lunedì, aprile 13, 2026

Dopo l’infortunio mortale sul lavoro a Palermo. “È una tragedia che si ripete da secoli”: intervista allo storico Michelangelo Ingrassia


M. Ingrassia 
Altri due lavoratori morti a Palermo, per il cedimento strutturale di una gru. Le indagini della Procura e dello Spresal dell’Asp sono in corso ed emergono già delle irregolarità. Le vittime, a quanto pare, non risultavano iscritte alla Cassa Edile né all’Edilcassa ed è in corso di accertamento l’esistenza di un regolare contratto tra il committente, proprietario dell’appartamento dove si stavano eseguendo i lavori, e la ditta coinvolta. 

È l’ennesimo episodio di una lunga scia di sangue che quotidianamente scorre nei luoghi di lavoro. Un fenomeno che non accenna a placarsi nonostante l’evoluzione normativa e tecnologica che dovrebbero garantire la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori. Ne parliamo con Michelangelo Ingrassia (Nella foto), docente di Storia delle Istituzioni Educative Contemporanee dell’Università di Palermo, membro e già Presidente del Comitato Consultivo Provinciale presso l’Inail di Palermo, autore di una ricerca storica sulla questione della salute e sicurezza dei lavoratori in Italia

dall’Unificazione nazionale a oggi, pubblicata proprio in questi giorni dalla Fondazione Argentina Altobelli Ets, alla quale è possibile richiedere il libro.

Iniziamo dall’incidente mortale di Palermo: un dramma che si ripete?

Mi lasci ricordare, prima di tutto, che le ultime rilevazioni Inail pubblicate il 7 aprile e relative al periodo gennaio-febbraio 2026 segnalano nella provincia di Palermo quattro denunce d’infortunio mortale; nello stesso bimestre del 2025, invece, le denunce erano soltanto una. Se guardiamo al dato regionale, i lavoratori morti in Sicilia nel bimestre gennaio-febbraio 2026 sono dieci; erano stati cinque nello stesso periodo del 2025. Questo è il contesto oggi: in queste poche righe che i lettori leggeranno sono morte sul lavoro quindici persone, che hanno lasciato amici ed affetti familiari.

Per tornare alla sua domanda, quello di via Marturano sì è un dramma che si ripete e possiamo definirlo un caso di reiterazione storica perché i fatti sono simili a quelli di altri innumerevoli eventi accaduti nel passato remoto e prossimo. Le dinamiche si somigliano: le cadute dall’alto, in questo caso per il cedimento strutturale della gru; a Napoli, lo scorso anno, tre lavoratori morti per il cedimento, nel ponteggio mobile, del braccio di un traliccio che ha fatto ribaltare la cabina del montacarichi; a Roma, nella Torre dei Conti, sempre nello scorso anno, un lavoratore morto per il cedimento di una parte della Torre in cui si stavano eseguendo i lavori. Tre casi, in tre luoghi, momenti e contesti diversi ma con una trama identica ossia la caduta dall’alto a causa di un crollo: della struttura in cui si stanno eseguendo i lavori o dei mezzi in cui si sta lavorando. Sono dinamiche che, guardando al passato remoto, ritroviamo per esempio nel 1889 a Milano con il disastro di Porta Vittoria: undici lavoratori morti per il crollo di un edificio in costruzione. La differenza tra passato e presente sta nell’evoluzione normativa e tecnologica nel frattempo intervenuta e che però, a quanto pare, è servita non ad eliminare il rischio ma a ridimensionarlo. Le persone però, perché dentro gli abiti del lavoratore c’è la persona, le persone continuano a non tornare a casa perché muoiono sul lavoro.

Non è azzardato confrontare gli infortuni di oggi con quelli accaduti ben due secoli fa?

Mi chiederei anche se non possa invece essere considerato “scientifico” confrontare storicamente le dinamiche del passato con quelle attuali. Nel mio libro, parafrasando Luciano Canfora, scrivo che studiare la storia serve a chiarirsi le idee nel presente. Oggi, per esempio, per rafforzare la prevenzione si studiano i near miss, i quasi infortuni, cioè accadimenti sul lavoro che pur non avendo causato danni alle persone e alle cose, avrebbero potuto provocarli se le circostanze fossero state diverse. Si indaga dunque al presente, sulle cause che hanno fatto scivolare un operaio ma che non lo hanno fatto cadere. È una buona e utile pratica prevenire le cause di scivolamento di un operaio ma non è risolutiva; tanto e vero che uno studio dell’Euosha dimostra che attraverso la segnalazione e lo studio dei near miss i casi di infortunio si riducono ma questo non significa che si eliminino. Se invece confrontiamo il presente con il passato, vengono fuori le reiterazioni storiche, le repliche del “già accaduto”. Da questo punto di vista qual è il denominatore comune tra incidenti sul lavoro del passato e quelli del presente? La fretta nell’eseguire il lavoro, la riduzione dei costi per aumentare il profitto. A Roma, l’anno scorso, i lavori seguivano una tabella di marcia in competizione con i fondi del PNRR che sarebbero andati persi se i lavori non fossero stati conclusi entro un certo termine di tempo; a Palermo la gru era stata noleggiata ma da quanto tempo era stata già usata e quante volte ne era stata fatta la manutenzione? A Milano, nel 1889, dopo il disastro di Porta Vittoria, gli operai edili scesero in sciopero denunciando la fretta e le condizioni con cui erano costretti ad eseguire i lavori. Intendo dire che la storia tenta di spiegarci che la fonte principale dei rischi sta nell’organizzazione del lavoro e che se i rischi si devono eliminare, bisogna intervenire nell’organizzazione del lavoro: il tipo e lo stato di operatività di macchinari e strumenti, quale tempo di esecuzione e consegna di un lavoro, il rapporto tra lavoro da eseguire e numero di lavoratori necessari per l’esecuzione, la distribuzione del carico di lavoro in termini di orario  e compagine lavorativa. Ad ogni infortunio mortale le proteste e le indignazioni si fermano a quello che sembra ormai uno slogan: occorre più prevenzione, più informazione, più formazione, più cultura della sicurezza. Nessuno, tranne il Sindacato, considera invece l’organizzazione del lavoro, che è la fonte primaria dei rischi ed è dunque qui che bisogna intervenire.

