L’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia denuncia il silenzio dello Stato sull’interrogazione del 2010: «Tutto era prevedibile. Ora si accerti la catena delle responsabilità».
La morte di Denise riporta l’Italia distratta e menefreghista davanti allo specchio. Nel Paese del giorno “dopo”, in cui le parole vengono usate con ipocrisia, stiamo cercando di tenere i riflettori accesi sulle responsabilità che riguardano le istituzioni, la politica, le associazioni e anche i cittadini comuni. Per troppi anni abbiamo registrato un assordante silenzio. Per troppi anni coloro che dovevano ribellarsi sono rimasti in ombra. Per troppo tempo i rappresentanti delle istituzioni (come Chiara Colosimo, addirittura presidente della Commissione parlamentare antimafia, che parla di “una sconfitta dello Stato”, ma non ha mai risposto alle nostre domande sui testimoni di giustizia). Per anni Lea chiese aiuto. Lo scrisse in una lettera (aprile 2009) che oggi riscoprono tutti. Ma quando era in vita quella lettera non arrivò nemmeno al Quirinale. Solo “dopo” il suo assassinio (Milano, 24 novembre 2009), arrivarono le celebrazioni. Sventurato quel Paese che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Noi siamo da sempre quel Paese.
Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, insieme ad Angela Napoli (venerdì abbiamo pubblicato la sua intervista: «Lo Stato considera ancora i testimoni di giustizia un peso. Denise non doveva essere abbandonata»), furono le uniche voci che portarono la scomparsa e l’uccisione di Lea nelle aule delle istituzioni. Il 16 novembre del 2010 presentò al Senato l’interrogazione a risposta orale, rivolta ai ministri dell’Interno e della Giustizia. Chiese perché, pur essendo nota la volontà della ’ndrangheta di eliminare Lea, non fossero stati adottati provvedimenti straordinari per garantirne la sicurezza.
Domandò anche se il ministro dell’Interno intendesse avviare un’indagine interna sulle cause che avevano condotto alla rinuncia al programma di protezione e sulle responsabilità della mancata tutela.A sedici anni di distanza, Lumia afferma che quell’interrogazione non ricevette risposta. La protezione di Lea e dell’allora piccola Denise fu gestita in modo «scandaloso» e il sistema continua a considerare i testimoni di giustizia come un problema da chiudere, spesso attraverso la capitalizzazione.
In questa intervista rilasciata in esclusiva a WordNews.it Lumia parla della morte di Denise, della mancata risposta parlamentare, dell’errata classificazione di Lea come collaboratrice anziché testimone di giustizia, delle carenze del programma di protezione e della necessità che la Commissione antimafia ricostruisca l’intera catena delle responsabilità.
L’Italia continua a praticare l’antimafia del giorno “dopo”, quella delle commemorazioni, invece dell’antimafia del giorno prima, capace di proteggere chi è ancora vivo.
Senatore Lumia, qual è stata la sua prima reazione di fronte alla tragica morte di Denise Cosco?
La morte di Denise mi ha sconcertato. Ho provato dolore, dispiacere, tristezza e indignazione: un coacervo di sentimenti per un evento tragico che, per essere più chiari, possiamo descrivere, ricorrendo alla letteratura, come una “Cronaca di una morte annunciata”, il famoso romanzo di Gabriel García Márquez.
Possiamo considerarla soltanto una vicenda personale oppure questa morte chiama direttamente in causa anche lo Stato e il sistema di protezione?
La tragica fine di Denise va oltre i travagli personali che un testimone di giustizia vive con una drammaticità non consueta e, nel suo caso, ancora più devastante sul piano psicologico e familiare. Chiama in causa l’organizzazione dello Stato nel farsi carico di un dovere non delegabile e di primaria responsabilità: la tutela complessiva della vita di chi si affida totalmente alla sua protezione, sul piano della sicurezza e delle condizioni di vita, sul versante sociale e su quello delicatissimo della salute psicologica. Passano gli anni; le leggi adesso sono le migliori possibili, ma l’applicazione concreta è deficitaria. La situazione si aggrava perché si continua a considerare i testimoni di giustizia come un problema, anziché come una risorsa da seguire e promuovere concretamente nel miglior modo possibile.
Il 16 novembre 2010 lei presentò l’interrogazione parlamentare n. 3-01752 sull’omicidio di Lea Garofalo. Chiese perché, nonostante fosse già conosciuta la volontà della ’ndrangheta di eliminarla, non fosse stata adeguatamente protetta. Ricevette mai una risposta chiara? A distanza di sedici anni, possiamo finalmente dire chi non fece il proprio dovere?
