Con il suo magnifico libro “Le tante vite di un sogno incompiuto-Rifessionni autobiografiche” (Navarra Editore), Giuseppe Pippo Oddo ci offre finalmente e maestosamente la chiave di lettura di un'opera davvero originale e quella di una vita piena di impegni.
O, più precisamente, ci dà finalmente le varie chiavi di lettura di un uomo singolare le cui sfaccettature sono molteplici, variegate, abbondanti, multicardiche, esitanti, contrastate e talvolta confuse. Ma il lettore scoprirà inevitabilmente anche un filo conduttore, rosso ovviamente, che tiene insieme tutta questa vita, tutte queste vite che portano il segno indelebile di una fedeltà esemplare a un ideale di fraternità umana e di emancipazione economica e sociale.
* Membro onorario dell'Assemblea nazionale; Già professore associato presso l'Ecole Normale Supérieure de Paris
Come spesso accade con gli esseri umani, il futuro del giovane Pippo viene da lontano, da un passato sepolto da generazioni di piccoli uomini, schiacciati dagli eterni predatori che, qualunque nome gli venga dato nel corso dei secoli, sono sempre lì, ancora e ancora, di cui possiamo liberarci solo per vederli rifiorire in un'altra forma e con altri nomi. Ma questo piccolo popolo, come generazioni di Sisifo, non si stanca mai, non si stancherà mai di assumere i propri impegni, di conservare la speranza e la forza che esso infonde. Ecco perché i legami familiari che Pippo ci descrive con tanto calore sono così importanti e così toccanti da leggere. È il caso dal bisnonno garibaldino al padre comunista. Ma anche,
soprattutto, la madre che è sempre lì per evitare o comunque alleviare le sofferenze che gli uomini fin dalla notte dei tempi amano infliggersi l'un l'altro.
Da qui il simpatico aneddoto in cui il giovanissimo Pippo, adolescente già in guerra contro l'ingiustizia, si rifiuta di pagare il biglietto dell'autobus che collega Villafrati, centro del mondo, a Palermo, fino a
quando si ottiene lo sconto che prima era concesso al viaggio in treno ora abolito. I carabinieri intervengono, l'autobus viene immobilizzato, la vicenda può finire male, ma è la madre che paga discretamente per il figlio e anche per l'amico che Pippo ha intrapreso in questa prima azione di
resistenza. Certo, ci rideremo sopra, ma per Pippo resterà nei registri dei Carabinieri, che non dimenticano mai nulla e lo ricorderanno più tardi, la menzione di un "pericoloso socialista" che lo seguirà per tutta la vita. Qualche anno prima, questo gli sarebbe valso una dura persecuzione da parte
dei fascisti. Ma la Repubblica c'è ora e, nonostante tutte le sue debolezze e ambiguità, è il risultato della Resistenza e della lotta contro i nazifascisti. E a Villafrati la maggioranza scelse la Repubblica mentre il resto dell'isola volle mantenere la monarchia, anche se screditata. Questo naturalmente conferisce ai suoi eredi alcuni diritti ma soprattutto doveri.
Era quindi necessario per Pippo assumere la sua parte di questo patrimonio in Italia, che stava cambiando così tanto nel secondo dopoguerra. Il sindacalismo sarebbe stato sia il quadro che lo strumento della sua azione di uomo. E non un sindacalismo qualsiasi: quello dei braccianti, su cui
poggia ancora la principale forza economica dell'isola. Coloro che, dopo secoli di sfruttamento da parte dell'aristocrazia e della Chiesa, entrambi particolarmente gretti e odiosi, avevano finalmente riportato
un'immensa vittoria alla Liberazione con la nazionalizzazione dei latifondi e la ridistribuzione della terra a coloro che ne erano stati espropriati per tutta l'eternità. Naturalmente, la loro delusione sarebbe
stata commisurata alle loro speranze. Ma nel frattempo, per essere efficace, bisognava organizzare la loro rivolta contro le nuove forme di sfruttamento capitalistico, che doveva essere il compito storico della loro unione.
