unificato l’episcopato e non credo che i repubblicani prenderanno più il 58% del voto cattolico. E qualche milione di voti cattolici che si spostano fa la differenza».


IL PUNTO DEL CORRIERE DELLA SERA. La Rassegna, 14/4/2026

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