sabato, aprile 11, 2026

Marzia Sabella: «Binu non pareva Provenzano. Così vent’anni fa facemmo la storia»


Riccardo Arena 

Binnu o Binu?». Marzia Sabella non ha dubbi: «Io l’ho sempre sentito, nelle intercettazioni dei colloqui dei suoi uomini, nei commenti che facevano i fiancheggiatori, con una sola enne: Binu». Quattro lettere per indicare un fantasma, almeno così era considerato fino all’11 aprile 2006. 

Pochi mesi prima avevano pure fatto un film su Bernardo Provenzano, intitolato proprio così, Il fantasma di Corleone. La tesi di fondo, basata non si sa su cosa, era che il superboss, all’epoca latitante da 43 anni, fosse morto o comunque non contasse più niente, né in Cosa nostra né fuori. E immaginate la sofferenza del silenzio obbligato in cui dovevano rimanere gli inquirenti del gruppo di cui faceva parte l’allora giovanissima Sabella, che, sotto il coordinamento dell’aggiunto Giuseppe Pignatone, con l’altro sostituto Michele Prestipino, avevano agganciato gli uomini più vicini a Binu, grazie all’incessante lavoro dello Sco e della Squadra mobile, un gruppo che aveva la sua punta di diamante in Renato Cortese.

Il fantasma, loro lo sapevano, non era un fantasma. E la mattina di quell’11 aprile di vent’anni fa «Binu» si materializzò, sotto forma di una mano che uscì dal casolare di Montagna dei Cavalli, praticamente a casa sua.

«Quella mattina da quella contrada arrivò una richiesta secca a Giuseppe Pignatone, che era con noi in ufficio, a Palermo: “Dottore, che facciamo?”. Ne parlammo fra di noi, poi il nostro aggiunto ruppe gli indugi: “Entrate”, disse». Ed entrarono. In pochi minuti era tutto finito, il gruppo di poliziotti e di magistrati aveva fatto la storia. L’11 aprile 2006 era un martedì e nei due giorni precedenti si era votato: incredibilmente, i risultati delle politiche non avevano ancora chiarito bene chi avesse vinto (il centrosinistra). Improvvisa, arrivò pure la notizia che non ti aspetti, che nessuno si aspettava. Marzia Sabella era l’unica donna di quel pool, l’unica ancor oggi operativa, sia pure come consulente della commissione parlamentare di inchiesta sul rischio sismico e idrogeologico. È lei che racconta quel giorno che fu storia.

«Ci confrontammo fra di noi: io, Prestipino e Pignatone, nell’ufficio del più alto in grado. In quel periodo - ricorda Sabella - mancava il procuratore, Piero Grasso era andato a dirigere la Dna, dovevamo decidere noi se autorizzare l’irruzione o meno». Lei era sorella di un ex pm di Palermo, pure cacciatore di latitanti, Alfonso, che aveva fatto parte dei pool delle catture di gente come Bagarella, Brusca, Aglieri, Vito Vitale, Grigoli, Spatuzza. Ma non aveva preso Provenzano.

«Lo sa quanti buchi nell’acqua erano stati fatti? Arrivavano segnalazioni di ogni tipo, una volta era stato preso per sbaglio un uomo che somigliava agli identikit ed era il portinaio di un palazzo (di via Francesco Paolo Di Blasi, ndr). Cinque anni prima era stato dato l’ordine di intervenire a Mezzojuso: Provenzano era in zona, stava andando sul posto, vide il movimento e scappò. Prendemmo Benedetto Spera, ma non lui. Quell’indagine invece non era come le altre, sentivamo di avere preso la strada giusta».