Non potremo quindi mai salutare abbastanza il coraggio che ci è voluto a questi contadini senza terra, a questi braccianti, per riuscire collettivamente ad imporsi nonostante un contesto ideologico che, a sinistra, non riusciva ancora a considerare le lotte contadine come qualcosa di diverso dal residuo di un mondo destinato a scomparire. Un'azione di retroguardia che i grandi "intellettuali" volevano ignorare o, nel migliore dei casi, guardare con condiscendenza: questi poveri contadini, asserviti alle pratiche clientelari dei notabili locali, tenuti con il pugno di ferro da una parte dalla Democrazia Cristiana e dalla sua staffetta, la Chiesa cattolica che arrivò a rifiutare il battesimo ai figli delle "teste forti" dei comunisti e dei socialisti, e dall'altra dalla mafia al servizio dei primi, che lasciava poca scelta tra la sottomissione e la morte.Al contrario, nell'epoca moderna, le lotte contadine rimasero essenziali, come già Engels aveva analizzato così bene nel suo libro “La guerra dei contadini”, la guerra che si svolse all'inizio del XVI secolo all'interno del Sacro Impero romano germanico e che fu mascherata dalla disputa religiosa tra cattolici e protestanti, ma le cui sorgenti profonde furono proprio quelle dei rapporti di sfruttamento con la terra. Più vicino a casa, anche Carlo Levi aveva capito l'importanza di queste lotte contadine da cui nutriva grandi aspettative. È quello che raccontava ne “Le mille patrie” ma anche ne “Le parole sono pietre” e “Tutto il miele è finito”, libri in cui non smetteva mai di riflettere sul perché, sul come della miseria contadina e sui motivi del fallimento della riforma agraria. Come quelli di Pippo Oddo in seguito, i libri di Carlo Levi non erano scritti politici nel senso classico, tradizionale e accademico del termine, ma ritratti di uomini e donne che ci hanno consegnato una tragedia attraverso i loro tormenti. In Sicilia, con le sue figure di emigranti di ritorno, ci ha comunicato le sofferenze e i sogni degli abitanti che si
strappavano dalle loro terre per fuggire dalla miseria, a cui si aggiungevano le immagini fugaci dei banditi. È a questi che Pippo Oddo si dedicherebbe senza condiscendenza, cioè senza l'orgoglio accademico che troppo spesso ha sostituito l'antico orgoglio della nobiltà. Così come oggi alcuni sanno confondere abilmente l'autonomia speciale con le concessioni feudali, e il progresso con il saccheggio delle risorse.
Ma non si potrà mai salutare abbastanza il coraggio che ci volle per resistere, individualmente e collettivamente, in un contesto politico ed economico già pesante, al nuovo attore creato ex novo qualche decennio prima dall'aristocrazia terriera siciliana alla ricerca di milizie private per regnare l'ordine attraverso il terrore nei suoi immensi domini. Una mafia agro-pastorale che, proprio nel dopoguerra, iniziò ad emanciparsi e infine si impose ai suoi sponsor. L'elenco è lungo, e la sua lettura
terrificante, di tutti quei sindacalisti, socialisti e comunisti, assassinati per aver coraggiosamente resistito a questa nuova e singolare forma di oppressione predatoria.
Ecco perché l'impegno sindacale e l'attivismo politico erano allora intrinsecamente e inevitabilmente
legati, inscindibili, come facce della stessa medaglia.
Il libro di Pippo Oddo getta una luce violenta su questo fenomeno perché l'autore incarna personalmente questa dualità, a differenza di chi, appartenendo a circoli privilegiati, può certamente parlare di sfruttamento ma che necessariamente lo fa dall'alto, o di lato, come oggetto di analisi, esterno a ciò che essi stessi sono. Questi intellettuali accademici con titoli che non vogliono migliorare la sorte dell'umanità con i loro concittadini ma al di sopra di loro.
