
Sergio Mattarella
di Giancarlo Mola
Il cardinale Matteo Zuppi
Non citano mai la premier, ovviamente. Ma nel giro di poche ore sia Sergio Mattarella sia Matteo Zuppi hanno marcato quanta distanza ci sia tra l’idea di scuola evocata ieri da Giorgia Meloni e la loro.
“La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti – “È aperta a tutti”: così dispone l’articolo 34 della Costituzione”, ha ricordato il presidente della Repubblica aprendo l’anno scolastico nell’istituto di Amatrice ricostruito dopo il sisma. E poi ha aggiunto: “Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Una definizione che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.
Molto duro anche il capo della Cei, che tra le “sfide non più rinviabili” ha indicato quella alle “diseguaglianze educative” come la più urgente: “Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace", ha spiegato Zuppi nel suo discorso di apertura dei lavori del Consiglio episcopale permanente.
Quanta distanza dal comizio romano della presidente del Consiglio. Quello in cui Meloni ha annunciato la sua stretta sugli studenti stranieri, che prevede il divieto di burqa e niqab nelle aule ma soprattutto il tetto del 30 per cento nelle classi italiane. Una misura, quest’ultima, che sarebbe addirittura di buon senso se non si scontrasse con una semplice realtà: che cosa si fa quando il tetto viene superato? Si cacciano i bambini? Li si iscrive in istituti a decine di chilometri di distanza condannandoli a un destino di evasione scolastica? Obiezioni talmente solide che lo stesso ministro dell’Istruzione Valditara è stato costretto a ridimensionare la portata del decreto che giovedì probabilmente andrà in Consiglio dei ministri: il limite non sarà calcolato sulla base della cittadinanza ma della effettiva conoscenza della lingua italiana, una postilla che limita di molto il provvedimento e lo consegna più alla categoria della propaganda che a quella della politica.
La sortita della premier – nata più dall’esigenza di rintuzzare l’offensiva da destra del generale Vannacci che da una sincera volontà riformatrice – ha comunque aperto un intenso dibattito culturale sul ruolo della scuola. Specchio delle paure del Paese in cui erigere barriere identitarie o fucina di cittadini dovei i muri, al contrario, si abbattono? Un dibattito – attenzione – non teorico, perché ha al centro il principale ganglio vitale di uno Stato. E in fin dei conti il suo futuro.
La Repubblica, 21 settembre 2026
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