NINO MORANA AGOSTINO
Negli ultimi mesi, la cronaca del capoluogo siciliano ci ha riportato a uno scenario simile a quello di quarant'anni fa, riaprendo le ferite della Seconda guerra di mafia.
Colpi di fucile contro i ristoranti, saracinesche crivellate e richieste di pizzo, giovani armati e capi mafia ergastolani che escono di prigione. Cosa accadrà ai familiari delle vittime di Cosa nostra? "Noi non ci arrendiamo, continuiamo a lottare e a denunciare", Sono i temi del mio ultimo articolo appena pubblicato su lavialibera, che ringrazio per la preziosa disponibilità.
Qui l'articolo completo, il link dell'articolo alla fine del testo.
È giunta al termine anche questa calda estate palermitana. Per me, ragazzo cresciuto in questa città, questi mesi non significano solo mare con gli amici e serate in cerca di fresco; un altro elemento ha sempre caratterizzato la mia estate: le commemorazioni. Da maggio a settembre, la provincia di Palermo si ferma per ricordare i caduti che hanno versato il proprio sangue per contrastare cosa nostra. Come in un rito quotidiano, i cittadini si svegliano al suono di una tromba per onorare chi, decenni fa, venne ucciso davanti alla porta di casa.
Ma ora che ci avviciniamo all'autunno, le commemorazioni sono giunte al termine, chi ha fatto la passerella torna nel proprio palazzo e al loro posto troviamo le saracinesche che si riaprono e l’enorme flusso di turisti che diminuisce. Ma cosa rimane per queste strade? Una città ferita.
I mesi che hanno attraversato Palermo nel 2026 ci hanno mostrato una "primavera" ben diversa dalla storica "Primavera di Palermo", quella stagione caratterizzata da una forte ribellione antimafia e dalla nascita di numerosi movimenti sociali.
Questa nuova primavera, culminata in un'afosa estate, ha evocato un inquietante richiamo ai periodi precedenti a quel risveglio, quelli in cui la mafia dominava con forza atroce.
Negli ultimi mesi, la cronaca del capoluogo siciliano ci ha riportato a uno scenario simile a quello di quarant’anni fa, riaprendo le ferite della Seconda guerra di mafia.
Ferite riemerse soprattutto lungo la costa nord, colpita da numerosi atti intimidatori: colpi di Kalashnikov contro le vetrine dei ristoranti, saracinesche crivellate e minacce di estorsione tramite bottiglie incendiarie, nonché veri e propri incendi dolosi.
Commercianti, imprenditori e intere famiglie hanno visto le loro vite stravolte in pochi attimi. E, in un ciclo che sembra ripetersi, si sono sentiti progressivamente abbandonati: le strade si svuotavano e le attività languivano, quasi temendo che quei proiettili portassero una sorta di epidemia contagiosa. Eppure, proprio in questo isolamento, in loro è emersa una straordinaria forza d’animo che li ha spinti a denunciare e a dire no al pizzo.
Settimana dopo settimana, la cronaca ha raccontato la paura che si è riaccesa negli animi dei cittadini, in particolare nei territori della costa nord: Tommaso Natale, Sferracavallo, Capaci, Isola delle Femmine, Carini, Cinisi e Terrasini.
È la costa che ha pagato il prezzo più alto, tanto sangue versato da concittadini coraggiosi che si sono opposti alla violenza vigliacca della mafia, ma anche da persone che con essa non c'entravano nulla, vittime innocenti di una ferocia cieca.
Parlo degli stessi territori che hanno visto il sacrificio di uomini e donne come i miei zii, Nino Agostino e Ida Castelluccio, degli imprenditori Vincenzo Enea, Carmelo Iannì e Giuseppe D’Angelo, e di padri di famiglia come Salvatore Zangara, Calogero Di Bona e Mario Scuderi (morto insieme alle altre 107 vittime della strage di Punta Raisi). Territori bagnati dal sangue di Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani e di tantissime altre vittime che hanno donato la propria vita affinché, un giorno, questa terra potesse finalmente dirsi bellissima.
Abbiamo temuto il peggio, abbiamo pensato che, a distanza di decenni, su quelle coste potesse scorrere altro sangue innocente e che altre famiglie — come la mia e le altre famiglie delle vittime — potessero tornare a piangere un figlio, un fratello o un genitore.
Proprio mentre i giovani palermitani scendevano in piazza il 23 maggio per ricordare i caduti della strage di Capaci e, 57 giorni dopo, quelli di via D’Amelio, la famigerata "banda dei Kalashnikov" veniva smantellata. Tutti i membri sono stati arrestati e, attraverso i giornali e i social, ne sono state rivelate le identità.
