
Ignazio La Russa, 78 anni, presidente del Senato e cofondatore di FdI
| DI GIOVANNA VITALE |
Ci riprova, Ignazio La Russa. Non è la prima volta che, a ridosso del 25 aprile, il presidente del Senato si lancia in una spericolata equiparazione tra i resistenti che morirono per liberare l'Italia e chi aderì alla Repubblica sociale istituita da Mussolini nel settembre ‘43.
«Quando ero ministro della Difesa», ha rivendicato la seconda carica dello Stato in visita al Salone del mobile, «nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio ai partigiani, al monumento che c'è al cimitero di Milano: poi andavo al Campo 10, dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Rsi». Un gesto «di pacificazione» celebrato «in forma privata», che «almeno quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa», la chiosa. Coronata da un deciso: «E lo rifarei».
Come se fosse possibile cancellare il tributo di sangue versato soprattutto da una parte sola. Dimenticare i nomi dei carnefici tumulati in quel sepolcreto: militari della X Mas, il reparto d'assalto della Marina comandato da Junio Valerio Borghese che, dopo l'8 settembre, ne fece una formazione autonoma per continuare a combattere al fianco del Terzo reich; Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare e segretario del partito fascista dopo l'adesione a Salò, fondatore delle Brigate nere, votate alla lotta contro la Resistenza; torturatori della banda Koch.
Revisionismo intollerabile per le opposizioni, decise a smascherare il tentativo di «riscrivere la Storia» da parte di chi rappresenta una delle massime istituzioni italiane, nate proprio dalla lotta di Liberazione. Di «dichiarazioni gravi e inaccettabili» parla a caldo il dem Federico Fornaro: «Non esiste alcuna "pacificazione" possibile che passi per l'equiparazione tra partigiani e repubblichini. Una forzatura che offende la memoria della Resistenza e tradisce i valori su cui si fonda la nostra Repubblica». I partigiani hanno infatti «combattuto per la libertà, la democrazia e la dignità del Paese; i militanti della Rsi hanno scelto di stare con un regime complice del nazismo, autori di repressioni, violenze e della persecuzione degli ebrei». Indignato anche Sandro Ruotolo, responsabile Memoria nella segreteria Schlein: «Forse non è chiaro alla seconda carica dello Stato che il 25 aprile non è una ricorrenza neutra. È il giorno in cui l'Italia ha sconfitto il nazifascismo, la radice della nostra Costituzione». Perciò, insiste, «non si può neanche lontanamente accostare la memoria della Resistenza a quella dei caduti della Rsi». E se il senatore pd Dario Parrini punta il dito contro «l'ambiguità di La Russa», il 25 aprile è infatti «la festa dell'antifascismo, dei valori in cui lui per primo dovrebbe riconoscersi», per il leader 5S Giuseppe Conte «i vecchi amori non finiscono mai, i rigurgiti fascisti ritornano». Furioso Nicola Fratoianni, che in un breve video si rivolge direttamente al cofondatore di FdI: «È il solito ritornello fascista. Ma lo hai capito che se fai il presidente del Senato, se puoi dire quel che pensi è grazie ai partigiani caduti per cacciare i nazifascisti, alleati di quei morti di Salò a cui tu vuoi portare una corona? Non sono la stessa cosa», tuona il leader Avs. «E non c'entra nulla la pacificazione, c'entra la capacità di riconoscere tra chi ci ha liberato dall'oppressione e chi ci opprimeva».
la Repubblica, 22 aprile 2026
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