Per fortuna Pippo Oddo non è l'unico nel suo caso, ma è un esempio eccezionale, avendo
navigato per decenni, di fatto nel corso della sua vita professionale, tra il mondo sindacale e il mondo politico. Un osservatore francese è sorpreso da questa commistione di generi, poiché in Francia la rottura tra i due è stata teorizzata fin dalla Carta di Amiens del 1905.
Ma a differenza del sindacalismo, la cui importante Cgil è riuscita a veicolare il pluralismo dei suoi membri, l'impegno politico è stato allo stesso tempo vincolato dalle scelte esclusive degli altri. Tuttavia,
la dimensione libertariana o libertaria del carattere di Pippo Oddo, il suo rifiuto del settarismo, del pensiero unico, lo portarono a seguire, a volte dolorosamente, i meandri delle contraddizioni della vita politica italiana del secondo dopoguerra. Lo farà sempre rimanendo se stesso, fedele a se stesso, ai suoi genitori, ai suoi impegni e alla sua eredità tra la gente di Villafrati, accettando evoluzioni che non saranno mai più che necessari aggiustamenti al perseguimento di questa fedeltà.
Era quindi naturale che si iscrivesse al Partito Socialista da giovane, mentre suo padre, così rispettato e amato, era un attivista del Partito Comunista. Questo perché, nonostante il dolore così creato, condiviso da padre e figlio, la fedeltà non implica mai la sottomissione a cui tanti intellettuali soccombono o addirittura si compiacciono. Questo coraggioso rifiuto del sistema creato nel dopoguerra dalle tenaglie della Democrazia Cristiana-Partito Comunista, che vorrebbero occupare l'intero spazio politico italiano, Don Camillo e Peppone, la dice lunga già sul giovane Pippo Oddo. Ma quando il PSI si evolve troppo a destra, non c'è nemmeno questione di sottomettersi. Pippo Oddo entrerà a far parte del nuovo PSIUP. Ed è lì che, metaforicamente, avverrà e si incarnerà il passaggio tra i più anziani, come il grande Emilio Lussu, e i più giovani, come Pippo Oddo. Il Sardo e il Siciliano, gli uomini di margine, che istintivamente sanno riconoscere, al di là delle belle frasi menzognere, dove sta il loro dovere di
uomini liberi e coraggiosi. Emilio Lussu che non aveva lezioni da prendere da nessuno in materia di antifascismo al tempo del fascismo, quello che non ha nulla a che vedere con la sua pallida palinodia, quello dell'antifascismo nel tempo senza fascismo come fiorisce oggi, quello di cui Pasolini e Sciascia avevano già dimostrato la perversità. Emilio Lusu, il cui arco narrativo DC-PCI farà di tutto per eclissare la bella figura emblematica secondo cui un altro futuro era e rimane possibile, a patto che si rifiutino a priori le menzogne organizzate tra amici maliziosi. Certo, l'avventura del PSIUP non durerà ma Pippo conserverà le 7 tessere associative annuali, come le reliquie di un tempo benedetto. E poiché bisognerà ancora scegliere di proseguire l'impegno, è quello del PCI che prevarrà, in tutta lucidità. Fino al giorno in cui, stanco dell'inevitabile naufragio seguito alla caduta del muro di Berlino, ma soprattutto stordito dall'assassinio di Aldo Moro, con cui Berlinguer aveva tanto scommesso qui non si riprenderà, il PCI cercò di andare fino in fondo alla logica del "compromesso storico" per fondersi con la DC. Solo che nel frattempo la storia aveva cambiato la situazione e tutto questo stava diventando vano. Pippo Oddo avrebbe preso silenziosamente le distanze dal partito ma mai dai suoi membri, compagni di tante giuste lotte.