Guardando quelle foto segnaletiche, ho notato un dettaglio: la maggior parte di loro erano giovani, spesso miei coetanei. Sia chiaro, non è mia intenzione giustificare azioni che hanno messo a repentaglio la vita di tante famiglie e fatto ripiombare Palermo nel terrore; ma dentro di me è nata una riflessione. Questi ragazzi provengono tutti dallo Zen 2, un dedalo di padiglioni che fa parte della città, ma che è sempre stato trattato come un corpo estraneo. Con la notizia degli arresti, è partita un'enorme campagna volta a delegittimare l'intero quartiere e i suoi abitanti, ghettizzando ulteriormente una zona già priva di qualsiasi welfare pubblico, le cui uniche ancore di salvezza restano la chiesa di San Filippo Neri (anch’essa bersaglio di colpi di Kalashnikov), le scuole locali e le associazioni che, con immensa fatica e pochi strumenti, cercano di fare la differenza.
È difficile per me comprendere cosa spinga un ragazzo a girare armato, ma è altrettanto evidente che parliamo di figli cresciuti senza alcuna visione del futuro, esposti solo a modelli disfunzionali in cui la "scalata sociale" passa unicamente attraverso il crimine e la violenza. Penso che ogni volta in cui un ragazzo sceglie di impugnare una pistola anziché una penna sia una sconfitta per la società e per lo Stato. Ma lo Stato vuole davvero esserci in questi quartieri? Vuole garantire una presenza che non sia meramente repressiva?
Mentre scrivo, mi tornano in mente i racconti su mio zio Nino. Negli anni in cui prestava servizio come agente semplice di Volante tra i padiglioni dello Zen 2, era lo "sbirro buono", colui che, prima di essere ammazzato, tendeva la mano a questi ragazzi, che oggi magari sono i genitori dei giovani arrestati. Le stesse persone che Nino aveva aiutato vennero a casa nostra per raccontare come mio zio avesse fatto la differenza. All'epoca il tasso di analfabetismo era ancora elevato; chi proveniva da contesti difficili e doveva presentare una denuncia al Commissariato San Lorenzo cercava l'agente Agostino. Con altri poliziotti potevano sentirsi derisi, ma Nino era gentile, li aiutava a compilare correttamente la denuncia, dava consigli su come muoversi e, soprattutto, li trattava con umanità, senza alcuna superiorità. Allo stesso tempo, non perdeva occasione per fare loro una bonaria ramanzina, esortandoli a frequentare la scuola serale, a prendere la licenza media o a regolarizzare i lavori in nero. Molti seguirono i suoi consigli e, dopo la sua morte, lo raccontarono ai miei nonni, che ne andavano estremamente fieri trovando in questo un po' di sollievo al dolore. Un altro episodio che mi colpì molto riguarda il fatto che, durante i pattugliamenti, se trovava un ragazzo tossicodipendente, Nino lo accompagnava personalmente in una comunità di recupero. Piccole testimonianze di uno Stato attivo e utile sul territorio.
Oggi, però, questi giovani delle periferie sono diventati carne da macello per i boss mafiosi. Al vertice di questo sistema, ad esempio, si trovava Salvatore Verga, detenuto nel carcere di Trani dal 2019, dal quale riusciva comunque a impartire ordini ai suoi soldati per le estorsioni grazie a una rete di cellulari entrati clandestinamente in cella. Una vicenda che ha portato al suo successivo trasferimento al regime di 41-bis nel carcere di Oristano.
L'allarme sull'uso dei telefoni nelle carceri ha portato alla ferma denuncia del procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, il quale ha spiegato come i mafiosi in alta o media sicurezza riescano a ottenere cellulari quasi subito, continuando a gestire traffici e ordinare ritorsioni. A questo si aggiunge un'emergenza ancora più preoccupante, ovvero le continue e perpetue scarcerazioni "eccellenti" di boss mafiosi che, attraverso i permessi premio, stanno ripopolando le strade e i quartieri dei loro mandamenti.
La notizia più recente riguarda lo spietato killer ed ergastolano Damiano Rizzo, tornato a Villabate a metà luglio per sette giorni come "detenuto modello". Lo stesso è accaduto per Paolo Alfano, killer di Brancaccio con condanne già al Maxiprocesso, e per Ignazio Pullarà, boss di Santa Maria di Gesù, entrambi hanno ricevuto il permesso di tornare a Palermo. Ha ottenuto la semilibertà anche il boss stragista Giovanni Formoso, condannato come esecutore della strage di via Palestro avvenuta a Milano il 27 luglio del 1993.
