martedì, aprile 07, 2026

Aleida Guevara, figlia del Che: «I nostri errori? Non sarà Trump a correggerli, lo faranno i cubani. Pronti a morire per la rivoluzione»

Aleida Guevara (L'Avana, 1960)

Ernesto Che Guevara
Aleida Guevara, nata a L'Avana nel 1960, è la figlia di Ernesto "Che" Guevara



di Mariangela Paone

Il volto di Ernesto "Che" Guevara è un'icona universale, eppure sua figlia non riesce a ricordarlo. Aleida Guevara (L'Avana, 1960) aveva quattro anni e mezzo quando suo padre partì per il Congo. Non lo vide praticamente più. Dopo la missione africana, il guerrigliero argentino andò in Bolivia, dove fu ucciso nel 1967. Quando le si chiede che immagine ne conserva, lo sguardo si perde per qualche istante: «Vedo un uomo grande, vestito di verde oliva ma il volto non lo ricordo, devo ricorrere alle foto».

La figlia del Che riceve Domani in quella che fu la loro casa all'Avana e oggi è il Centro studi Che Guevara. Lo fa nei giorni in cui Cuba vive una crisi gravissima, un'asfissia economica quasi totale, dopo la nuova stretta all'embargo decisa dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ma, da fervente difensora de la revolución , nega che qui possa succedere quello che è avvenuto in Venezuela, con un cambio de facto di governo.

Portare il suo cognome qui non era poca cosa.

La popolazione cubana si divide in tre gruppi. Il primo dice: sono i figli del Che, dobbiamo farli vivere bene. Il secondo dice: sono i figli del Che e bisogna far sì che siano bravi uomini e brave donne. Il terzo gruppo, purtroppo il più ridotto, che pensa: sono i figli del Che ma sono cubani come gli altri. Ma abbiamo avuto mia madre: ha sempre tenuto sotto controllo la situazione mostrando che eravamo come gli altri bambini cubani e come tali dovevamo vivere.

Lei è pediatra, medico come suo padre. Che significa per lei vedere la situazione in cui versa la sanità cubana?

La situazione è così da anni. Adesso con questo pazzo al governo è peggiorata. Ma è stato sempre duro. Ricordo di stare in una sala con bambini malati di leucemia e siamo riusciti a comprare il farmaco per la malattia ma non quello per gli effetti collaterali. Avevamo 30 bambini che vomitavano e niente per aiutarli. Ora manca petrolio e illuminazione. A volte devi operare in situazioni da campo, con la luce del telefono. Mancano i farmaci, è tremendo. 

Quando era ministro dell'Industria, suo padre scrisse: «Quello che mi piace di meno è la nostra mancanza di coraggio talvolta per affrontare certe realtà, a volte economiche e a volte politiche». Che penserebbe ora?

All'epoca mio padre fece un viaggio in Giappone. Disse: «Il Giappone ha un terzo della terra fertile di Cuba e produce sessanta volte di più». Bisogna imparare a produrre e noi non l'abbiamo ancora fatto. Abbiamo avuto sempre molte difficoltà per coltivare e ottenere il massimo dal territorio. Ci rimane un grande cammino da fare nell'innovazione in agricoltura.

Come può essere che 60 anni dopo non ci sia stato un cambiamento del sistema produttivo?

Cuba era il primo produttore di zucchero quando era una neocolonia degli Stati Uniti. Poi dopo l'embargo dovevamo essere capaci di diversificare, ma bisognava iniziare da zero. E abbiamo avuto un altro problema: con il trionfo della rivoluzione a tutti è stato dato il diritto di studiare e i contadini volevano che i figli fossero medici, ingegneri... Ci fu un esodo dell'80 per cento della popolazione e l'abbandono dei campi. All'epoca però commerciavamo ciò che producevamo – zucchero, tabacco, agrumi – con il mondo socialista in cambio di quello che non avevamo. Poi quel mondo è scomparso e Cuba è rimasta senza produzioni. Pensa a che cosa succederebbe a voi se l'Ue sparisse. È lo stesso problema, perché dipendete da altri paesi per produrre altre cose.