Nel tuo libro, dunque, ti sarai soffermato sulla questione dell’organizzazione del lavoro?

Certamente ed anzi è la questione centrale emersa dai centocinquanta anni di storia della salute e sicurezza sul lavoro che ho provato a ricostruire e raccontare. Lo denunciava Carlo Cattaneo nel 1839, Mazzini nel 1842, De Amicis che già nel 1891 anticipava addirittura il dramma oggi attualissimo del benessere psichico dei lavoratori; Argentina Altobelli a proposito dei braccianti, da Segretaria Generale della Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra nel primo Novecento e fino al fascismo. Ancora nel 2000 CGIL CISL UIL denunciavano unitariamente che la questione della protezione fisica e psichica dei lavoratori risiedeva nell’organizzazione del lavoro, che i fattori di rischio provenivano dalla qualità della lavorazione, che il comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori era una conseguenza della qualità della lavorazione e che questa dipendeva dal modo in cui si intende raggiungere il profitto. Il documento è riportato in appendice insieme ad altri documenti sindacali.

Divulgare più cultura della sicurezza è pero necessario?

Fondamentale, direi, però bisogna stabilire cosa intendiamo per cultura della sicurezza. La cultura della sicurezza sul lavoro di oggi è viziata; si basa sulla teoria della predisposizione al rischio del lavoratore, una teoria che si è affermata in tutta Europa alla fine degli anni Novanta del Novecento e che sta alla base delle forme di prevenzione oggi prevalenti: la secondaria, che si propone di aiutare i lavoratori a gestire il rischio; e la terziaria, che opera per ridurre i danni dovuti ai rischi che non si sono gestiti. Bisogna invece cambiare modello culturale e tornare alla teoria della predisposizione al rischio dell’organizzazione del lavoro, che negli anni Settanta del Novecento determinò, grazie alle lotte sindacali, l’unico momento nella Storia in cui gli infortuni mortali furono in costante e rapida diminuzione. Non a caso nel libro ricordo la Confederazione Europea dei Sindacati da tempo ormai denuncia che la prevenzione primaria, che agisce per eliminare il rischio, è perennemente disattesa e che occorre ristabilire un equilibrio fra le tre forme di prevenzione a vantaggio della prevenzione primaria. Ecco, questa è la cultura della sicurezza oggi decisiva e da riproporre. Il fatto è che bisognerebbe impegnarsi per il controllo diretto dei lavoratori sull’organizzazione del lavoro, come prevede il vigente articolo 9 dello Statuto dei lavoratori, perché il rappresentante dei lavoratori, solo e privo di poteri reali, non basta più.

L’ultima domanda riguarda il titolo del tuo libro: è possibile non ricordare? Hai trovato una risposta in chiave siciliana a questa domanda?

Premetto che il titolo è stato proposto dalla Fondazione Argentina Altobelli Ets che ha pubblicato il volume, così come la copertina, nella quale una mano impugna e distrugge le bare riservate ai lavoratori. Ho volentieri accettato titolo e copertina suggeriti dal prof. Luigi Rossi, che ha curato la parte iconografica del volume, perché fortemente espressivi di una situazione e di una domanda che ci riconduce all’importanza della storia nell’approccio alla questione. Una risposta in chiave siciliana? È possibile non ricordare quel lavoratore siciliano che nel 1929, durante il fascismo, reagisce con coraggio a un reportage politicamente corretto di alcuni giornalisti di regime sul lavoro nelle miniere? Per i giornalisti andava tutto bene. Il sindacalista riesce a far pubblicare sul giornale “Il Lavoro fascista” una lettera nella quale, dopo avere ricordato i sette lavoratori morti sul lavoro in un incidente accaduto nel 1928, denuncia che fino a quando non saranno forniti i mezzi necessari ed efficienti per lavorare, gli infortuni continueranno. L’episodio è stato raccontato da Gaetano Salvemini, che non riporta il nome del lavoratore. Ancora una volta, però, la questione stava nell’organizzazione del lavoro.


EsperoNews, 13/4/2026

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