Non mi sono mai dato pace. Era tutto prevedibile, tutto già scritto. La mancanza di coraggio, o meglio l’inadempimento del dovere di accertare le responsabilità istituzionali, è un gravissimo limite della nostra storia pubblica. Si cerca sempre di scansare la questione, di coprirsi attraverso cavilli burocratici e di tenersi lontani dal confronto parlamentare, anche quando, con l’istituto delle interrogazioni parlamentari, bisogna dare risposte puntuali. Si è preferito lasciare cadere la questione nel silenzio. Non c’è stata nessuna risposta. Le domande erano, tra l’altro, molto chiare ed estremamente puntuali.
Nella sua interrogazione ricordava che la collaborazione di Lea veniva considerata dalla ’ndrangheta estremamente pericolosa, sia per il contributo fornito alle indagini sia per il valore simbolico della sua ribellione. Se il rischio era conosciuto, la mancata protezione di Lea fu soltanto un errore oppure una grave responsabilità istituzionale?
Da subito, la scandalosa gestione della protezione di Lea Garofalo e dell’allora piccola figlia Denise emergeva in tutta la sua evidenza. Lo Stato, nella sua articolazione di Commissione centrale e Servizio centrale di protezione, si era rivelato del tutto inadeguato e responsabile delle conseguenze. Lea è stata lasciata, in sostanza, in balia dei suoi carnefici ’ndranghetisti interni alla sua famiglia, a cominciare dall’imperdonabile marito, ed esterni, che erano boss altrettanto feroci. In questo caso si sommano errori e responsabilità.
Nel 2012 lei sostenne che Lea dovesse essere considerata una testimone di giustizia perché non era una criminale, non aveva rafforzato l’organizzazione mafiosa e aveva scelto di prenderne le distanze. Quanto pesò, nella sua vicenda, l’errata classificazione come collaboratrice di giustizia? Quell’inquadramento contribuì a privarla delle tutele che avrebbe meritato?
Più volte abbiamo dovuto constatare una divergenza di inquadramento tra la figura del testimone e quella del collaboratore. Ci sono voluti anni per separarle sul piano legislativo, eppure si continua a confondere le due realtà e spesso a danneggiarle entrambe. Pur nelle loro diversità morali, rappresentano un’opportunità per lo Stato per colpire al cuore le organizzazioni mafiose. Era evidente che Lea Garofalo fosse una testimone: soltanto una lettura burocratica e irresponsabile la teneva dentro la cornice della collaborazione. Lea non aveva mai partecipato alla vita dell’organizzazione e non era neanche una complice o una partecipante esterna. Era, semmai, una donna che non sopportava la ’ndrangheta nel suo modo di pensare e di agire, oltre che per i suoi profili criminali. Averla lasciata nel contesto della collaborazione può essere definito un’aggravante, ma ciò non toglie che andasse comunque protetta al meglio delle possibilità dello Stato. Questo non è avvenuto.
Lea denunciò di aver ricevuto un’assistenza legale carente, di essere stata costretta a continui trasferimenti con la figlia, di aver perso il lavoro, la casa e ogni rapporto sociale. Lo Stato le chiedeva di collaborare, ma le stava togliendo progressivamente la possibilità di vivere una vita normale?
Ai testimoni di giustizia come Lea lo Stato chiede tantissimo. Bisogna stravolgere la propria vita, sottoporsi a privazioni micidiali e, nello stesso tempo, correre rischi devastanti per la propria condizione psicologica e per la gestione della vita quotidiana. È spesso uno stillicidio che si consuma mese dopo mese, in ogni trasferimento da una località all’altra, con i tanti “no” ricevuti rispetto ai più elementari diritti. Insomma, la legge prevede tutt’altro, mentre la gestione concreta va nella direzione opposta. Lo abbiamo denunciato più volte in Commissione antimafia, in particolare con Angela Napoli e con dovizia di particolari, ma constato che la situazione, anziché migliorare, si aggrava.
Nella nostra intervista del 2012 lei definì Denise una donna straordinaria, capace di sottrarsi all’omertà familiare e di testimoniare contro il padre e gli zii. Dopo quella testimonianza decisiva, lo Stato ha continuato a considerarla una persona da accompagnare e sostenere oppure ha ritenuto concluso il proprio compito con la fine del processo?
Questa è un’altra condizione intollerabile che ha vissuto Lea e che sopportano tanti altri testimoni di giustizia. Dopo le prime testimonianze, tutto si allenta e le promesse diventano vuote e prive di consistenza. Cominciano a prevalere gli approcci burocratici e i fastidi, fino a spingere alla cosiddetta “capitalizzazione”: tutto si riduce a quel beneficio economico, spesso di misera entità, per liberarsi del problema e far uscire così i testimoni dal programma di protezione. La legge, lo ripeto, prevede tutt’altro.