Una breccia nell'embargo è stata la relazione con il Venezuela. Ora che avete perso quell'ancora di salvataggio, che cosa resta?

Il Venezuela è stato un aiuto straordinario. Ma con o senza Venezuela, Cuba rimane Cuba. Abbiamo vissuto per anni senza il Venezuela e possiamo tornare a farlo. Speriamo di no e che lo Stato venezuelano recuperi la sua forza e si possa tornare ad avere la relazione che avevamo. 

Lei sa che c'è chi parla di uno scenario venezuelano anche per Cuba.

Siamo una rivoluzione socialista, costruita fin dall'inizio da un esercito di popolo. In Venezuela c'è stato un processo elettorale: arriva al potere un uomo con capacità di leadership per cercare di fare qualcosa di buono per il suo popolo e deve iniziare a lottare contro tutti, anche i mezzi di comunicazione che erano e sono nelle mani della borghesia nazionale. Cuba ha avuto il tempo di perfezionare il popolo. Io sono preparata militarmente, tutti gli universitari cubani hanno fatto pratica militare. Ci sarà chi si tirerà indietro, ma molti siamo decisi a morire per la rivoluzione. Qui c'è un'unità di popolo straordinaria, in Venezuela non si è raggiunto il nostro livello.

Ma in questi giorni abbiamo visto molta stanchezza nella popolazione...

Come ti sentiresti in questa situazione? Pensa come una persona, non come una giornalista!

Proprio perché penso come una persona, le chiedo: un popolo in questo stato di esasperazione e penuria, come potrebbe prendere le armi, come dice, se ce ne fosse bisogno?

Perché abbiamo una cosa molto importante: la dignità. Quando hai imparato a vivere con questa dignità, nessuno ti fa abbassare la testa di nuovo. Che credi che succeda nella maggioranza del popolo cubano quando questo energumeno dice stupidaggini su Cuba? Perfino la gente che sta a Miami dice: «Aspetta un attimo, così no». Solo i più persi possono volere che il proprio popolo si asfissi così. 

Suo padre non risparmiava critiche. Non tutto è andato bene vedendo come stanno le cose...

La rivoluzione è fatta da uomini e donne, tutti i giorni commettiamo errori. Ma gli unici che possono risolverli siamo noi. Non permettiamo che qualcuno da fuori venga a dirci che cosa dobbiamo fare. È praticamente uno dei pochi paesi socialisti che resta. Dobbiamo inventarci cose per andare avanti, certo che sbagliamo e bisogna rettificare. Era ciò che diceva mio padre: a volte si commettono errori ed è difficile riconoscerli.

Molte persone che abbiamo incontrato all'Avana hanno paura di parlare. Tra gli errori c'è anche non permettere una libertà di espressione piena?

Qui c'è libertà di espressione piena. Chi ti dice il contrario ti sta manipolando.

In questo paese ci sono anche giornalisti in carcere.

No, i giornalisti arrestati sono al servizio degli Stati Uniti. Dì quello che ti pare e fai quello che vuoi, ma devi rispettare la sovranità di questo paese. Se diventi una spia, se dai informazioni su un'impresa che poi viene sanzionata... Quelli che davano queste informazioni sono in carcere, sì, perché traditori e venduti. Non sono incarcerati per aver detto la verità ma per aver fatto un danno al popolo.

C'è stato un momento in cui le sarebbe piaciuto non essere la figlia del Che?

Mai. Sono molto orgogliosa di mio padre. Dico sempre che sono un "accidente genetico": mi è toccato l'onore di essere figlia di un uomo e di una donna straordinari ma questo non ti dà né ti toglie come essere umano. Sono la figlia di un uomo e una donna che si amavano straordinariamente e questo è quello ti fa sentire pieno come essere umano. Il resto è secondario.

Mariangela Paone

Domani.it, 7 aprile 2026


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