Francesco Deliziosi
Il giorno in cui l'ammazzarono, il 15 settembre del 1993, don Pino Puglisi si alzò alle 5,30 del mattino come Santiago Nasar, il protagonista di «Cronaca di una morte annunciata» di Gabriel García Márquez. Era il giorno del suo compleanno. Ma aveva un'agenda fittissima: un incontro al Comune di Palermo per chiedere ancora una volta una scuola media per Brancaccio; due matrimoni da benedire, uno di mattina e uno di pomeriggio al Duomo di Monreale; incontri in parrocchia fino a tardi.
Fino all'incontro con i due killer di mafia che lo attendevano sotto casa. Per loro le sue ultime parole, "Me l'aspettavo", e il suo ultimo sorriso. In cambio un colpo di pistola alla nuca.
Il giorno in cui l'ammazzarono, il 19 marzo 1994, anche don Peppe Diana si era alzato prestissimo come Santiago Nasar. Era il giorno del suo onomastico. Alle 7,20 era già nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe e si accingeva a celebrare la messa. Un killer di camorra gli sparò contro cinque proiettili, tutti a segno.
Morì sul colpo, il bel volto volitivo sfigurato dai proiettili. Anche la sua fu una morte annunciata, come quella di don Pino Puglisi: due agguati preceduti da minacce per sacerdoti consapevoli di rischiare la vita, ma non per questo timorosi di continuare a compiere la propria missione.Sei mesi tra un delitto e l'altro, un compleanno e un onomastico, ed è come se un lugubre messaggio fosse passato dalla Sicilia alla Campania: anche l'ultima categoria di intoccabili era caduta, anche i preti si potevano uccidere se – con la fede e il coraggio infusi dal Vangelo – osavano opporsi alle cosche, al loro anti-Vangelo della violenza, al loro dominio sul territorio e soprattutto sui giovani. E d'altronde la morte di don Pino arrivò nel settembre 1993 dopo che a maggio Giovanni Paolo II aveva pronunciato il suo famoso anatema nella Valle dei Templi. E dopo che la mafia si era vendicata già una prima volta colpendo simboli della cristianità con le bombe in simultanea del 28 luglio a Roma (San Giorgio al Velabro e la basilica di San Giovanni in Laterano). Di certo don Diana aveva letto le cronache di questi drammatici eventi e aveva appreso da giornali e tv dell'uccisione di don Puglisi. Non per questo aveva pensato di tirarsi indietro. Di certo anche i clan camorristici si erano informati a dovere e avevano appreso dalle cosche siciliane la nuova parola d'ordine: anche la Chiesa cattolica era nel mirino. Non c'erano più remore ad agire contro "i preti rompiscatole" (definizione che don Puglisi si attribuiva scherzosamente e diventata famosa).
Don Pino, don Peppe: oggi si ricorda il primo, nel 33° anniversario del delitto. A concelebrare in Cattedrale alle 18 a Palermo ci sarà l'arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, insieme con l'arcivescovo Corrado Lorefice. Un modo per mettere a tema il difficile compito della Chiesa nelle terre di mafia e camorra.
Don Puglisi è stato proclamato martire nel 2013. Per don Diana è appena iniziata (19 marzo 2026, nel 32° anniversario) una causa canonica con lo stesso obiettivo: dimostrare che è stato ucciso "in odium fidei". Il procedimento potrà avvalersi del metodo di ricerca sugli atti giudiziari dei processi di mafia messo a punto con successo per don Puglisi e anche per il giudice Rosario Livatino, pure lui Beato in quanto martire (per queste due cause il postulatore è stato lo stesso, mons. Vincenzo Bertolone, col quale ho avuto l’onore di collaborare per don Pino). Bisognerà ricostruire il vero movente dell'omicidio di don Diana: non fu ucciso per una vendetta privata, uno sgarro personale, una storia di quartiere. Ma l'obiettivo della camorra era spegnere la voce di un sacerdote incorruttibile, che non chiedeva scorte o trasferimenti, nonostante le minacce. Un sacerdote che andava avanti a predicare e a scuotere le coscienze di adulti e bambini (faceva anche parte dell'Agesci). Il compito della Chiesa, ha affermato Bertolone, è di smascherare un’inaccettabile distorsione della visione di Dio e del messaggio del Vangelo: “Non è possibile essere mafiosi e cristiani allo stesso tempo. La mafia è atea, così come lo è mettere un uomo, il boss, al posto di Dio, elevare il vertice del clan a padrone indiscusso. Ed accettare senza indugi ogni decisione, incluse quelle che dispongono della vita e della morte delle persone. La testimonianza evangelica di sacerdoti come don Pino Puglisi e don Peppe Diana rappresenta la migliore prova contro l’ateismo e la brutalità della criminalità organizzata”.