Lei fu relatore al Senato del disegno di legge sui testimoni di giustizia, poi diventato la legge n. 6 del 2018. Quella riforma prevedeva percorsi personalizzati, assistenza psicologica e reinserimento sociale. Alla luce della morte di Denise, ritiene che la legge sia inadeguata oppure che sia rimasta in larga parte inapplicata?
Non solo rimane ancora inapplicata, ma mi vengono segnalati casi di applicazione burocratica contraria al testo della norma. Mancano inoltre ancora alcuni decreti applicativi, nonostante siano passati otto anni dall’approvazione della legge, nella quale abbiamo veramente provato a prevedere la migliore gestione possibile dei testimoni di giustizia, capovolgendo l’approccio: da problema di cui liberarsi a risorsa di cui farsi carico sempre e nelle più disparate circostanze. Ho letto di recente alcune dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia. In particolare, è stato lanciato un appello da Giuseppe Carini, il testimone sul caso di padre Puglisi. A quanto sembra, le loro denunce e proposte di intervento operativo non sono state ancora prese in seria considerazione.
Quando un testimone o un suo familiare esce dal programma di protezione, lo Stato può semplicemente chiudere il fascicolo? Non dovrebbe esistere un organismo indipendente capace di mantenere un contatto, verificare le condizioni psicologiche e intervenire prima che la solitudine diventi irreversibile?
Il fascicolo non si dovrebbe mai chiudere del tutto, anche quando il programma di protezione prevede il cosiddetto reinserimento nella società. Sono tre gli aspetti che non dovrebbero mai essere trascurati, lasciando i testimoni al loro destino: la sicurezza, i diritti fondamentali e il benessere psicologico dei testimoni, che subiscono traumi incancellabili. Tutta la loro vita è in salita, irta di insidie e pericoli. Lo Stato ha quindi il dovere di continuare ad accompagnarli.
Ritiene che la Commissione parlamentare antimafia debba aprire un approfondimento sulla gestione della protezione di Lea e Denise, acquisendo gli atti della Commissione centrale e del Servizio centrale di protezione? Dopo due morti, non è arrivato il momento di ricostruire pubblicamente l’intera catena delle responsabilità?
Certo. La Commissione ha tutti i poteri per andare fino in fondo: dovrebbe richiamare alle proprie responsabilità i vertici istituzionali e attuare i poteri d’inchiesta che le sono propri. Molti testimoni sono stati ascoltati, quindi adesso è il tempo di ottenere delle risposte. Bisognerebbe poi accertare ciò che è realmente avvenuto a danno prima di Lea e ora di Denise, e di tutti gli altri testimoni che vivono una condizione di rischio e di abbandono.
Lea è stata celebrata dopo essere stata uccisa. Denise viene ricordata dopo la sua morte. Perché l’Italia riesce a commemorare le vittime, ma continua a non proteggere adeguatamente i vivi? Che cosa dovrebbe fare oggi, concretamente, il Governo per impedire che la storia di Lea e Denise si ripeta con altri testimoni di giustizia e con i loro figli?
Siamo fermi a quella che ho definito, nel bene e nel male, l’antimafia “del giorno dopo”. Siamo ancora lontani da quella che ci porterebbe alla liberazione dallo strapotere mafioso, cioè l’antimafia “del giorno prima”. Adesso conosciamo in profondità il sistema di potere e le collusioni che le varie mafie sono in grado di sviluppare nella società, nell’economia, nella politica e nelle istituzioni. Siamo nelle condizioni di promuovere una progettualità sistemica e integrata. Questo richiede un Parlamento e un Governo decisi e uniti, al di là delle appartenenze di maggioranza e di opposizione, in modo da concentrarsi su due attualissime priorità: applicare realmente tutte le parti del Codice antimafia, con una verifica annuale delle cose fatte e di quelle ancora da realizzare, a cominciare da quanto sta avvenendo sui territori con il ritorno dei boss mafiosi scarcerati per fine pena o per i permessi premio; dare finalmente coerenza, nella gestione dei testimoni, al dettato normativo. Nella legge, infatti, il diritto al reinserimento lavorativo è reale e invece viene spesso contraddetto; la tutela del diritto alla sicurezza è prevista per sempre e invece viene esercitata a intermittenza; la tutela dei diritti fondamentali, come la salute, è completa, mentre si stenta a renderla tale. Gli esempi potrebbero continuare. Si richiede pertanto una verifica annuale, per ottenere risultati finalmente dignitosi, consentendo alla società civile e allo Stato di incentivare il ricorso alla testimonianza, che è la migliore via per abbattere del tutto il muro dell’omertà, della segretezza e dell’impunità.
wordnews.it, 20 Settembre 2026
https://wordnews.it/2026/09/20/lea-e-denise-lumia-lantimafia-e-ancora-quella-del-giorno-dopo/

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