Tanti altri boss sono tornati a circolare per le strade della mia città, complice la demolizione dell’ergastolo ostativo, giudicato incompatibile con i principi della Convenzione europea dalla Corte EDU nel 2019. Come ha ricostruito un'inchiesta di Repubblica, da allora la Corte Costituzionale ha aperto i benefici penitenziari anche ai condannati per mafia, a patto che vengano escluse l'attualità dei legami mafiosi e il pericolo del loro ripristino, e con l'obbligo (imposto dalla Cassazione) di risarcire le vittime. Tuttavia, il sistema presenta falle evidenti: da un lato, ai boss basta dichiararsi nullatenenti a causa dei sequestri subiti per aggirare il requisito del risarcimento; dall'altro, in caso di permessi ripetuti, la legge consente ai tribunali di sorveglianza di non richiedere il parere delle Procure antimafia e di non comunicare i provvedimenti alle DDA competenti.
Un'altra scarcerazione eccellente, che mi ha coinvolto in prima persona, è stata quella del boss dell’Acquasanta Raffaele Galatolo, uscito alla fine del 2024 e nuovamente arrestato nel giugno di quest’anno. Negli anni '80, la famiglia Galatolo era l'obiettivo delle indagini di mio zio Nino; ma mentre lui dava la caccia ai boss latitanti in Vicolo Pipitone (la loro roccaforte), si trovò davanti colleghi infedeli che sedevano allo stesso tavolo con le famiglie Madonia e Galatolo.
Approfittando dei permessi premio e della semilibertà concessa, Raffaele Galatolo continuava a controllare estorsioni, scommesse e investimenti illeciti. Tra l'altro, l’informativa del blitz che ha portato al suo nuovo arresto potrebbe essere acquisita agli atti nei processi d’appello, ora in corso, per l’omicidio dei miei zii (la decisione è stata rinviata alle udienze del 14 e del 15 settembre).
Quando a gennaio 2025 venni a conoscenza di questa semilibertà, denunciai immediatamente il fatto, esprimendo forte preoccupazione per il suo rientro nel mandamento. Le mie dichiarazioni vennero riprese da testate internazionali come The Guardian e Daily Mail, facendo il giro del mondo, ma finirono per essere pressoché ignorate dai media italiani. Purtroppo, i miei timori si sono rivelati del tutto fondati.
Tutto questo mi fa riflettere su quanto poco contino, in questo Paese, le parole di noi familiari e sull'inquietante clima con cui ci ritroviamo a convivere. Sono fatti magari non legati proceduralmente alla questione dei permessi premio, ma che restituiscono il senso di un'arroganza mafiosa mai sopita. Mi riferisco anche a un altro episodio recente e di una gravità inaudita, dal carcere di massima sicurezza al 41-bis, il capomafia Nino Madonia — mandante ed esecutore del duplice omicidio dei miei zii e del bimbo che Ida portava in grembo — è riuscito a far recapitare una lettera minatoria e inquietante direttamente sulla scrivania della GIP Antonella Consiglio. Sfruttando lo stratagemma di una formale richiesta di astensione, ha aggirato i filtri del DAP per lanciare un inequivocabile messaggio intimidatorio, evocando anche il marito della giudice, il Procuratore Domenico Gozzo, l'uomo che insieme ad altri valorosi magistrati ci ha condotto verso una parte di verità giudiziaria. Un copione vile che si ripete.
E il pensiero va inevitabilmente oltre: cosa succederà se questi permessi premio venissero concessi anche a Gaetano Scotto, uno dei due killer dei miei zii? Già nel 2016, quando Scotto uscì dal carcere, lo Stato italiano ritenne necessario assegnare a mio nonno una scorta con due uomini armati e un'auto blindata, solo perché continuava a chiedere verità e giustizia per l'omicidio di suo figlio, di sua nuora e di suo nipote. Se dovesse accadere di nuovo, dovrò vivere anch'io con questo identico terrore? O dovrà viverlo il resto della mia famiglia, considerando che oggi siamo noi a portare avanti questa battaglia?
Forse noi, insieme a tanti altri familiari di vittime innocenti di mafia, siamo destinati a vivere nella paura ogni volta che esce dal carcere uno dei killer che ci ha strappato un pezzo di cuore e stravolto per sempre l'esistenza? Mi torna in mente la frase che ripeteva spesso mio nonno: "A noi familiari, il 41-bis e l'ergastolo ostativo chi ce li toglie?".
Ma poco importa. Noi non ci arrendiamo, continuiamo a lottare e a denunciare.
https://lavialibera.it/it-schede-2849-l_estate_della_palermo_ferita_minacce_estorsioni_ragazzi_coi_kalashnikov_e_boss_in_liberta



Nessun commento:
Posta un commento