Fu allora che avrebbe dispiegato un nuovo aspetto della sua personalità, quello di scrittore prolifico e talentuoso, meticoloso e caloroso, dedito interamente alla tormentata storia della Sicilia e dei Siciliani.
Questa dimensione è la più originale e forse la più ingrata del nostro carattere, perché se il sindacalista e il politico si sono evoluti ciascuno per conto proprio, per definizione non sono mai stati soli. Mentre lo scrittore si sarebbe rinchiuso per anni nella solitudine della ricerca e della scrittura. Certo, Villafrati
sarebbe stata la fonte di quella che sarebbe diventata un'opera monumentale che avrebbe abbracciato tutta la Sicilia e non solo. Si tratta infatti di “Lo sviluppo incompiuto-Villafrati 1596-1960” che sarà come un banco di prova per i quattro volumi dedicati al Miraggio della Terra in Sicilia. Un lavoro di oltre dieci anni, intervallato dalla pubblicazione di molti racconti più brevi, per lo più biografie di personaggi dimenticati o la storia di città o borghi siciliani rivisitati attraverso il filtro dell'esperienza unica, non accademica, di cui Pippo Oddo è portatore. Tutto questo, non per rinchiudersi in un passato passato che non tornerà, ma al contrario per dare senso all'azione dei giovani di oggi che hanno bisogno di
contestualizzare le loro difficoltà, di legarle alla storia nazionale e internazionale, di proiettarsi in un futuro altrettanto difficile, ma non di più, di quello di cui sono eredi.
Dietro tutte queste vite, così diverse, così impegnate, c'era naturalmente l'uomo Pippo Oddo, che finalmente appare in “Le tante vite di un sogno incompiuto”. Fino ad allora, nel corso di tanti anni, di tutta una vita, non era mai stato di lui il portavoce. Come il bisnonno garibaldino, era solo un
portabandiera per la causa dei contadini senza terra. Non si è mai messo sotto i riflettori, ma ha sempre messo al primo posto gli uomini e le donne di cui sosteneva la causa. Come in politica, la sua attività
così come i suoi scritti non ci danno alcuna informazione su ciò che è stato, ma solo su un'azione collettiva che è andata oltre gli attori. Le sue “Riflessionni autobiografiche” ci permetteranno ora di capire come si svolgeva la vita di un uomo, retta, semplice e dignitosa, con la moglie Anna che condivideva tutte le sue avventure, le sue gioie e i suoi dolori, e che gli diede un figlio quando tutti gli studiosi avevano detto loro che sarebbe stato impossibile. È così che questo libro ci permette di incarnare l'uomo e di potergli rendere il tributo che merita.
I Giapponesi onorano così coloro tra loro che ritengono abbiano raggiunto lo status di tesoro nazionale vivente, che designa coloro che sono certificati come conservatori di importanti beni culturali immateriali. Perché non c'è niente di più bello che rendersi conto che tra noi, gente come noi, uno di noi, a forza di pazienza, tenacia e lavoro, ha raggiunto una soglia che ci distinguerà. Perché testimonia il fatto che un semplice essere umano che potrebbe essere il nostro connazionale, il nostro prossimo, il nostro fratello o la nostra sorella, in questo caso Pippo Oddo, può, a modo suo, nel suo campo di competenza e con la sua stessa testimonianza, dare senso alla nostra vita individuale e collettiva, inscrivendola in una lunga tradizione all'interno della quale si può radicare un futuro.
In un momento storico in cui le tenebre stanno risalendo e sono tornati i grandi predatori, quelli che i Siciliani conoscono così bene da secoli e riconoscono meglio di chiunque altro, questa testimonianza
di Pippo Oddo è fonte di speranza, una di quelle luci che i venti cattivi non spengono.
Philippe San Marco
Membro onorario dell'Assemblea nazionale
Già professore associato presso l'Ecole Normale Supérieure de Paris
Marsiglia, 13 Agosto 2025.


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