venerdì, aprile 10, 2026

Vent’anni fa la cattura di Provenzano, la svolta che segnò un’epoca

Bernardo Provenzano il giorno dell'arresto

Il casolare della cattura 
di 
LIRIO ABBATE

La pm Marzia Sabella, che insieme al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e al sostituto Michele Prestipino coordinava l’inchiesta: «Entrando nel casolare fu come trovare la materializzazione del nostro fascicolo d’indagine. C’era tutto quello che avevamo ricostruito minuziosamente in quei quattro anni di lavoro»

Vent’anni dopo, quel casolare a Montagna dei Cavalli a Corleone, non è solo un luogo. È la fine della latitanza di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra rimasto invisibile per 43 anni. Quando gli uomini della polizia di Stato entrano, quella invisibilità si rompe dentro una stanza che è l’ufficio del boss che custodisce pure un archivio che racconta tutto. La pm Marzia Sabella, che insieme al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e al sostituto Michele Prestipino coordinava l’inchiesta, lo racconta partendo da lì: «Entrando nel casolare fu come trovare la materializzazione del nostro fascicolo d’indagine. C’era tutto quello che avevamo ricostruito minuziosamente in quei quattro anni di lavoro».


Un lavoro paziente

Non è una scoperta improvvisa, ma la conferma di un lavoro paziente. E lì dentro gli oggetti parlano da soli: «La cicoria, il miele, la Bibbia, la macchina da scrivere e centinaia di pizzini». È il mondo di “Binu” Provenzano, ricomposto davanti agli occhi di chi lo ha inseguito per anni. E poi c’è l’uomo, non quello immaginato, non il capo invisibile che aveva attraversato più di mezzo secolo di storia criminale senza mai farsi prendere. «Vidi, invece, un uomo che non mi restituiva l’immagine del capo in carica di Cosa nostra a cui tante volte avevo pensato», dice Sabella. «Una faccia troppo spaventata per lo sgomento di vedere, dopo quarant’anni, così tanta gente in una sola volta e, soprattutto, di avere lasciato improvvidamente un archivio di biglietti che consegnavano alla magistratura la mappa aggiornata dei capimafia siciliani e degli affari più importanti».


Un successo dello Stato

In quella stanza si consuma una frattura: tra il potere costruito nel silenzio e la fragilità che emerge all’improvviso. Prima la frase, «voi non sapete cosa state facendo», poi la richiesta quasi timida di recuperare i farmaci. Due registri che si sovrappongono e non si ricompongono più. «La dicotomia proseguì con le perquisizioni, dove rovistavamo tra utensili rozzi e costosi maglioni di cachemire», ricorda Sabella, la quale continuò negli anni seguenti con i suoi colleghi ad indagare su quanto trovato nel covo. Quella mattina dell’11 aprile 2006, mentre l’Italia è sospesa nel testa a testa elettorale tra Berlusconi e Prodi, Provenzano smette di essere un’ombra. Ma soprattutto diventa un risultato che arriva da lontano, come afferma Giuseppe Pignatone: «Per me, per Michele Prestipino e Marzia Sabella, per i poliziotti guidati da Renato Cortese la cattura di Provenzano è stata una soddisfazione enorme, frutto di anni di lavoro, di sacrifici e anche di fallimenti, nostri e di tanti altri prima di noi». Non c’è solo il successo finale, ma il percorso che lo rende possibile. «Un grande successo dello Stato» ribatte Pignatone che aggiunge: «e la dimostrazione, con i fatti, che non c’erano intoccabili». È questo il punto che segna la differenza. Non solo aver preso il capo di Cosa nostra, ma aver dimostrato che poteva essere preso. E in quella stessa giornata si affaccia anche un’altra consapevolezza di cui parla il procuratore: «La speranza, almeno in parte realizzatasi, che quell’arresto segnasse un momento importante per il contrasto alla mafia non solo per le indagini e i processi, ma per tutta la società siciliana». Non è un effetto immediato, ma un cambio di prospettiva. Il poliziotto Renato Cortese, che quella caccia l’ha guidata per anni, tiene insieme l’attesa e il rischio di sbagliare ancora. Subito dopo il blitz disse: «Io ed i miei uomini eravamo certi che si nascondesse lì ma avevamo anche paura di fallire come tante altre volte». È una frase che restituisce il peso di ogni tentativo precedente, delle piste interrotte, degli errori possibili.


Il cambio di prospettiva

Poi l’incontro diretto: «Quando me lo sono visto davanti, anche se l’ultima foto segnaletica risaliva al 1966, era come se lo conoscessi da tempo». Quel riconoscimento nasce da anni di studio. E dentro quel casolare, aggiunge, «è stato come riaprire i cassetti degli anni delle attività investigative: in qualche modo c’era la sintesi di otto anni di indagini». È lì che l’arresto cambia significato. Non è solo la fine della latitanza, ma l’inizio di un’altra stagione investigativa. Marzia Sabella lo racconta senza lasciare spazio alla retorica: «La cattura segnò la fine di un’indagine ma anche l’apertura di tante altre inchieste in cui ogni parola di quei pizzini divenne una sentenza di condanna». Non c’è pausa, non c’è tempo per celebrare davvero, e la pm ricorda: «Anche i nostri festeggiamenti dell’11 aprile 2006 furono a metà: lo spumante lasciato ad ossidarsi nei bicchieri di carta appoggiati sulle scrivanie di un vecchio commissariato dove, fino all’alba, cercammo in quei pizzini ordini e progetti che non potevano attendere il tempo di un brindisi».Quell’arresto segna una rottura che va oltre la figura del boss. Non cancella Cosa nostra, ma ne interrompe la continuità. La leadership corleonese perde il suo punto di equilibrio, quella capacità di orientare strategie e conflitti che aveva segnato decenni di storia. Marzia Sabella lo sintetizza con una formula netta: dopo Provenzano e Riina «Cosa nostra si è rimessa a figure di second’ordine, non più vestali di un’entità storica e potente, ma dozzinali amministratori di condominio».Eppure, fino alla fine, “Binu” resta «iddu, lui, il capo». Per il procuratore Pignatone l’arresto del boss: «Ha segnato la fine di Cosa nostra corleonese, la mafia delle stragi e dell’attacco allo Stato, responsabile di centinaia di omicidi, tra cui quelli di tanti, troppi, uomini delle istituzioni». Vent’anni dopo, quel casolare resta il punto in cui si è chiuso un ciclo. Non perché la mafia sia finita, ma perché è cambiata. In quella stanza, tra oggetti poveri e tracce di un potere silenzioso, lo Stato ha dimostrato di poter arrivare fino in fondo. E chi c’era lo racconta ancora oggi senza bisogno di aggiungere altro, lasciando che siano le loro parole a restituire il peso di quel momento.

La Repubblica, 11 aprile 2026

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