Erano stati individuati i possibili fiancheggiatori, «movimenti strani, anomali. A Corleone, paese che era sempre monitorato da telecamere e microspie - dice ancora Marzia Sabella - la polizia aveva visto dei pacchi che uscivano da casa della compagna di Provenzano, Saveria Palazzolo, e dopo un giro da un’auto all’altra, da un cofano all’altro, prendevano una via che non riuscivamo a seguire. Fino a quando una delle auto coinvolte non prese la via di Montagna dei Cavalli. Non avevamo alcuna certezza che il latitante fosse lì. Staccammo anche telecamere e microspie, per il timore che, scoprendole, i suoi uomini si accorgessero di essere oggetto di attenzioni».

Brutto clima, all’epoca, in Procura. «Dopo che Pignatone disse di entrare, il telefono rimase muto a lungo. Nessuno ci comunicava niente. Tememmo l’ennesimo insuccesso. E invece poi squillò: “Preso, preso!”, sentimmo. Io scrissi a mio marito e gli scrissi solo “preso”. E lui: ma siete sicuri? Chiamammo Renato (Cortese, ndr): “Marzia, fidati!”». E poi? «In Procura c’erano le bande armate, ovviamente per modo di dire...». Per modo di dire ma non troppo. «Sì, però la cosa bella fu che vennero tutti, a congratularsi, anche i colleghi dei gruppi che ci osteggiavano. E furono complimenti sinceri, tutte le fazioni si riunirono e la pacificazione proseguì, perché Pignatone ebbe l’intelligenza strategica di distribuire a tutti i pizzini che avevamo trovato nel covo». Amici e guardati: si dissero tante cose, nel segno della dietrologia, le più gentili che si fosse consegnato o che fosse stato preso «a orologeria», a urne chiuse.

«L’estrema linearità di quella operazione fu documentata più volte e non è in discussione. Né Servizi né covi svuotati prima del nostro arrivo». Il brutto clima era segnato anche dalla presenza di talpe. Qualche anno prima erano stati presi due investigatori infedeli che facevano uscire informazioni riservatissime, anche su Binu. «E per questo eravamo più che riservati, non ci parlavamo mai al telefono, durante le riunioni spegnevamo i cellulari, usavamo pseudonimi per gli indagati, temevamo fughe di notizie».

Pignatone poi non diventò capo della Procura. «E andò via, come Prestipino. Io fui “impegnata” nel terzo dipartimento, che si occupava di truffe e reati finanziari».

Provenzano sembrò subito Provenzano? «No, pareva un vecchietto spaurito, timoroso. Il suo covo sì: c’era lui, c’era tutto quello che sapevamo dalle tante indagini su di lui. I pizzini, la macchina da scrivere, la Bibbia, i santini, la ricotta e la cicoria. Era operativo al cento per cento, non si aspettava di essere preso». Provenzano disse a Cortese, mentre lo catturava: non sapete cosa avete fatto. «Si riferiva al ruolo che ricopriva nell’organizzazione, che aveva fatto sommergere in attesa di tempi migliori, dopo le stragi. Era un mediatore: catturato Riina era rimasto solo e per tenere insieme Cosa nostra l’unica era la condivisione». Preso lui, catturato anche Messina Denaro, morti tutti e tre (Riina, Provenzano e l’ultimo latitante trapanese), oggi manca un capo dei capi. «L’ultimo capo vero era stato Provenzano, pur con i limiti che ho detto. Messina Denaro era stato più un capo di una provincia, una figura importante, l’ultimo stragista ma non il capo assoluto. Con Provenzano finì l’epoca dei patriarchi, l’era dei capi di origine corleonese Doc». Ora Cosa nostra ha più volte provato a trovare un nuovo capo. «Li abbiamo sempre fermati all’inizio, con diversi blitz, nel 2008 e nel 2018. Hanno bisogno di un vertice, eccome. Se non ce l’hanno sono costretti a trasformarsi, a “camorrizzarsi”: sparano indiscriminatamente, sono violenti, amano la musica neomelodica. Però non hanno meno soldi». E come fanno? «Sono tornati all’antico, al traffico di stupefacenti, molto lucroso. Coinvolgono interi quartieri e hanno potere economico e militare».

Riccardo Arena

GdS, 11 aprile 2026

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