Don Pino, don Peppe: cosa avevano in comune? Li legava il nome, Giuseppe, ma soprattutto una fede incarnata nel territorio, il sacerdozio in chiese di frontiera, la passione per il riscatto sociale degli emarginati e per l'educazione dei giovani. La voglia di non tacere "per amore del mio popolo" (il titolo del più famoso scritto di don Diana), quella porzione del gregge di Dio affidata a loro in quanto parroci. Al momento della morte, il primo aveva 56 anni, il secondo appena 36. Si erano formati in tempi e modi diversi. Don Puglisi scriveva poco, ci sono rimaste soprattutto le registrazioni di alcuni suoi interventi o relazioni. Don Diana invece era un vulcano e, se non avesse fatto il sacerdote, probabilmente sarebbe stato un ottimo giornalista: i suoi documenti, volantini, articoli sono impregnati di efficacia e concretezza.
Tra i punti in comune anche diverse posizioni controcorrente. Poche settimane prima del delitto, incontrai don Puglisi in sacrestia nella chiesa di San Gaetano a Brancaccio e mi disse che non si riconosceva nella definizione di prete antimafia che gli era stata affibbiata dai giornali: "Nella mia vita non sono mai stato anti qualcosa o anti qualcuno ma sempre per costruire qualcosa o per aiutare qualcuno". Non voleva affatto essere definito un eroe, anzi invitava a "diffidare degli eroi creati dai mass media. Vanno bene i cortei, le fiaccolate – diceva don Pino – ma alle parole devono seguire i fatti, altrimenti è tutto inutile, è solo un impegno di facciata e i mafiosi se la ridono sotto i baffi...".
Anche don Diana non voleva essere definito eroe e prete anticamorra. Il suo impegno era molto più in profondità. Un esempio? Entrambi i sacerdoti sbarrarono la strada a comitati per i festeggiamenti dei santi patroni, in realtà inquinati dalle cosche.
Tutti e due portarono avanti lotte per la legalità nelle scuole. "L'ignoranza conviene a chi vuole che l'illegalità continui", mi disse una volta don Pino per spiegare i motivi della sua battaglia per dare la prima scuola media a Brancaccio (12 mila abitanti all'epoca). Inaugurata poi dopo la sua morte, nel 2000, dal presidente Carlo Azeglio Ciampi.
E Luigi Ferraiuolo, autore del libro «Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra», riferisce una riflessione simile di don Diana: “Dove c’è mancanza di regole, di diritto si affermano il non diritto e la sopraffazione. Bisogna risalire alle cause della camorra per sanarne la radice che è marcia. Dove regnano povertà, emarginazione, disoccupazione e disagio è facile che la mala pianta della camorra nasca e si sviluppi".
Perchè l'iter della causa per don Diana è iniziato solo ora? Cosa è mancato? Don Luigi Ciotti mi ha condiviso questa riflessione: "Per avere aiuto a Brancaccio, don Puglisi aveva saputo richiamare da altri quartieri gli amici di una vita, professionisti, giornalisti, insegnanti, altri sacerdoti. E questi amici (oltre alla gente del quartiere) lo hanno difeso da accuse infamanti fatte girare dopo il delitto: la pista passionale, la pista di una rapina finita male, l'insinuazione di aver fatto infiltrare poliziotti nel centro Padre Nostro. Purtroppo questo non è successo a Casal di Principe e la memoria di don Diana è stata a lungo infangata". Don Peppe è stato fatto passare per un amico dei camorristi o per un frequentatore di prostitute. La comunità di Casal di Principe, immatura in diversi suoi esponenti, non sempre ha saputo fare da scudo contro queste ombre assurde. E anche alcuni sacerdoti dell'epoca si sono fatti trarre in inganno dalle falsità. Fatta piazza pulita di tutto ciò, Papa Francesco in una lettera del 19 marzo 2024 invitò a onorare "la memoria di don Diana e la sua speranza di camminare insieme, incarnando la profezia cristiana che ci invita a costruire un mondo libero dal giogo del male e da ogni tipo di prepotenza malavitosa". Ora non resta che chiedere a gran voce uno scatto, un'accelerazione da parte della diocesi di Aversa, che ha avviato la causa, e della Chiesa tutta. Don Peppe sia riconosciuto al più presto come martire. Fu la sua una morte annunciata come quella di don Pino. Ma il giorno in cui l'ammazzarono non deve essere passato invano.
Francesco Deliziosi
GdS, 15 settembre 2026

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